di Bianca La Rocca – 29 agosto 2010
“Ricordare Libero Grassi, per noi, non significa solo rievocare la storia e le parole di un uomo ucciso dalla mafia e diventato,malgrado non lo volesse, eroe
Libero non appartiene solo alla storia, la sua testimonianza, la sua determinazione a essere un imprenditore “libero” ha valore ancora oggi e rimane un punto di riferimento essenziale per tutto il movimento antiracket, e per Sos Impresa, che “da lui”, “con lui” e sulla sua “lezione” è stata pensata, ed è nata.
È con queste parole che Lino Busà vuole ricordare, nel giorno del 19° anniversario dalla scomparsa, quell’imprenditore siciliano, straordinariamente colto, titolare della Sigma, un’azienda a conduzione familiare, con un centinaio di dipendenti e un giro di affari, agli inizi degli anni novanta, pari a sette miliardi di lire annui. Un’azienda sana, quindi, che produceva ricchezza e creava lavoro, ma con un unico grande difetto: Libero Grassi era un cittadino onesto e, come evocava lo stesso nome, un uomo libero.
Nella lettera pubblicata il giorno dopo la sua uccisione, il 29 agosto 1991, dal Corriere della Sera, l’imprenditore siciliano ricostruisce il tentativo di estorsione operato dai clan mafiosi ai suoi danni e la denuncia alle Forze dell’Ordine, cui seguirà l’arresto di alcuni di essi. E’ un gesto importante in cui dimostra il coraggio, ed anche una certa ingenuità, di chi è certo di agire per la libertà ed ha fiducia nella giustizia. A differenza di tanti altri imprenditori che subivano in silenzio il ricatto mafioso, lui si era ribellato e aveva gridato forte la sua indignazione: “No! Non pago e non starò zitto come fanno tanti altri: io voglio parlare…”.
Una testimonianza importante, quindi, che non ha perso di efficacia giacché, quasi vent’anni dopo, sono ancora molti gli imprenditori siciliani e non solo che pagano in silenzio. Nonostante gli arresti, le dure condanne in sede processuale, i milioni di beni sequestrati e confiscati, e le tante associazioni che, negli ultimi due decenni, sono nate e si sono impegnate per difendere le vittime, le mafie oggi appaiono più forti che mai. Non solo l’ala militare continua a colpire e a intimidire con attentati sempre più eclatanti (l’ultimo, in ordine di tempo, la bomba contro l’abitazione del PG Di Landro da parte della ‘ndrangheta), ma hanno esteso il loro potere economico in vaste aree del Paese, gestiscono l’ingente traffico di stupefacenti e controllo le maggiori piazze di spaccio a Napoli, come a Milano e Reggio Emilia, dal Sud al Nord Italia hanno inquinato con ingenti flussi di denaro sporco interi comparti economici, corrotto il ceto politico e amministrativo, “mafiosizzato” i rapporti economici e sociali del Paese, senza grosse differenze tra la Sicilia e la Calabria, o laLombardia e il Piemonte. Per questo siamo tra quelli che suggeriscono cautela a quanti parlano di sconfitta delle mafie. È la storia del movimento antimafia a insegnarci che il potere corruttivo delle mafie non è stato messo in crisi, anzi.
Schiacciare l’omertà e denunciare, anche per cancellare la vergogna di uno Stato che, solo pochi mesi prima (4 aprile 1991), con la sentenza del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo, aveva stabilito non essere reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi. Era questo lo spirito che animava la denuncia di Libero Grassi e che continua ad animare il nostro lavoro.
L’antimafia delle convenienze e delle opportunità: è questo il nuovo concetto che vogliamo imporre – aggiunge Lino Busà, in questa chiacchierata di fine agosto – colpendo le mafie nel cuore del potere economico, nella gestione delle aziende confiscate, nel combattere senza esclusione di colpi il racket e l’usura. Per questo la testimonianza di Libero Grassi è ancora vitale e mantiene tutta la sua unicità.
Non è un caso, del resto, se dopo diciannove anni da quel barbaro assassinio, ancora oggi come allora, molti mostrano un certo fastidio e ricordare la figura, la limpida onestà, la caratura morale di Grassi. Siamo certi che Libero Grassi, anche se attendeva la reazione degli uomini del racket, non credeva che lo avrebbero ucciso. Non aveva paura ed era certo che il suo esempio sarebbe stato seguito da molti altri. Così, purtroppo, non è stato, anche se importanti risultati sono stati raggiunti. Ne era consapevole anche Giovanni Falcone che, nella prefazione al saggio Estorti e Riciclati (1992) scrive: se occorreva la morte di Libero Grassi perché si rinnovasse, nella società e nello Stato, una parvenza di reazione alla mafia, peraltro non del tutto scevra da contingenti calcoli di lotta politica, non è retorico né provocatorio chiedersi quanti altri coraggiosi imprenditori ed uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perché i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo degno di un paese civile.
Chi era Libero Grassi
Nato a Catania da una famiglia di cultura antifascista, ma trasferitosi a otto anni a Palermo, viene chiamato Libero in ricordo del sacrificio di Giacomo Matteotti. Anch’egli da giovane matura una posizione avversa al regime di Benito Mussolini e nel 1942 si trasferisce a Roma, dove studia Scienze Politiche durante la Seconda Guerra Mondiale. Per non essere costretto ad arruolarsi, entra in Seminario, da cui però esce dopo la Liberazione, tornando a studiare Giurisprudenza all’Università di Palermo.
Malgrado voglia fare il diplomatico, prosegue l’attività del padre come commerciante. Negli anni cinquanta si trasferisce a Gallarate, dove entra nel meccanismo dell’imprenditoria. Torna a Palermo per aprire uno stabilimento tessile. Nel 1961 inizia a scrivere articoli politici per vari giornali e successivamente si impegna anche attivamente in politica nel Partito Repubblicano Italiano.
Agli inizi degli anni novanta viene preso di mira da cosa nostra che pretende il pagamento del “pizzo”. Libero Grassi non si piega e ha il coraggio di opporsi al racket e di uscire allo scoperto denunciando gli estorsori.
La sua condanna a morte arriva con la pubblicazione sul Giornale di Sicilia di una lettera sul suo rifiuto a cedere ai ricatti della mafia. La sua lotta prosegue in televisione, intervistato da Michele Santoro a Samarcanda su Rai Tre, e anche su una rivista tedesca colpita dal suo comportamento volto a denunciare i mafiosi.
Verrà uccido il 29 agosto 1991.
Nella lettera pubblicata dal Corriere della Sera il giorno dopo il suo assassinio, Grassi mostra, oltre ad una certa soddisfazione, anche tutta la delusione nel vedere le associazioni di categoria infastidite dalla sua iniziativa: “Il presidente provinciale dell’Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. Una “tamurriata” come si dice qui. E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. L’unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare”.
Il giorno dopo il suo assassinio la stampa e le televisioni, nazionali ed estere, non mancarono di fare di lui un “martire della lotta alla mafia”, costringendo la classe politica ed il governo ad ammettere di aver sottovalutato il fenomeno. Il 20 settembre 1991, Michele Santoro e Maurizio Costanzo dedicano una serata televisiva a reti unificate (Rai e Fininvest) alla sua figura.
Nel febbraio 1992 è insignito della Medaglia d’oro al valor civile con la motivazione “Imprenditore siciliano, consapevole del grave rischio cui si esponeva, sfidava la mafia denunciando pubblicamente richieste di estorsioni e collaborando con le competenti Autorità nell’individuazione dei malviventi. Per tale non comune coraggio e per il costante impegno nell’opporsi al criminale ricatto rimaneva vittima di un vile attentato. Splendido esempio di integrità morale e di elette virtù civiche, spinte sino all’estremo sacrificio. Palermo, 29 agosto 1991″.
Per il suo omicidio sono stati condannati nel 2004 vari boss, tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pietro Aglieri.
http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=30328&Itemid=48
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