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Il destino di Aiazzone e quello di B.

Il destino di Aiazzone e quello di B.
giugno 04
10:00 2011

E’ una perfetta metafora storica – di quelle che quando si vedono al cinema si dice ‘va beh, è fiction’ – quello che è successo l’altro giorno al mobilificio Aiazzone, con i creditori e i dipendenti che hanno forzato il magazzino e si sono portati via tutto, cercando di farsi giustizia da soli, rifacendosi malamente della truffa subita.

Sì, perché qui non si parla mica di mobili. Qui si parla di un decennio intero, di un’Italia che ha sognato goffamente di diventare America e di un pezzo di Paese che si è fatto potere. Qui si parla di due uomini – Giorgio Aiazzone e Silvio Berlusconi – che trent’anni fa erano praticamente uguali: stesso linguaggio, stesso stile, stessi abiti, stessa ambizione e stessa voglia pazza di soddisfarla in quella corsa all’oro che erano le tivù private. Si parla insomma di due vite parallele – e di due destini – solo in apparenza tanto diversi tra loro.
Certo, Giorgio Aiazzone all’inizio era solo un piccolo imprenditore piemontese. Ma aveva capito che quella cosa nuova ed esplosiva – la tivù commerciale – poteva cambiare tutto. Così si inventò le televendite, i piazzisti via etere, gli imbonitori a getto continuo, “provare per credere”, Guido Angeli, le canzoncine in rima baciata che da Telebiella sbarcarono poi in centinaia di canali prima locali e quindi nazionali.

89 angeli

Gli italiani, da nord a sud, erano contagiati dal suo incessante ottimismo, dalla sua rampante gioventù, dalla sua convinzione di poter conquistare tutto.

Nel 1984 era arrivato a fatturare 60 miliardi di lire: un’ enormità, per uno che era partito vendendo camerette ai biellesi. Così Aiazzone si mise in testa di passare il guado e andare dall’altra parte, diventando un tycoon televisivo.

Comprò allora le frequenze di TeleMontepenice e di Telemilano2, il cui segnale poteva coprire tutta la Lombardia, parte del Veneto e dell’Emilia. Poi iniziò la scalata a decine di altre emittenti locali fino a creare Globo, il network nazionale. Nelle interviste non parlava più di mobili, ma solo di tivù, spot, antenne e videocassette. Proprio come quell’altro – il milanese, una dozzina d’anni più grande di lui – aveva capito che era lì che si faceva il business, quello vero, altro che cucine e tinelli.

E proprio come quell’altro, il milanese, aveva intuito che il sistema mediatico aveva bisogno di un’immagine vincente: si faceva fotografare alla guida di macchine sportive, mentre saliva su aerei privati, accanto a belle ragazze. Decisionista, accentratore, si circondava di yesman ma sapeva essere grato ai suoi collaboratori, Rolex d’oro e robusti bonifici.

Poi, nel luglio del 1986, le strade dei due si divisero, violentemente.

Il milanese stava volando sempre più in alto – aveva appena comprato il Milan e tentava di esportare Canale 5 in Francia. Il piemontese, invece, venne giù con un Piper mentre tornava a Biella dopo una giornata al mare con una donna. Pioveva, c’era tempesta, un fulmine centrò l’aereo. I brandelli del corpo furono ritrovati parecchio sparsi nelle campagne della Lomellina.

Chi non è più un ragazzo si ricorda bene quello che seguì. La commemorazione-spot di Guido Angeli in tivù con il faretto puntato su una sedia vuota, le vecchiette che piangevano davanti allo schermo come se gli fosse morto un nipote, la moglie ancora ragazza che si trovò a ereditare un impero che a poco a poco le si sbriciolò tra le mani.

Poi su di lui scrissero un libro, che si intitolava “L’uomo del fare”: non vi ricorda qualcosa?

GIORGIO AIAZZONE COPERTINA LIBRO

Comunque, quello che hanno assaltato l’altro giorno i creditori è solo l’ombra di quel ch’era stato il grande magazzino Aiazzone. Gli eredi, finché erano in tempo, si erano venduti tutto, marchio compreso.

Così di Giorgio Aiazzone, oggi, è rimasta solo polvere.

Eppure è stato lui il simbolo di un intero decennio. Il simbolo, insomma, di quelli che all’epoca chiamavamo “yuppies”, di quelli che Luca Barbarossa ha descritto nel suo celebre brano: «Sono i figli di quest’Italia, quest’Italia che va di corsa, toglie i soldi dal materasso e li sputtana tutti in borsa».

Lui, insieme al suo omologo milanese, naturalmente.

Certo, uno non ce l’ha fatta e l’altro sì, uno è morto da un quarto di secolo e l’altro è ancora potentissimo, di uno si è persa perfino la memoria e l’altro è comunque già passato alla storia.

Ma fa impressione come per entrambi – o meglio per il loro decennio – sia arrivato proprio negli stessi giorni il brusco momento della richiesta di risarcimento danni.

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/06/03/la-fine-di-aiazzone-e-quella-di-b/

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