Pubblicato da il 30 ottobre 2011.
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Giorgiana Masi, il fiore reciso.

di Fabrizio Gusti

In queste ore si sta parlando di come affrontare il fenomeno della violenza politica, che a Roma, lo scorso sabato, ha raggiunto un clima intollerabile. Una delle proposte che ha fatto più discutere è quella dell’applicazione di una ”Legge Reale 2”. A proposito di ciò, e condannando da principio gli atti di vandalismo e un certa cultura della repressione totale, che emerge ogni qual volta accadono certi avvenimenti e senza la benchè minima analisi ponderata delle cose, vogliamo raccontarvi una storia. Una tragedia lontana (ma vicina) e sicuramente di monito per tutti.

Roma, 12 maggio 1977. Il Partito Radicale, in occasione del terzo anniversario della vittoria referendaria sul divorzio del 1974, promuove una manifestazione-spettacolo a Piazza Navona per sensibilizzare l’opinione pubblica su altri otto referendum. Il “Movimento” aderisce all’iniziativa, soprattutto per quel che concerne la proposta di abrogazione della “Legge Reale”. Questa norma, approvata il 21 maggio del 1975, per volere del Ministro di Grazia e Giustizia in carica, Ovidio Reale, ha in precedenza stabilito delle nuove regole in materia di ordine pubblico. L’obbiettivo, in sostanza, è quello di rendere più facile e meno farraginosa la lotta contro il terrorismo. Per i suoi oppositori, e per non pochi analisti politici, la norma nega alcuni diritti: estende la carcerazione di tipo preventivo; mette nelle condizioni carabinieri e polizia di arrestare qualsiasi sospetto anche senza la flagranza di reato; nega la libertà provvisoria a chiunque sia indiziato di reati contro l’ordine pubblico; autorizza le perquisizioni anche prive di un mandato della magistratura ordinaria; autorizza, nella pratica, l’uso delle armi da fuoco al fine di prevenire omicidi, stragi, sequestri, attentati. La legge, già al momento della sua discussione alle Camere, durante il governo di centrosinistra di Aldo Moro, aveva diviso la stessa maggioranza e creato delle lacerazioni nella parte più garantista della magistratura e della società.  Mario Battaglini, consigliere di Cassazione, sul “Manifesto” aveva scritto: “Io temo più le piccole usurpazioni giornaliere, fatte perlopiù sotto apparenza di bene, che non si avvertono, e talvolta si applaudono, finchè l’abuso diventa costume  e si conosce il male solo quando diventa gigante”. La citazione riprendeva un giudizio espresso da Vincenzo Cuoco, protagonista della rivoluzione giacobina del 1799 a Napoli.

Tutte le preoccupazioni, il 12 maggio, sembrano trovare una giustificazione ed una dimostrazione dei fatti. Il Ministro degli Interni, Francesco Cossiga, nonostante le sollecitazioni per una deroga del divieto di manifestare, promosso pochi mesi prima, non autorizza l’incontro dei radicali. Per questi motivi già alle ore 13 la polizia entra in Piazza Navona e smonta tutte le apparecchiature preparate per lo spettacolo musicale che avrebbe dovuto prendere il via da lì a poco. Alcuni esponenti del “PR”, tra i quali Gianfranco Spadaccia, tentano di bloccare l’intervento delle forze dell’ordine sdraiandosi sugli amplificatori. Vengono trascinati via e picchiati. Alle 14 la piazza è circondata da un cordone di agenti in tenuta antisommossa. Persino i giornalisti, che cercano di avvicinarsi per svolgere il loro mestiere e per fare delle foto, vengono respinti in malo modo, percossi e presi a calci. Ma è davanti al Senato che si accende la tensione. Dopo alcune scaramucce isolate, Mimmo Pinto, nonostante il suo incarico da parlamentare, viene malmenato assieme ad alcuni ragazzi. A questo punto tutta la zona viene investita da una serie di violenze inaudite. A Piazza San Pantaleo vengono lanciati i primi lacrimogeni verso Via dei Baulari. I manifestanti convergono tutti su Campo dei Fiori, mentre nel frattempo alcune jeep cominciano su Corso Vittorio un pattugliamento, nel corso del quale un giovane viene colpito da un candelotto alla schiena mentre è fermo sul marciapiede. Intorno alle ore 18, nei pressi di Piazza San Pantaleo, durante le ripetute cariche della polizia alcuni agenti sparano con armi in loro dotazione. Due giovani rimangono feriti. L’intervento delle guardie è sostenuto palesemente da alcuni individui vestiti in borghese, i quali, armati di spranghe e pistole, si confondono talvolta con i manifestanti. La dimostrazione è oramai divisa in due, per una scelta cosciente degli organizzatori, tra “non violenti” (intorno a Piazza Navona) e coloro che erigono delle barricate sulle strade e si spostano verso Trastevere unendosi ad un corteo proveniente da Testaccio. Su Ponte Garibaldi, nell’intento di sgombrare una barriera, un carabiniere è raggiunto di striscio da un colpo di arma da fuoco. E’ marginalmente a questo ennesimo fatto che avviene la tragedia.

Giorgiana Masi, 19 anni, intorno alle ore 20, è centrata da un colpo di rivoltella. La pallottola entra pochi centimetri sotto l’ombelico ed esce dalla ragione lombare. La giovane, che è in compagnia del fidanzato Gianfranco Papini, si accascia al suolo. Viene trasportata d’urgenza al Nuovo Regina Margherita. Alle 20.30 muore. Giorgiana, che abitava nella zona nord di Roma, sulla Trionfale, frequentava il liceo scientifico “Pasteur”. Era andata sul luogo dove le hanno sparato per firmare i referendum. Il giorno dopo il suo decesso, nel commentare il suo impegno politico, usciranno ben tre versioni: la prima dipingerà la ragazza come non eccessivamente impegnata politicamente; la seconda, più veritiera, sarà quella del fidanzato, il quale sosterrà la tesi dell’atto di impegno non violento a favore delle iniziative radicali; la terza, più forzata, innalzerà Giorgiana al ruolo di militante femminista. Sempre il giorno 13, il quotidiano “Il Messaggero” pubblica la foto di un agente in borghese armato durante gli scontri. Il 14 maggio il giornale rincara la dose, mettendo in mostra altri scatti, nei quali si distinguono  nettamente alcuni poliziotti che sparano tra la folla vestiti da “autonomi”. A confermare questo tipo di svolgimento dei fatti intervengono anche delle testimonianze visive.  Un’emittente privata romana manda in onda un documento, realizzato dal Partito Radicale e “Lotta Continua”, in cui sopra il commento delle varie note del Viminale con le quali si smentiscono tutte le polemiche sull’uso improprio e gratuito delle pistole da parte delle forze dell’ordine, vengono mostrate le sequenze di un poliziotto in uniforme e casco che spara ad altezza d’uomo dall’uscio di un palazzo.

Chi ha ucciso Giorgiana? Inizialmente si parla della responsabilità di due giovani su un’auto (o una moto) e di un colpo partito inavvertitamente dai dimostranti. Un’altra notizia, durante il tam-tam delle radio libere subito dopo gli incidenti, punta il dito contro un paio di uomini vestiti da vigili urbani, i quali, a bordo di una due ruote, avrebbero tirato contro un gruppo di persone, tra le quali c’era anche Elena Ascione, di 32 anni. Lei stessa affermerà di essere stata raggiunta dai proiettili sparati dalla polizia. La strada delle indagini è intricata. E tale rimarrà. Il Ministro Cossiga, da par suo, nonostante la non brillante figura fatta in Parlamento nel resoconto sui fatti del 12 maggio, non viene defenestrato dal suo incarico.

Giovedì 26 maggio Marco Pannella si presenta negli studi della Rai in occasione dei quindici minuti a lui destinati per il programma “Tribuna politica”. La trasmissione viene preceduta da una nota della commissione parlamentare di vigilanza della Rai che deplora le dichiarazioni fatte dal politico. Una parte del testo afferma: “Le accuse di Pannella sono infondate e in contrasto con i principi della correttezza indicati nel regolamento della commissione”. A queste parole si aggiungono quelle provenienti direttamente dagli uffici del Viminale: “Le accuse a Cossiga sarebbero gravissime ed infamanti se provenissero da altri: pronunziate da Pannella sono solo indecenti, sconsiderate e inutilmente provocatorie”. Pannella, nel corso del suo intervento, punta l’indice direttamente contro il Ministro degli Interni:  “Il 12 maggio – dice – Cossiga ha costretto giovanissimi poliziotti a vestirsi da assassini per fare leggi più fasciste ed ammazzare passanti”. E si butta, con forza e veemenza, “contro i tenutari del regime della violenza e della corruzione che vogliono impedire il successo degli otto referendum, un’iniziativa sostenuta dai cittadini che non hanno diritto perché non sparano, non ammazzano, non si mettono alla portata delle P38 di Cossiga e dei suoi complici”. Quindi mostra alcuni documenti fotografici degli scontri e continua: “Il 12 maggio ce n’erano a centinaia di questi assassini di poliziotti. Ma erano poliziotti! Noi questo lo dobbiamo dire”. Dopo aver definito gli stessi agenti “lupi scesi dalle montagne per farci paura” continua: “Giorgiana l’hanno respinta e uccisa, mentre andava solo a firmare”.

Nel 1997, vent’anni dopo la morte di Giorgiana Masi, in occasione di uno speciale di Raidue intitolato “L’anno che non finì”, Marco Pannella, commentando il sanguinoso pomeriggio del 12 maggio, ha confermato: “Il Viminale voleva trenta o quaranta morti tra Piazza San Pantaleo e Campo dei Fiori. Ciò non fu possibile grazie alla nostra non violenza. Il fatto di Ponte Garibaldi fu evidentemente un caso incontrollabile”.

Cosa sia accaduto quel giorno è rimasto nel giudizio sospeso della storia. Ciò che è certo è che le forze dell’ordine effettuarono indubbiamente dei gravi errori di valutazione che sono rimasti insoluti e senza colpevoli. L’unica notizia sicura rimasta come lascito triste e come memoria di quelle drammatiche ore nel centro popolare di Roma è la morte di Giorgiana, vittima della folle violenza politica di quegli anni, dell’inflessibilità di un’azione di forte contenimento dei fenomeni di turbativa sociale e di un piano che si rivelò in fondo disastroso. Un manifesto del movimento femminista citerà : “A Giorgiana…se la rivoluzione di ottobre fosse stata a maggio – se tu vivessi ancora – se io non fossi così impotente di fronte al tuo assassinio – se la mia penna fosse un’arma vincente – se la mia paura esplodesse nelle piazze – coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola – se l’averti conosciuta diventasse la mia forza – se i fiori che abbiamo regalato – alla tua coraggiosa vita nella nostra morte – almeno diventassero ghirlande – dalla lotta di noi tutte donne – se…non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita – ma la vita stessa, senza aggiungere altro”.

Nel 1991 una delegazione del “Fronte della Gioventù” (l’organizzazione giovanile del Msi), comandata dal segretario provinciale Luca Panariello, andrà a rendere omaggio, con un atto abbastanza clamoroso, alla memoria di Giorgiana nel quattordicesimo anniversario della sua precoce fine. Nel comunicato del “FdG” di Roma in cui venne annunciata la deposizione di un mazzo di fiori davanti la lapide che ne ricorda l’uccisione, si condannò quella strategia della tensione che fu funzionale – diceva il testo – “alla repressione di ogni velleità antagonista ed al rafforzamento del sistema del potere democristiano”.

Fu così che i morti di destra e di sinistra trovarono tutti una medesima dimensione, divenendo agnelli sacrificali di un progetto politico che travolse gli attivisti e i militanti o figli di popolo che avevano scelto di indossare una divisa anziché impugnare l’asta di una bandiera di partito o di movimento.

Il 14 maggio del 1977, a due giorni dalla scomparsa della Masi, viene indetta una manifestazione di protesta a Milano. Improvvisamente un gruppo di autonomi si stacca dal grosso del corteo e, all’altezza di Via De Amicis,  spara contro la polizia. Cade l’agente Antonino Custrà. Altri due suoi colleghi rimangono feriti. Durante l’incursione un fotografo immortala la scena. L’immagine dei due giovani che fanno fuoco con il passamontagna in testa fa il giro del mondo.

Mauro Grispigni, sul suo saggio “Il settantasette”, proprio a commento dell’omicidio di Custrà, ha scritto: “Ancora una volta una scelta folle ed omicida di chi ormai utilizza il movimento solo come massa di manovra, cancella dalla scena il dolore, la rabbia, le rivendicazioni, le soggettività di un intero movimento. Al centro, evento mediatico, “il-giovane–autonomo–mascherato–con–la-pistola”. Tutto il resto – Giorgiana Masi, Cossiga, gli agenti in borghese, le violenze della polizia, i pestaggi, i caroselli dei gipponi, il divieto di manifestare – non c’è più, forse non è mai esistito”.

Di chi fu la colpa? Giorgiana ed Antonino, con i loro corpi distesi, di certo non poterono domandarselo.   Oggi, a distanza di tutti questi anni, è bene non andare incontro a quel declino morale che fece precipitare la nazione in un tunnel angosciante.

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