Quale futuro per l’impresa in Italia? Ne hanno parlato a Roma industriali e studiosi, coordinati Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis. Cinque i grandi temi toccati: La bilancia commerciale e i ritardi dell’Italia, il futuro delle pmi, l’innovazione e le aggregazioni per riposizionarsi nel mercato e il ruolo che dovrebbe assumere lo Stato. Se per crescrere sul mercato c’è bisogno di innovazione, per le nostre piccole medie imprese questo è possibile solo se si uniscono e aumentano di dimensioni.
Innovazione, internazionalizzazione, specializzazione qualitativa, aggregazione e crescita dimensionale. Sono queste le parole d’ordine uscite con forza dal convegno “L’industria nella costruzione dell’Italia Unita – Paradigmi e Protagonisti”, organizzato venerdì scorso a Roma dalla Fondazione Edison e dall’Accademia dei Lincei. L’appuntamento, che ha visto la partecipazione di alcuni tra i massimi studiosi ed esperti dei diversi comparti della manifattura italiana, si è concluso con un tavola rotonda. Coordinata da Alberto Quadrio Curzio, vicepresidente dell’Accademia dei Lincei e da Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison, vi sono intervenuti Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, Umberto Quadrino, già ad di Edison e attuale Presidente della omonima Fondazione, Dario Rinero, ad del gruppo Poltrona Frau, Michele Tronconi, Presidente di Sistema Moda Italia.
Quadrino ha aperto la discussione confermando come «il parametro della bilancia commerciale dia un primo segnale importante della competitività di un settore industriale: semplificando, se siamo attivi significa che il settore è competitivo, se siamo negativi, ci sono dei problemi di competitività». Se guardiamo oggi quali sono le voci passive della bilancia commerciale, emerge che la più importante componente passiva è rappresentata dai minerali e dagli energetici: 55 miliardi di deficit. Si tratta di un valore colossale», commenta Quadrino, che poi aggiunge una pungente annotazione: «Abbiamo fatto due referendum in Italia contro il nucleare, che era l’unica leva per ridurre il deficit energetico; quindi consapevolmente o inconsapevolmente il Paese ha scelto che anche nei prossimi anni il deficit energetico sarà di questo ordine di grandezza. Sicuramente le energie rinnovabili potranno giocare un ruolo, ma con il prezzo del petrolio così come l’abbiamo oggi, i materiali energetici saranno un grosso peso anche per il futuro».
L’elettronica è, rispetto alla bilancia commerciale, in terreno negativo per per ben 22 miliardi, di cui circa 10 dovuti a pannelli solari: un effetto delle incentivazioni è anche questo, poiché, come precisa con una certa amarezza Quadrino «noi non siamo né produttori di pale eoliche, né di pannelli solari». La chimica è un’altra voce passiva (13 miliardi), mentre l’agroalimentare ha un deficit di 8,7 miliardi, anche se va detto, come ricorda Quadrino, che «il settore è sempre stato una spina per l’Italia, perché da sempre il Paese consuma prodotti alimentari più di quanti ne produce e ne esporta».
Altra nota dolente è rappresentata dall’industria dei trasporti: il passivo è pari a 8 miliardi, imputabili al settore auto e se la bilancia non fosse positiva per elicotteri, navi, motociclette, il quadro sarebbe ancora più pesante. «Il comparto della meccanica – precisa Quadrino – spina dorsale della nostra competitività è sempre stato in forte e crescente attivo e, con i suoi alti e bassi, ha saputo mantenere ed incrementare la propria competitività: 400 milioni nel 1970, 3,7 miliardi nel 1980, 13 miliardi nel 1990, 30 nel 2000, 43 nel 2010». Altri due settori che hanno avuto un contributo competitivo crescente fino al 2000, per poi subire un arretramento negli anni seguenti, sono abbigliamento-calzature e mobili-gioielli. Nel primo caso l’attivo è di 11 miliardi nel 2010 (erano 21 nel 2000), mentre nel secondo caso la bilancia è stata positiva per 8,3 miliardi (13 nel 2000).
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/competere-le-imprese-devono-aggregarsi-e-innovare#ixzz1f0sa4MnU
Ray'slecht' Molinaro
29 novembre 2011 at 10:44
il problema è che a volte non è possibile…io con partita iva vorrei unirmi ad altri,lavoriam in campi diversi,anche se simili e collegati,ma per farlo dobbiam per forza crear 1 nuova azienda con 1 marea di tasse e spese…
Shirley Moore
29 novembre 2011 at 11:23
sento sempre parlare di innovazione e incentivi per la crescita ma non ho mai sentito COSA vogliono fare per realizzare questo scopo. Qualcuno ne sa qualcosa?