Non ho letto nessun commento circa la homepage di Google dedicata ieri nientepopodimento che a Diego Rivera. Uno degli artisti piu’ politicizzati del secolo scorso. Un trozkista.
Sessant’anni fa, le circostanze e la poverta’ spinsero Rivera ad accettare una commissione per Rockefeller – Rockefeller, il maiale di Wall Street per definizione! – che fece volare il pittore messicano a New York, gli fece disegnare un enorme murale e poi glielo cancello’: perche’ dentro c’era Lenin. Ma gli artisti devono solo benedire la censura, che sta all’arte come un video di un pestaggio in caserma sta al rivoluzionario. La censura e’ stata superata dal Postmoderno e dal suo fetore virtuale. Infatti il vero tiro birbone, il vero scherzo storico e’ quello di Google: che, subdolamente, non distrugge la memoria di Rivera – non ne ha certo paura! – , ma anzi la ribalta. Mettendola esposta. Facendo dire a noi manipolati e manipolabili: “ma quanto sono simpatici quelli di Mountain View!”. E vai di sharing.
Che smacco per tutti coloro che pretendono di ‘vivere d’arte’, i presunti ‘ribelli’ che spesso sono i primi a tradire l’Arte, a dovergli infliggere la coltellata mortale nel costato, come parassiti sdentati. Del resto questa e’ l’Arte alienata e mediata dai social network – dei media proprio perche’ mediano, distaccano, espongono, volgarizzano -: “un cadavere che rifiuta di stare steso, un simulacro moribondo”, avrebbe detto Hakim Bey.
E il Capitale – immateriale, ma pure sempre capitale – con l’uso dell’ironia ha trovato il modo di essere piu’ penetrante dell’Arte.
Paolo Mossetti