Le scellerate conseguenze delle liberalizzazioni

Cresce la tensione alla vigilia degli incontri per le
liberalizzazioni, un pacchetto di misure che ufficialmente servirebbe a favorire sviluppo e crescita, e che il governo intende varare il 19 gennaio. Cerchiamo di capire cosa vuol dire liberalizzare e quali siano le conseguenze. L’effetto delle liberalizzazioni/privatizzazioni sono sotto gli occhi di tutti, eppure si fa fatica a prenderne coscienza.
E’ dimostrabile che l’idea per cui le
liberalizzazioni e le
privatizzazioni portino benefici all’economia è semplicemente una distorsione della realtà.
I veri effetti di questa pratica possono essere riassunti nei seguenti punti:
- aumento dei prezzi
- distruzione di posti di lavoro ed all’abbassamento degli stipendi dei lavoratori e dei fatturati delle piccole imprese
- concentramento di capitale in poche ricchissime mani
- peggioramento del rendimento finanziario delle aziende privatizzaterispetto alla generalità del mercato finanziario italiano
Il processo di liberalizzazioni-privatizzazioni iniziò in Italia nel 1992. La motivazione ufficiale che portò a questa fase di stravolgimento degli assetti proprietari dell’impresa pubblica nazionale fu quella dell’elevato debito pubblico che andava ridotto. A ciò si aggiungeva e si legava, la questione di una maggiore “libertà” del mercato, con cui la preminente presenza pubblica in settori strategici e non, confliggeva.
La normativa di liberalizzazione in materia di commercio emanata durante gli anni ’90, ed in particolare l’eliminazione dei vincoli di distanza per l’apertura di attività commerciali, ha di fatto rappresentato la porta d’ingresso a poche grandi catene commerciali. Secondo il rapporto 2006 Unioncamere, nel triennio precedente, il fatturato del commercio per le piccole attività ha subito effetti negativi, mentre quello della grande distribuzione è stato positivo.
Il Rapporto 2007 Unioncamere, sulla natalità e mortalità delle imprese italiane, afferma:
“la selezione darwiniana innescata dai processi di globalizzazione dei mercati sta operando in profondità sulle imprese più piccole, isolate e prevalentemente localizzate al Sud. Diventa fondamentale, quindi, l’intervento delle istituzioni…per accompagnare questo percorso e non disperdere l’importante patrimonio di abilità delle piccole imprese italiane”
Nel rapporto Unioncamere 2007 si denuncia che nel giro di appena un anno sono state chiuse 390.209 imprese (5% del totale). La propaganda demagogica per far accettare alla popolazione la nuova normativa di liberalizzazione era quella per cui tutti dovevano avere il diritto di trovare sotto casa il negoziante di scarpe piuttosto che di giocattoli. La normativa parlava di “una più capillare distribuzione dei prodotti sul territorio”. Come tutti sappiamo, invece, i prodotti hanno finito per concentrarsi in centri commerciali che hanno sostanzialmente preso il monopolio del mercato.
Analizzando i dati del 2006 del Ministero dell’Economia risulta assolutamente falsa l’idea secondo cui le liberalizzazioni portino ad un abbassamento dei prezzi. I prezzi dei beni e servizi liberalizzati sono cresciuti costantemente più delle tariffe e dei prezzi al consumo. Come si può notare nel grafico, le tariffe sono cresciute meno dei prezzi al consumo, mentre i prezzi dei beni e dei servizi liberalizzati sono cresciuti costantemente più delle tariffe e dei prezzi al consumo.
La teoria, che non ha trovato riscontro con la realtà è che, aumentando l’offerta, i prezzi inevitabilmente sono destinati a scendere. In teoria dovrebbe funzionare così, ma nella realtà dei fatti, vivendo in un mondo speculativo e senza regole, in cui non esiste la concorrenza pura, gli operatori più forti “mangiano” quelli più deboli. L’effetto a medio termine consiste, di fatto, in fenomeni di acquisizione da parte degli operatori più forti di quelli più piccoli, venendosi a creare oligopoli (emonopoli nei casi peggiori), che non fanno altro che diminuire la concorrenza e generare un incremento inevitabile dei prezzi.
Non è un caso che i sostenitori delle liberalizzazioni pongano come (unico) esempio positivo la
riduzione dei costi dei voli aerei.
E’ ovvio che siano diminuiti: in questo caso la concorrenza ha un effetto tangibile perchè non può essere soffocata dall’anomalia degli oligopoli, in quanto i proprietari delle compagnie aeree sono gli oligopoli stessi. In altre parole, poichè una compagnia aerea costa quel che costa, può essere acquistata solo da grandi gruppi finanziari che generalmente rappresentano gli oligopoli di cui sopra, e quindi viene meno l’effetto “pesce grande mangia pesce piccolo” che annulla l’effetto positivo della liberalizzazione teorica.

La normativa di liberalizzazione in materia di locazione abitative (art.1 431/98), anch’essa varata negli anni ’90, ha provocato un aumento vertiginoso dei canoni di affitto. Provate a cercare una camera in affitto a Roma e vedrete che con meno di 500€ al mese non troverete nulla (l’intero appartamento non viene meno di 1.000€/1.200€). La propaganda demagogica di quegli anni voleva che il piccolo risparmiatore che per una vita aveva messo da parte denaro per comprarsi una seconda casa, non potesse utilizzarla per la figlia appena sposata, per colpa di una rigida normativa a tutela degli affittuari a cui erano concessi troppi anni di godimento dell’immobile prima dello sfratto, con l’inevitabile conseguenza di generare la tendenza a mantenere sfitto l’immobile.

E che dire, invece, della liberalizzazione delle compagnie assicurative. L’ISVAP, autorità indipendente che dal 1982 controlla la stabilità del mercato delle assicurazioni, effettua un monitoraggio trimestrale delle tariffe r.c. auto relative a quattro profili di assicurati nelle province capoluogo di regione. I dati 2010 evidenziano aumenti tariffari per tutte le tipologie di assicurati osservate con incrementi particolarmente marcati nell’ultimo semestre dell’anno. Secondo un’indagine conoscitiva del Giugno 2011, nel periodo 1° aprile 2010 – 1° aprile 2011, si è rilevato che la tariffa per un 40enne nella classe di massimo bonus, è cresciuta in media del 9% su base nazionale, con aumenti del 4,1% al Nord, del 5,2% al Centro e del 18,1% al Sud. Nel caso di un assicurato 18enne neo patentato, a fronte di un incremento medio su base nazionale del 12,5%, gli aumenti sul territorio sono stati rispettivamente del 16,8% al Nord, del 14,7% al Centro e del 5,6% al Sud.
Un altro dei temi forti della politica degli anni ’90 (non è cambiato niente in 20 anni…) è stato la riduzione del debito pubblico attraverso la privatizzazione della pubblica impresa. Dalle drastiche privatizzazioni si raccolsero in 8 anni appena 198.000 miliardi di lire. Il debito pubblico italiano venne ridotto del 7.92% a fronte della svendita di perle del capitalismo italiano (Comit, Credit, IMI, ENI, Enel, Telecom Italia), determinando un significativo impoverimento delle entrate di cassa, nonchè degli asset indistruali che rappresentavano la spina dorsale dell’economia pubblica nazionale.
Parallelamente al piano di privatizzazioni, l’economia italiana ha registrato uno sviluppo più contenuto di quello medio dei Paesi Ocse, con una riduzione della capacità di crescita economica del 67% dal 1991 al 1999. Il tutto sotto l’attenta regia dell’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi.
Ora, 20 anni dopo, stiamo rivendo come in un incubo gli stessi soprusi, aggravati da una crisi economica senza precedenti. Basterebbe un po’ di memoria storica ed un minimo di coscienza.
Fonti:
1) La distruzione dello Stato Sociale attraverso la catastrofe delle liberalizzazioni-privatizzazioni in Italia (Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà www.movisol.org)
2) Indagine conoscitiva sulle determinanti della dinamica del sistema dei prezzi e delle tariffe, sull’attività dei pubblici poteri e sulle ricadute sui cittadini consumatori (ISVAP)
Alessio Sese
23 gennaio 2012 at 23:05
meglio tenersi le lobby mafiose…
Giovanni Raeli
23 gennaio 2012 at 23:07
ma voi cosa cazzo proponete? una beata minchia porca miseria commentate dall’alto della vostra conoscenza…..
Giancarlo Menichetti
23 gennaio 2012 at 23:10
Le liberalizzazioni non vanno bene le riforme non servono ma in questo bel paese cosa si deve fare? andiamo avati cosi.
Enrico Ricciatti
23 gennaio 2012 at 23:20
A me quello che spaventa alle volte è la beata ignoranza di chi scrive questi articoli, dire che Mario Draghi è stato governatore della banca d’italia dal 1991 al 1999 è una emerita cazzata, lo sanno anche le galline di mia nonna che Draghi è diventato governatore della banca d’Italia dal 2006 al 2011. Quindi pregherei chi scrive questi articoli, ma sopratutto chi li inoltra, di controllare le fonti. in modo così da non fare figure da peracottari ( venditori di pere cotte).
Fabio Era
23 gennaio 2012 at 23:36
enrico sei tu um neato ignorante
Fabio Era
23 gennaio 2012 at 23:41
ops beato dicevo. giudichi un articolo per una data sbagliata. non e’ certo con le liberalizzazioni che si sconfigge la mafia
Paolo Boarini
23 gennaio 2012 at 23:52
E allora continuiamo a fare in modo Che per essere notaio sia necessario essere figlio di notaio, Che per essere professore bisogna avere uno zio professore, per aprire una farmacia pagare il presidente della asl e per prendere un taxi camminare e camminare fino ad arrivare al parcheggio dove stanno i tassisti leggendo il giornale…..
Flavia Giudetti
24 gennaio 2012 at 10:32
Vi andava bene il nano e le escori?
Enrico Ricciatti
24 gennaio 2012 at 13:29
Sarebbe interessante che l’estensore dell’articolo ci spiegasse come mai se aumenta la concorrenza aumentano pure i prezzi. Queste sono postulati che debbono essere provati da studi, non da dichiarazioni di fede.Io ho lavorato in una multinazionale che fino a che ha detenuto il brevetto ha imposto i suoi prezzi, scaduto il brevetto i prezzi, grazie alla concorrenza, Sono drasticamente calati. Questa è economia.
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