- Ines Della Valle per Informare per Resistere -
I dubbi sull’esito pacifico di oggi si sono dissolti in un’atmosfera festosa, una piazza piena, una miriade di bandiere.
La bandiera egiziana: se la sono ripresi con la rivoluzione, prima non era un simbolo amato perchè veniva associato al regime.
Per tutto il giorno sono arrivate marce, da ogni parte della città. La piazza si è rimpita ora dopo ora, piena come lo era stata l’anno scorso.
Celebrazioni, ricordi, volti dei martiri sui poster. I bambini con la bandiera dipinta in faccia. Ha tutta l’aria di una festa di liberazione, accentuata dal fatto che i militari hanno promosso il 25 gennaio a festa nazionale, giorno di vacanza.
Sono con un ragazzo egiziano, che ad un certo punto mi indica una fotografia appesa in messo alla strada. “Lui è un mio amico, un mio caro amico”. E’ morto a dicembre, un cecchino da un tetto. “Non ti puoi nemmeno immaginare che persona era”. Mi fa un cenno indicandomi la piazza, con sorriso amaro e un’espressione che non necessita parole.
L’emozione è forte, la rivoluzione lo è altrettanto.
C’è una parte di egiziani che non intende far passare questa giornata come una semplice “celebrazione”. “Non siamo qui per festeggiare”. Nell’aria c’è altro. Adesso qual è il prossimo passo?
Da circa un’ora girano voci, su Twitter di una folla che si sta radunando a Maspero, al palazzo della tv di stato. Alcuni addirittura invitano a lasciare Tahrir e dirigersi lì.
La tv di stato, uno dei principali organi di censura della rivoluzione. E anche oggi, senza smentirsi, afferma che le persone sotto Maspero stanno festeggiando, non protestando.
Ieri sera, invece, ci siamo accorti che la fotografia dei parlamentari che dormono durante la riunione è misteriosamente sparita da tutte pagine facebook in cui era stata vista.
“We are not done yet.
We won’t give up our rights.
We will win.”