Valeria Marino Pubblicato da il 4 febbraio 2012.
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Lettera di una mamma (poco) monotona a Monti

di Manuela Campitelli

Caro Presidente,

diciamocelo francamente, la sua è stata davvero una battuta infelice. Glielo dico da donna precaria, in scadenza da sempre, soprattutto da quando sono diventata mamma. Da 14 mesi a questa parte, la condizione di precarietà che mi accompagna dai tempi dell’università prima, della specializzazione e del praticantato poi, è diventata la vera monotonia.  Ecco, il punto è proprio questo: se, come dice lei,  “è bello cambiare” e “accettare nuove sfide”, le assicuro che nella nostra precarietà a tempo indeterminato non solo non c’è niente di bello, ma non c’è neanche il cambiamento.
E l’unica sfida al massimo è quella di sopravvivere senza stipendio. La sua affermazione sarebbe pur condivisibile, se la precarietà fosse flessibilità e garantisse continuità lavorativa e di retribuzione. Nel nostro caso, invece, è un’imposizione inutile alla nostra crescita professionale e umana.

Caro Presidente, le parole hanno un senso. E in questo caso la superficialità non ha giocato a suo favore perché tale senso è stato ampiamente ignorato. Provo quindi a raccontarle io cosa c’è dietro la condizione di una mamma precaria. Una mamma precaria ha scarse possibilità di accedere a un nido comunale perché, se al momento di presentare la domanda si trova temporaneamente inoccupata, non avrà punti in graduatoria. In tal caso, se vuole continuare a lavorare, dovrà rivolgersi a un nido privato, al costo di circa 400 euro al mese. Ma senza un lavoro è difficile che possa permettersi una struttura del genere e, al contempo, senza nido è improbabile che possa andare a lavoro. Una mamma precaria, nella maggior parte dei casi, non godrà della maternità, perché verrà mandata a casa prima. Una mamma precaria, qualora non venisse mandata a casa, vivrà i trimestri della sua gravidanza con un peso sullo stomaco, ben più gravoso del pancione che cresce. Una mamma precaria sarà costretta a nasconderlo quel pancione, per racimolare ogni settimana in più di lavoro.
Una mamma precaria vivrà il futuro col dubbio di aver fatto la scelta giusta e si sentirà offesa, ferita e incompresa quando le chiederanno: ma se sei precaria chi te lo ha fatto fare? E lei ci penserà su tutti i giorni, prima di trovare inequivocabilmente la risposta negli occhi di suo figlio. Una mamma precaria vorrebbe rispondere che l’unica domanda da porsi è se è accettabile, oggi, considerare i figli un lusso, ma non oserà farlo, per il timore di essere giudicata.

Una mamma, o meglio, una coppia di genitori precari, nella maggior parte dei casi costruiranno unnido precario, niente di più innaturale, perché nessuna banca gli concederà mai un mutuo.  Una mamma precaria rientra in quelle 800mila donne licenziate, o costrette a lasciare il lavoro, per cause legate alla maternità (ovvero l’8,7% delle donne lavoratrici con almeno un figlio, secondo le stime della Cgil) e fa parte di quel milione di donne secondo cui in Italia coniugare maternità e vita professionale è impossibile, soprattutto per quelle giovani (13% dei casi), che vivono al Sud (10%) e con bassi titoli di studio (10%). Una donna precaria potrebbe subire il fenomeno illegale delledimissioni in bianco, in base al quale le aziende spesso fanno firmare alle neoassunte delle dimissioni senza data da compilare in caso di futura gravidanza.

Una donna, anche se non precaria, avrà sempre una retribuzione netta mensile del 18% in menorispetto agli uomini ( 1.077 euro contro i 1.377 dei lavoratori dipendenti maschi). E questo nonostante, secondo una recente ricerca dell’Università Bocconi di Milano, 100mila donne in più al lavoro porterebbero a un aumento del Pil dello 0,28%. Mentre, per la Banca d’Italia, se il tasso raggiungesse il 60% previsto dagli obiettivi di Lisbona, il Pil crescerebbe addirittura del 7%.

Alla luce di tutto ciò, gradirei davvero sentirmi un po’ monotona, con una retribuzione fissa e dignitosa e con una continuità lavorativa che mi permetta di programmare serenamente il futuro.Perché se al posto fisso ci abbiamo rinunciato da tempoallo stipendio fisso no e neanche ai diritti. Compensi equi e garantiti, ammortizzatori sociali, indennità di disoccupazione, incentivi alle famiglie, accesso ai mutui per i contratti atipici, flessibilità sì ma anche continuità lavorativa.

Caro Presidente, più che pensare alla monotonia di un posto fisso, sempre lo stesso e sempre uguale, preoccupiamoci dell’insostenibilità di un lavoro vacillante, sempre precario e sempre incerto. Talmente mutevole da risultare monotono.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/lettera-mamma-poco-monotona-monti/188785/

17 Risposte a Lettera di una mamma (poco) monotona a Monti

  1. Omar Siviero Rispondi

    4 febbraio 2012 at 11:09

    Standing Ovation per questa Madre con la M maiuscola!
    Spero che il tuo grido sia ascoltato, perché è quello di tutte le donne precarie di oggi, ma anche dei compagni e dei mariti che le ascoltano e cercano insieme di mandare avanti la baracca o di costruirne una con tutti i rischi e le difficoltà del caso.

    E’ necessario ripartire con una politica totalmente diversa che tuteli le persone prima delle banche e dei politici, dato che a mantenere questa gente siamo noi

  2. Michele Rispondi

    4 febbraio 2012 at 11:36

    Il problema è uno solo, “loro” hanno la pancia piena!!!!!
    Cosa ne possono sapere dei sacrifici che si fanno, ogni giorno, per tirare avanti una famiglia, il posto fisso . . . . è stato e sarà sempre una chimera per la mia generazione, figurarsi per quella dei nostri figli e mi fermo qui, non voglio parlare dei nostri nipoti.
    Il posto fisso è sempre stato il mezzo per arrivare al potere, quanti carrozzoni politici sparsi in tutta l’Italia, quanti sperperi ai danni dei poveri “imbecilli” che pagano le tasse e fanno sacrifici, però, penso, anzi spero, che la botte oramai sia piena;
    Attenti che potrebbe tracimare . . . . .

  3. barbara Rispondi

    5 febbraio 2012 at 16:26

    Da Mamma a Mamma, girerei questa lettera ad un’altra mamma:
    la Fornero, hai visto mai le si schiariscano le idee…

  4. anna emma Rispondi

    9 febbraio 2012 at 20:52

    Cara mamma precaria hai tutto il mio affetto e ti stimo anche se sono sicura che sara’ difficile che il nostro caro PRESIDENTE MONTI ci risponde in quanto io ho mandato una lettera al Presidente FORNERO circa un mese fa’ mah attendo ancora una sua risposta………!!!!!!! Io sono una OVER 45 in cerca disperata di un lavoro e sapessi che situazione di disagio che provo quando porto i miei cv e mi rispondo se è mia figlia che cerca il lavoro…….!!!!!! invece sono io che ha 48 anni non riesco rinserirmi nel “nuovo mondo ” del lavoro perche’ sono “vecchia” dal sistema produttivo, sono pero’ troppo giovane per godere di tutele previdenziali anzi, ho scarse probabilita’ di averne anche in futuro. Che cosa posso fare per potermi guadagnare la cosidetta “pagnotta”?. Sono disperata e non so’ piu’ cosa fare e neppure la disoccupazione straordinaria di cui ho diritto non arriva dicono che l’inps è indietro con i pagamenti!!!!!!!!! questa è l’Italia e come dice la costituzione il LAVORO E’ UN DIRITTO!!!!!!! ti abbraccio forte e intanto goditi il tuo bambino è l’unica consolazione che rimane!!!!!!! Anna Emma da CAORLE

  5. Gina Bondi Rispondi

    10 febbraio 2012 at 20:53

    Precarietà e flessibilità e …. noi?

    Cito dall’articolo, che consiglio a noi tutti di leggere, se “la precarietà fosse flessibilità [....] Nel nostro caso, invece, è un’imposizione inutile alla nostra crescita professionale e umana.”

    Purtroppo, a quanto osservo e sperimento, questo è ciò che accade ed ha effetti, che comunque dovremo soffrire anche quando non ci riguardano, da subito, direttamente.

    Ciò che è “inutile alla nostra crescita professionale e umana” ci impoverisce tutti.

    Da 20 anni sperimentiamo un modello di flessibilità dei rapporti di lavoro. Noi tutti potremmo avere elementi sufficienti, per poterne avviare un bilancio. Se preferiamo non farlo, già possiamo vedere come questo non ci libera dal subirne, tutti, in vario modo, le conseguenze.

    Il livello di internazionalizzazione ormai raggiunto dalla divisione del lavoro (globalizzazione), consente che, non solo essere privi di lavoro ma anche impiegare il nostro tempo in attività scarsamente qualificate, possa impedirci di provvedere ciò che consideriamo indispensabile per la nostra sopravvivenza.

    Se le informazioni che ho ricevute sono corrette, stiamo cercando di compensare con il 30% di tutto il nostro lavoro ciò che ci occorre e che localmente non riusciamo a fornire.

    Col restante 70% delle nostre attività lavorative forniamo ciò che, localmente, scambiamo.

    Oltre questo 100% esiste il lavoro che ci manca, mentre abbiamo abbondanza di chi tra noi è disoccupato o sottoccupato, perchè ci manca di sapere condurre attività adatte a fornire ciò, che può essere globalmente accettabile e, quindi, trovare una sua collocazione nel mondo.

    Mi pare ora interessante interrogarci, per tentare di capire. Possiamo, ad esempio domandarci

    se sulle nostre attuali difficoltà pesino di più sprechi, dovuti a nostre inefficienze o quelli dovuti a nostre insufficienze nell’organizzarci per sostenere attività che ci richiedono, per funzionare, di far combaciare con cura ciò che ci è poco familiare?

    quanto il modello di flessibilità che stiamo utilizzando può essere, nelle attuali circostanze, adatto a ridurre questo tipo di sprechi?

    quali interpretazioni possiamo ora dare alla flessibilità, per farla aderire all’ interdipendenza implicita nelle modalità con le quali, di fatto, organizziamo il nostro lavoro? Noi tutti forniamo, con ciò che di buono riusciamo a fare, contributi incompleti, parziali e contingenti e riceviamo, da una moltitudine di sconosciuti che mai potremo ringraziare personalmente, tutto ciò che consideriamo indispensabile per la nostra sopravvivenza.

    Rimaniamo attaccati ai guadagni facili anche quando un qualunque singulto di ripienezza, un rutto per intenderci, di un mercato notoriamente ipertrofico, fa ripetutamente volatilizzare liquidità e crediti? Attribuirlo genericamente alla sfortuna, ci serve a risolvere questo problema ? Ci serve qualcosa attribuire al fato le vincite consentite dal gioco d’azzardo? L’unica fatalità sulla quale possiamo probabilisticamente contare è che il banco vince sempre più di qualunque giocatore: spendiamo annualmente 89 miliardi in gioco d’azzardo (di cui 10 in gioco d’azzardo illegale: il nostro volontario tributo alle mafie) e ce ne mancano 8, al bilancio dello stato, per dare ai nostri cittadini più giovani una scuola accettabile.

    Sono solo residui di mentalità feudale a farci privilegiare liquidità e crediti, sono abitudini adatte ad economie che potevano, solo nei momenti migliori, fornirci gli indispensabili mezzi sussistenza, Questo non accadeva quasi mai e, praticamente, mai per tutti e non dovrebbe farci dimenticare come non ci sia comunque possibile acquistare nulla che il nostro lavoro non ci fornisca.

    La mentalità mercantile si è modellata per trasferire eccedenze laddove vi sia scarsità ed ha strutturalmente bisogno di eccedenze come di scarsità. Docilmente, potremo quindi, tendenzialmente sovradimensionare la scarsità ed esibirla rispondendo più che a ciò che accade a nostri costrutti mentali sottilmente distorti. Quando non ne trovavassimo, o quando non trovassimo le informazioni che le consentono di scorgere qualche scarsità, possiamo, al fine di ricrearle, andare incontro ad involuzione, facendo riaffiorare atteggiamenti e modalità più arcaiche di organizzazione delle nostre attività economiche e non solo.

    Inutile che cerchiamo cattiveria in questo, il nostro instupidimento basta a spiegarlo e con la nostra intraprendenza possiamo rimediarvi.

    Intraprendenza, in questo caso, non è sinonimo di improvvisazione. Quando le confondiamo, è frequente che le soluzioni che riusciamo a prefiguraci possono funzionare fino ad un certo punto facendoci sprecare tempo e, spesso, causandoci problemi altrimenti evitabili.

    Intraprendenza non è, neppure, sinonimo di azienda! Quando in un testo inglese leggiamo “enterprise” possiamo consentire che siano le circostanze a chiarirci, se possiamo riferirlo ad intraprendenza o ad azienda. A volte assumerà un significato ed a volte l’altro, senza che dobbiamo tanto arrampicarci sugli specchi, per far coincidere ogni nostra manifestazione di intraprendenza con un’azienda :-)

    L’intraprendenza che forse ora ci può meglio servire è quella che più si avvicina ad attenta e tenera sollecitudine per le nostre fragilità e per la nostra confusione.

    Storie lavorative eccessivamente frammentate e condotte in condizioni così incerte, da renderci impraticabile esercitare la nostra intraprendenza, ci saranno di impedimento nell’avviare e sostenere attività economiche abbastanza evolute da rallentare ed invertire il processo di impoverimento che, soldi a parte, ci accomuna tutti.

    Ciò che è “inutile alla nostra crescita professionale e umana” è, per l’attuale, sottilmente o pesantemente, inadatto alle circostanze. Per condurre con successo attività più evolute ci occorre di padroneggiare competenze trasversali non tradizionali e, quindi, non ancora sufficientemente diffuse, ma che possono essere apprese ed insegnate, sperimentate e praticate, con la schiettezza di giardinieri esperti, sapendo che molti dei nostri tentativi falliranno ma che non ci è necessario che tutti abbiano successo, per ottenere un giardino di cui essere fieri.

    Belle parole? Buone intenzioni? Forse, ma anch’io preferisco essere ottimista e sbagliarmi che essere pessimista ed aver ragione. Al punto in cui siamo, c’è tanto di buono che possiamo fare da poterci bastare per molte vite.

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