Cloro Pubblicato da il 24 febbraio 2012.
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L’austerità mette in ginocchio il Portogallo

di Andrea Perrone

Monta la protesta in Portogallo contro le misure di austerità promosse dal governo e imposte dalla troika: Commissione Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.Rappresentanti dell’opposizione e dei sindacati, e sulla stessa lunghezza d’onda anche i dirigenti delle aziende stanno intensificando la pressione sul governo di Lisbona per rinegoziare i termini del prestito da 78 miliardi di euro al fine di attenuare l’impatto delle misure di austerità che stanno portando l’economia del Paese al collasso.L’appello è stato rivolto per evitare un ciclo depressivo simile alla crisi che ha spinto la Grecia sull’orlo del fallimento, richiesta di fondi di salvataggio più e più tempo a venire tra avvertimenti di rottura potenziali fragile consenso sociale del Portogallo a sostegno del programma di aggiustamento. Il leader del Partito Socialista lusitano e del centro-sinistra, António Seguro, che ha negoziato il pacchetto di salvataggio prima di perdere le elezioni generali nel giugno dello scorso anno, ha chiesto ai creditori internazionali che il Portogallo ha bisogno di “almeno un altro anno” per soddisfare gli obiettivi di bilancio concordati. È la prima volta che uno dei principali partiti politici che hanno firmato l’accordo per gli “aiuti” chiede pubblicamente di rinegoziare l’intesa, perché troppo dura e che obbliga il Paese a profondi tagli alla spesa pubblica, ampie riforme economiche in senso liberista e aumenti fiscali senza precedenti. Una dura recessione e una disoccupazione record sono queste le conseguenze del prestito oneroso, ha osservato Seguro, sottolineando poi l’incapacità dell’attuale governo di centro-destra guidato da Pedro Passos Coelho (nella foto) nel trasformare la crescita economica e l’occupazione in una delle priorità dell’esecutivo. Le difficoltà che attraversa il Paese rischiano di attentare alla tradizionale coesione sociale, tanto che lo scorso fine settimana è esplosa la tensione quando centinaia di manifestanti arrabbiati hanno fischiato e spintonato Passos Coelho, nel corso di una visita ad una fiera rurale.Intanto proseguono le manifestazioni dei rappresentanti dei lavoratori. La principale confederazione sindacale ha annunciato uno sciopero di 24 ore generale per il mese di marzo, il secondo in cinque mesi, segnando una spaccatura nel movimento operaio tra estremisti e un gruppo più moderato che si oppongono allo sciopero e hanno sottoscritto un patto sociale con il governo e datori di lavoro. Ma i segnali che arrivano dall’economia destano molta preoccupazione anche fra gli imprenditori. António Saraiva, leader della Confindustria portoghese, ha avvertito che l’economia si trova di fronte al collasso se le risorse finanziarie non saranno rese disponibili alle imprese. Saraiva ritiene che il Portogallo ha bisogno di altri 30 miliardi di euro in “aiuti”. Il premier Passos Coelho ha più volte insistito sul fatto che il suo governo di coalizione non ha intenzione di chiedere all’Unione europea e al Fondo monetario internazionale altri soldi o eventuali rinvii dei pagamenti per restituire il prestito. Ma ha sottolineato che i creditori internazionali del Portogallo sono impegnati a “continuare nel loro sostegno” qualora il Paese non sia in grado di riportare sui mercati le obbligazioni a lungo termine, entro settembre 2013, come previsto. A preoccuparsi sono anche gli economisti i quali ritengono che il primo ministro alla fine dovrà contrarre un nuovo prestito e si troverà assolutamente incapace nell’affrontare la recessione e con nessuna prospettiva di crescita. In più, martedì scorso dopo l’accordo con la Grecia da parte dell’Ue per il prestito a tassi d’usura da 130 miliardi di euro è apparso evidente che questo non è servito ad aiutare il Portogallo. I tassi di interesse decennali sul debito pubblico lusitano restano oltre il 12,50%, e quindi per il Paese potrebbe essere giunta l’ora di un secondo “piano di salvataggio”, che lo spingerà ancora di più nel vortice del debito, come sta avvenendo con la Grecia, provocando un aumento di povertà, disoccupazione e recessione a danno del popolo lusitano.

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