di Ines Della Valle per Informare per Resistere
Domani avverrà la prima seduta della commissione che dovrebbe riscrivere la costituzione egiziana.L’assemblea costituente è formata da 100 personaggi: 50 dal parlamento e 50 fra sindacati, membri della società civile e altre figure prominenti.
L’aria in Egitto è stagnante, in questi mesi. “La rivoluzione incompiuta”, la chiamano.
L’attesa per le elezioni presidenziali, che si terranno a fine maggio, è cadenzata da una serie di “microeventi” come il caos totale per la mancanza di benzina e lo sciopero dei mezzi pubblici, o le vicende degli ultras dell’ El Masry, che si stanno scontrando con la polizia a Port Fuad perchè la squadra verrà retrocessa (l’ennesima ritorsione in risposta al ruolo della tifoseria nei giorni della rivoluzione).
Nel frattempo, la tanto discussa riscrittura della costituzione è in balìa di un dibattito più che acceso fra islamisti e laici. Dei 50 parlamentari, almeno 40 sono membri del movimento dei Fratelli Musulmani, il partito “Freedom and Justice“, che del resto sono quelli che hanno la maggioranza in parlamento. Di 100 persone, circa 60 sono islamisti. Nel restante 40, ci sono 6 donne e 6 cristiani.
Domani e venerdì ci saranno manifestazioni a piazza Tahrir, per una costituzione laica, almeno quei pochi che ancora scendono in piazza.
In paese allo sfacelo, dove di 85 milioni di persone, una alta percentuale vive sotto la soglia della povertà, dove l’istruzione, la sanità, il mercato del lavoro crollano su se stessi, le figure politiche si bisticciano sulla questione del hijaab per le donne o la divisione delle spiagge per turisti ed egiziani.
Un altro numero che sorridere, è quello dei candidati alle elezioni presidenziali: 672. Ovviamente i più papabili sono 5 o 6, provenienti da background diversi. Sembra che fra i criteri per poter presentare la propria nomina ci fosse l’obbligo di avere una laurea, oltre a (a scelta) 30.000 firme da presentare alla Commissione Suprema, in alternativa l’appoggio di 30 membri dell’Assemblea del Popolo o del Consiglio di Shura (la camera alta del parlamento egiziano, delle due camere la parte consultiva), ultima alternativa la nomina da parte di un partito politico che ha almeno un seggio in parlamento.
Proprio ieri la notizia ufficiale che Omar Suleiman ha presentato la sua candidatura. Il candidato più temuto, in quanto uomo di Mubarak, ex vicepresidente e designato successore, capo dei servizi segreti egiziani, mediatore dei rapporti Israele-Palestina (sua la mano nel caso della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit) e grande amico degli Stati Uniti. Si è addestrato militarmente nell’ex Unione Sovietica e ha una laurea in scienze politiche.
Ipotesi su come finiranno queste elezioni? C’è chi pensa che non si faranno mai, perchè con una scusa o l’altra (e già stanno cominciando: per esempio causare disordini pubblici in modo poi da passare come controllori dell’ordine, vedi la benzina) gli SCAF troveranno il modo di impedirle. Se invece si dovessero fare, c’è la possibilità che con il vecchio sperimentato metodo dei brogli elettorali vinca proprio lui, Suleiman. Altri credono che l’Egitto avrà il suo nuovo presidente ma che a giugno, quando il Consiglio Supremo delle Forze Armate dovrebbe lasciare il potere, farà un altro colpo di stato e imporrà nuovamente la sua presenza.
Il problema allora sarà trovare chi combatte, perchè la rivoluzione è stata ormai screditata e chi è sceso in piazza a gennaio dell’anno scorso non lo farà ancora.
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