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Le banche sono vecchie, i soldi prestiamoceli tra di noi

Le banche sono vecchie, i soldi prestiamoceli tra di noi
aprile 15
21:20 2012

Dal blog Altra Finanza -

di Massimo Amato e Luca Fantacci

Entrando direttamente in rapporto fra di loro, i debitori possono pagare tassi d’interesse più bassi di quelli che dovrebbero pagare su un prestito bancario, mentre i creditori ottengono interessi più elevati di quelli che potrebbero guadagnare su un deposito.Il prestito peer-to-peer sta avendo sempre più successo, tanto che il direttore esecutivo della Banca d’Inghilterra è arrivato a prefigurare un futuro senza banche.

Banca chiusa

Le banche non prestano, se non a condizioni sempre più restrittive? Allora, prende piede il cosiddetto ‘peer-to-peer lending’, o prestito P2P, ossia il prestito diretto fra privati senza l’intermediazione di una banca. Si tratta di un settore emergente, costituito da società che, attraverso un portale internet, mettono in contatto individui o imprese che hanno bisogno di denaro con individui o imprese che sono disposti a prestarlo. Ieri il Financial Times dedica a questa nuova pratica un articolo in prima pagina: «Il settore nascente dei prestiti P2P punta a sfruttare due trend emergenti dell’industria finanziaria: la disintermediazione bancaria e la crescente importanza della tecnologia».

In realtà, al netto della tecnologia, si tratta della forma di finanza più tradizionale: il credito cooperativo. Non è un caso, forse, che sia potuta apparire come una forma nuova e promettente nei Paesi dove è più debole la tradizione mutualistica nel settore finanziario, come nei paesi anglosassoni. La prima società di prestiti P2P è stata fondata in Inghilterra nel 2005, come risposta alla crescente difficoltà degli individui e delle imprese di accedere al prestito bancario. Oggi si stima che questo settore offra prestiti per un ammontare complessivo tra 100 e 200 milioni di sterline all’anno. Si tratta di cifre molto esigue in rapporto all’attività bancaria. Tuttavia, a riprova di un crescente interesse, anche politico, per forme di finanza alternative, il cancelliere Osborne ha deciso di stanziare 100 milioni di sterline nel budget di quest’anno per promuovere iniziative analoghe. In un recente discorso, Andy Haldane, direttore esecutivo della Banca d’Inghilterra, è arrivato perfino a prefigurare che le banche siano rese anacronistiche e superflue dalle reti P2P, come sta già avvenendo alle case discografiche e ai gruppi editoriali.

Nel 2006, il modello è sbarcato negli Stati Uniti. Il fenomeno è cresciuto significativamente dopo lo scoppio della crisi. Le due principali società americane, Prosper e Lending Club, hanno prestato oltre 1 miliardo di dollari negli ultimi sei anni. Come riferisce un altro recente articolo del FT, anche in Cina si stanno diffondendo società di microcredito che mettono direttamente in contatto prestatori e prenditori attraverso un sito internet. Il tasso d’interesse medio, stimato intorno al 20 percento, è più alto di quello praticato dalle banche. Ma gran parte delle persone e delle piccole imprese che si rivolgono a queste società non hanno accesso al credito bancario. E gli usurai chiedono tassi d’interesse decisamente più alti. Per questo, il microcredito P2P prospera: si stima che vi siano oggi in Cina circa 100 siti specializzati nel settore.

Da dove viene il successo del prestito P2P? Sembra fin troppo ovvio: facendo a meno delle banche, si eliminano i costi dell’intermediazione. Entrando direttamente in rapporto fra di loro, i debitori possono pagare tassi d’interesse più bassi di quelli che dovrebbero pagare su un prestito bancario, mentre i creditori ottengono interessi più elevati di quelli che potrebbero guadagnare su un deposito. Ora, sarebbe bene ricordare che c’è un motivo per cui, tradizionalmente, debitori e creditori sono disposti a pagare un margine d’intermediazione alle banche: quel costo corrisponde a un servizio offerto dalla banca che, sulla base della propria competenza, sceglie gli investimenti migliori. Se molti oggi decidono di bypassare le banche, è anche perché vi è una diffusa convinzione che esse abbiano svolto male il loro lavoro. Il successo del prestito P2P viene dall’insuccesso delle banche nel dare credito all’economia.

C’è da chiedersi, però, se quel che le banche fanno poco e male, altre forme di finanza possano farlo meglio. Le banche di credito cooperativo hanno dimostrato di saper svolgere una funzione di supporto e di stabilizzazione anche in tempo di crisi, grazie a un forte radicamento territoriale. Nei circuiti tradizionali del credito cooperativo, debitore e creditore fanno davvero parte della medesima comunità: e questo rafforza la conoscenza reciproca, l’oculatezza nell’erogare del credito, la solidarietà nell’affrontare momenti difficili e la responsabilità nell’onorare gli impegni. Non è affatto scontato che le “comunità” virtuali online del prestito P2P offrano analoghe garanzie. Anzi, di per sé, il loro carattere aperto, se non è accompagnato da regole adeguate, lascia spazio a tutto e a tutti.

John Mack è stato amministratore delegato di Morgan Stanley, una delle principali banche d’investimento americane. Venne soprannominato ‘Mack the Knife’ per aver usato l’accetta nel tagliare costi e personale nel tentativo di migliorare la profittabilità della banca. In aprile 2012, Mack è entrato nel consiglio direttivo di Lending Club. Altri investitori della City stanno entrando nel settore come prestatori. Quando anche i banchieri cominciano a pensare che la disintermediazione bancaria sia un trend ineluttabile dell’industria finanziaria, c’è da preoccuparsi. Per le banche, ma anche per le nuove pratiche, che potrebbero presto invecchiare male se non si preoccupano di rifondare il rapporto fra debitore e creditore su più solide basi.

Fonte: http://www.linkiesta.it/banche-prestito#ixzz1s5gMsrpY

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