Valeria Marino Pubblicato da il 12 maggio 2012.
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Provenzano: pietà, non pietas

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Non era che un vigliacco e quella era la maggior sfortuna che un uomo potesse avere” scriveva Ernest Hemingway in Per chi suona la campana. No, certo non si riferiva aBernardo Provenzano, tantomeno al suo compare intellettuale,Totò Riina. Dopo la diffusione della notizia del fantomatico suicidio tentato da Binnu con un patetico sacchetto di plastica, è un fiorire di analisi sulle motivazioni che hanno spinto colui che sparava alle spalle delle sue vittime (ricordi ancora Giovanni Domè?) a cercare di darsi la morte.
Su queste ultime non c’è molto da scoprire: i due periti nominati poco tempo fa dalla Corte d’Assise di Palermo hanno scritto nella loro relazione che Bernardo Provenzano non era depresso e che stava bene dove stava. Una perizia che ha messo, almeno per qualche anno, la parola fine al miraggio di una vita lontano dalle sbarre e più vicina ad un istituto sanitario, se non, addirittura, ai dorati arresti domiciliari, così come ha ottenuto qualche anno fa Bruno Infedele Contrada. Quanto accaduto due notti fa è stata semplicemente una pagliacciata, pure mal riuscita vista la poca dimestichezza del nostro con la recitazione, per cercare di attirare le attenzioni dell’opinione pubblica e magari dei sempre disponibili Radicali. Il finto gesto estremo fa il paio con quell’indegna intervista di Provenzano Jr. a Servizio Pubblico in cui il giovane Angelo discettava di diritti, di Costituzione e di dignità; lui, il figlio dello squartatore, che rivendicava il rispetto dei diritti del padre: pornografia pura. Altro che messaggi subliminali, altro che minacce: se un’intervista e una messinscena sono le uniche armi in mano al boss vuol dire che Binnu è oramai isolato da tutti e temuto da pochi. O sbaglio, Binnu?
La seconda discussione che sta facendo scervellare gli addetti ai lavori, invece, è sull’onore. Come può un boss di quel calibro tentare il suicidio o comunque mettere in scena una recita da quinta elementare? Il boss che non parla, il boss che muore in galera, il boss che non tradisce, il boss che porta nella tomba i suoi segreti e il suo onore intaccabile. “Ma quando mai?!” dicono a Palermo. Basta spostare lo sguardo sul suo compare Totò! Egli, la belva, il capo dei capi, lo sterminatore, nell’aprile del 2010, durante un colloquio con il cappellano del carcere di Opera dov’era e dov’è tutt’ora rinchiuso, avrebbe chiesto al sacerdote di intercedere presso l’ex arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, per l’appoggio a un provvedimento di clemenza. Da belva a chierichetto. 
Quale stoicismo, quale eroismo, ma soprattutto, quale onore? Gli anni passano, la spavalderia invecchia e la voglia di sfidare il mondo ha bisogno del catetere. Nessuno dei due corleonesi vuole finire i propri giorni in carcere; forse hanno semplicemente paura di morire, paura di rimanere da soli quando sarà il momento di lasciare questo mondo dal quale saranno sempre ricordati come Hitler in Germania.
Ora che è finita la recita dei duri e puri, ora che avete umana paura e cristiano timor di Dio e del suo giudizio, fatevi davvero una grazia, rendetevi utili alla giustizia e restituite un po’ d’onore alle vostre famiglie.Altrimenti continuate il vostro solitario e non disturbate. Grazie.
http://www.bennycalasanzio.com/2012/05/provenzano-pieta-non-pietas.html

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