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Crisi economica e risorse naturali, parte seconda. Gli economisti e la scatola di spilli

Crisi economica e risorse naturali, parte seconda. Gli economisti e la scatola di spilli
maggio 13
09:00 2012

Di Maria Ferdinanda Piva

Torno a scrivere del legame fra crisi economica e risorse naturali, constatando con rammarico che è possibile laurearsi in Economia senza mai aver raccolto gli spilli sul pavimento. Avete presente quando si rovescia la scatola? Prima possiamo radunarli per tirarli su a mucchietti, poi li prendiamo a pochi per volta, e infine li andiamo a cercare sotto i mobili.

Vale anche per l’estrazione delle risorse naturali, sulla quale si basano tutte le attività umane. Questa crisi si è prodotta – sarà proprio solo un caso? – nel momento in cui si è palesata la fine dell’abbondanza.

Di solito parlo soprattutto di acqua e petrolio (sono al picco, il momento in cui l’estrazione rallenta), ma il blog del giornalista Matthieu Auzanneau sul sito di Le Monde fa il punto della situazione per quel che riguarda i metalli. Il link come sempre è in fondo.

Non è corretto dire che oro, rame, zinco, uranio stanno già finendo. Il nostro pianeta ne conserva ancora grandi quantità, riserve sufficienti per 30-60 anni (che non sono poi un’eternità…): però stiamo sfruttando giacimenti dove i metalli sono sempre meno concentrati.

Negli Anni 30 per ottenere una tonnellata di rame era sufficiente cavar fuori da una miniera 55 tonnellate di materiale. Ora ce ne vogliono 125. Eppure fra il 2002 e il 2007, gli investimenti nella ricerca mineraria sono passati da 2 a 10 miliardi: solo che i nuovi giacimenti individuati sono stati ben scarsi.

Certo, possono essere tranquillamente estratti anche metalli molto diluiti nella roccia, così come i metalli possono essere riciclati: ma solo a patto di investire in queste operazioni una crescente quantità di energia, e solo finchè i costi energetici non diventano eccessivi.

L’uranio e il nucleare? Auzanneau è francese, figurarsi se non ci ha pensato: solo che nel 2035 servirebbero 100.000 tonnellate di uranio all’anno, ossia il doppio di quello estratto nel 2010.

Per moltiplicare le energie da fonti rinnovabili, l’ostacolo si chiama terre rare, indispensabili per turbine eoliche, pannelli solari eccetera.

Fin qui i principali dati pubblicati da Auzanneau. Rimane ancora una considerazione.

L’economia non è fatta solo di capitale e di lavoro. L’economia è basata sulle risorse naturali, che sono come una scatola di spilli rovesciata sul pavimento: solo all’inizio si tirano su a mucchietti.

Gli economisti non sono abituati a considerare gli spilli – la disponibilità di risorse naturali – e non hanno saputo prevedere lo tsunami che si è abbattuto sull’economia. Mica pretenderemo che proprio gli economisti adesso sappiano tirarcene fuori?

Sul blog Oil Man di Le Monde rarefazione dei metalli: domani il “picco di tutto”

Fonte: Blogeko

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