- Oreste Iacopino -
Mi trovavo a parlare dei venti anni della strage di via D’Amelio, a marzo, al premio “Agenda Rossa”, davanti a Salvatore, Pippo Giordano (agente Dia in pensione, stretto collaboratore di Paolo Borsellino), Marilena Natale (giornalista campana attiva contro la lotto alla camorra) e tanti altri resistenti che nel loro piccolo cercano di combattere il fenomeno mafioso.
Vent’anni sono davvero tanti e mai nessuno è riuscito a trovare la verità oppure quei pochi che ci hanno provato sono stati tagliati fuori ( uno su tutti Gioacchino Genchi) per non far scoppiare il vaso di Pandora.
Questo sarà il mio terzo anno a Palermo, il 19 luglio con l’agenda rossa in alto a gridare il nome di Paolo con amici di tutta Italia, uniti dalla voglia di verità, dalla voglia di giustizia per accompagnare Salvatore verso il castello Utveggio e sostenere i tanti magistrati che saranno presenti, alcuni veri e propri compagni di Paolo Borsellino, come Antonio Ingroia.
Non so cosa provino gli altri ma io quando osservo quel palazzo, quel cancello e l’albero d’ulivo (voluto dalla madre di Paolo) piantato sul solco creato dall’autobomba esplosa, sento che stare lì sia l’unica cosa giusta da poter e volere fare in quel giorno.
Credo che andare a Palermo in quei giorni stia diventando una mia ragione di vita, ormai è nel mio essere e anche tra dieci anni non riesco a immaginarmi in nessun altro posto, se non lì accanto a Salvatore e alle tante amicizie (alcune davvero molto importanti) che sono nate in questo tempo.
All’improvviso alzo gli occhi al cielo e penso: “ Caro Paolo, noi cerchiamo di essere quel fresco profumo di libertà con la certezza che un giorno, la verità uscirà fuori e saremo insieme a te tutti vincitori della tua, della nostra battaglia.
La Storia la portiamo noiLi abbiamo persi. Come parenti premurosi, figli addolorati, amici che ancora non ci credono siamo andati nella loro casa.