
-di Debora Billi per Petrolio-
Vi segnalo il post di Ste su Vogliaditerra (bellissimo blog che ogni tanto consiglio).
Ste racconta che un sottomarino nucleare russo, riempito di cemento e “sepolto” a 33 metri sul fondo del Mare di Kara nel 1981, sarebbe sull’orlo di una reazione nucleare incontrollata. Bastano 5 litri d’acqua nel reattore, e bum.
Ma quel sottomarino non è solo: ce ne sono diversi altri in quella baia, come ha accertato un team norvegese, buttati lì sotto con disinvoltura fin dal 1968. Adesso, cominciano a rappresentare un problema (e anche in Italia, peraltro).
Quanti anni sono trascorsi? Trenta, quaranta, o poco più. Lo stivaggio di scorie nucleari, di rifiuti, di armamenti, dovrebbe offrirci la “sicurezza” per diverse centinaia di anni. O almeno questo afferma chi sostiene la necessità di tornare al nucleare. E invece, neanche una generazione. Certo, quei sottomarini sono stati sepolti alla bell’e meglio, così come Chernobyl è stato incamiciato col cemento alla bell’e meglio (e a prezzo del sacrificio di decine di migliaia di uomini, eroi planetari), e infatti tutta l’Europa ha ora il problema del sarcofago pieno di crepe a deteriorarsi. Così come anche Fukushima viene contenuta alla bell’e meglio, buttando acqua e pregando gli dei.
Sembra che la bell’e meglio sia un po’ lo standard di sicurezza nucleare ad oggi. Come facciamo allora a fidarci di chi promette sepolture secolari in tutta sicurezza? Sono promesse basate sul nulla: è impossibile avere la certezza che caverne sotterranee o miniere di sale restino sigillate ad oltranza. Intanto, speriamo che in quel sommergibile non entrino i fatidici 5 litri di acqua… almeno per qualche anno ancora.
Foto – Photopin
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