Informare per resistere Pubblicato da il 13 dicembre 2012.
L'articolo L’assolato avamposto di Camp Lemonnier appartiene alla categoria Estero.
Puoi seguire i commenti di questo articolo con il feed RSS 2.0.

L’assolato avamposto di Camp Lemonnier

Una base statunitense isolata al centro di operazioni segrete
-di Craig Whitlock -

Gibuti Città (Gibuti) – Notte e dì, circa 16 volte al giorno, i droni decollano o atterrano qui, a una base militare statunitense, lo snodo per le guerre antiterrorismo dell’amministrazione Obama nel Corno d’Africa e nel Medio Oriente.
Alcuni degli aeroplani senza pilota sono destinati alla Somalia, lo Stato imploso il cui confine si trova proprio 10 miglia a sud-est. La maggior parte dei droni armati, comunque, fanno rotta a nord attraverso il Golfo di Aden verso lo Yemen, un altro Paese instabile ove vengono utilizzati in una guerra sempre più mortale contro una componente di al-Qaeda che ha preso di mira gli Stati Uniti.
Camp Lemonnier, un assolato avamposto nel Terzo Mondo fondato dalla Legione Straniera francese, iniziò come campo temporaneo di addestramento per Marines statunitensi alla ricerca di un punto d’appoggio nella regione un decennio fa. Nel corso degli ultimi due anni, l’esercito statunitense lo ha surrettiziamente trasformato nella più trafficata base per Predator all’esterno della zona operativa afgana, un riferimento per combattere una nuova generazione di gruppi terroristi.
L’amministrazione Obama ha fatto ricorso a misure straordinarie per nascondere i dettagli legali e operativi del suo programma di uccisioni mirate. A porte chiuse, scrupolose discussioni precedono ogni decisione di posizionare qualcuno al centro del mirino nella guerra perpetua degli Stati Uniti contro al-Qaeda ed i suoi alleati.
Sempre più, gli ordini di trovare, pedinare o uccidere queste persone vengono presi a Camp Lemonnier. Praticamente tutti i 500 acri della base sono dedicati all’antiterrorismo, rendendola l’unica installazione di questo tipo nella rete globale di basi del Pentagono.
La segretezza riveste gran parte delle operazioni della base. L’esercito statunitense ha respinto il mese scorso le richieste del Washington Post di visitare Lemonnier. Gli ufficiali si sono giustificati con “motivi di sicurezza operativa”, nonostante in passato abbiano permesso visite di giornalisti.
Dopo che un reporter del Post è stato sorpreso a Gibuti non invitato, l’ufficiale della base più alto in grado ha acconsentito ad un’intervista – a condizione che avesse luogo al di fuori della base, nell’unico hotel di lusso di Gibuti.
L’ufficiale, il Maggiore Generale dell’Esercito Ralph O. Baker, ha risposto ad alcune questioni generiche, ma ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni riguardo operazioni di droni oppure missioni collegate a Somalia o Yemen.
A dispetto della segretezza, migliaia di pagine di registri militari ottenuti dal Post – inclusi progetti di costruzioni, rapporti di incidenti con i droni e memorie classificate come riservate – aprono una finestra rivelatoria su Camp Lemonnier. Nessuno dei documenti è segreto e molti sono stati acquisiti attraverso richieste ai registri pubblici.
Presi assieme, i documenti precedentemente inaccessibili dimostrano come i droni da guerra di stanza a Gibuti siano improvvisamente aumentati di numero all’inizio dell’anno scorso, dopo che 8 Predator erano giunti a Lemonnier. I registri attestano inoltre l’ambizioso piano del Pentagono di intensificare ulteriormente le operazioni dei droni in loco nei prossimi mesi.
I documenti evidenziano il ruolo centrale svolto dal Comando Congiunto Operazioni Speciali (Joint Special Operations Command – JSOC), su cui il Presidente Obama ha più volte fatto affidamento per svolgere le più sensibili missioni antiterrorismo nazionali.
Circa 300 elementi delle Operazioni Speciali pianificano incursioni e coordinano i voli dei droni dall’interno di un fortino altamente protetto a Lemonnier, munito di parabole satellitari e circondato da strati di reticolato. La maggior parte delle forze speciali opera in incognito, occultando le proprie generalità anche alle truppe convenzionali presenti nella base.
Un’altra attività antiterrorismo a Lemonnier è più palese. Complessivamente, circa 3.200 soldati statunitensi, civili e contractors sono assegnati alla base, nella quale addestrano militari stranieri, raccolgono informazioni ed elargiscono aiuti umanitari per tutta l’Africa orientale nell’ambito di una campagna finalizzata ad impedire agli estremisti di radicarsi.
A Washington, l’amministrazione Obama ha adottato una serie di misure per sostenere la campagna dei droni per un altro decennio, sviluppando un nuovo elaborato sistema di puntamento, chiamato “disposizione a matrice”, ed un “copione” segreto per spiegare come vengono prese le decisioni relative alle uccisioni mirate.
Gibuti è l’esempio più lampante di come gli Stati Uniti stiano gettando le fondamenta al fine di svolgere siffatte operazioni all’estero. Negli ultimi dieci anni, il Pentagono ha classificato Lemonnier come una base “per spedizioni”, oppure temporanea. Ma adesso si sta consolidando come la prima base permanente nella guerra dei droni del dispositivo militare statunitense.

Una base in posizione cardine
Nel mese di agosto, il Dipartimento della Difesa ha consegnato un piano generale al Congresso specificando come la base verrà utilizzata nel prossimo quarto di secolo. Sul tavolo ci sono circa 1,4 miliardi di dollari per progetti di costruzioni, tra cui un nuovo enorme edificio che può ospitare fino a 1.100 uomini per operazioni speciali, più del triplo rispetto al numero attuale.
I droni continueranno ad essere in prima linea. In risposta ai quesiti formulati dal Post, l’esercito statunitense ha confermato pubblicamente per la prima volta la presenza di aerei telecomandati – i droni del gergo militare – a Camp Lemonnier e ha affermato di sostenere “un vasto spettro di missioni di sicurezza regionale”.
Informazioni raccolte dai droni e dalle altre missioni di sorveglianza “vengono utilizzate per sviluppare un quadro completo delle attività delle organizzazioni estremiste violente e delle altre attività di interesse”, ha detto in un comunicato il Comando Africa, ramo delle Forze Armate USA che sovrintende la base. “Tuttavia, considerazioni di sicurezza operativa ci impediscono di commentare missioni specifiche”.
Per quasi un decennio, gli Stati Uniti hanno fatto decollare droni da Lemonnier solo raramente, a partire da un’incursione in Yemen nel 2002 che uccise un capocellula sospettato dell’attacco alla USS Cole.
Ciò è cambiato repentinamente nel 2010, tuttavia, dopo che la rete di al-Qaeda nello Yemen tentò di piazzare delle bombe su due aerei di linea statunitensi e gli jihadisti in Somalia, dal canto loro, consolidarono la presa su quel Paese. Successivamente quell’anno, attestano i documenti, il Pentagono ha inviato 8 aerei MQ-1B Predator senza pilota a Gibuti e trasformato Lemonnier in una base per droni a tutti gli effetti.
Le conseguenze sono state evidenti mesi dopo: droni JSOC da Gibuti e Predators della CIA da una base segreta nella penisola arabica convergevano sullo Yemen ed uccidevano Anwar al-Awlaki, un religioso nato negli Stati Uniti ed importante membro di al-Qaeda.
Oggi, Camp Lemonnier è il fulcro di una costellazione in espansione di una mezza dozzina di basi statunitensi per droni e di sorveglianza in Africa, creata per combattere una nuova generazione di gruppi terroristici in tutto il continente, dal Mali alla Libia alla Repubblica Centrafricana. L’esercito statunitense fa decollare droni anche da piccoli aeroporti civili in Etiopia e alle Seychelles, ma tali operazioni impallidiscono in confronto a quello che si sta sviluppando a Gibuti.
Lemonnier è inoltre divenuto uno scalo per aerei convenzionali. Nel mese di ottobre 2011, i militari hanno aumentato la potenza aerea presso la base, schierando una squadriglia di jet da combattimento F-15E Strike Eagle, capaci di volare più velocemente e di portare più munizioni dei Predator.
Nelle sue risposte scritte, il Comando Africa ha confermato la presenza degli aerei da guerra, ma ha rifiutato di rispondere alle domande inerenti la loro missione. Due ex funzionari della Difesa statunitensi, parlando a condizione di anonimato, hanno spiegato che gli F-15 stanno effettuando missioni aeree di combattimento sullo Yemen, uno sviluppo non ufficiale della crescente guerra contro le forze locali di al-Qaeda.
I droni ed altri aerei militari affollano i cieli sopra il Corno d’Africa, tanto che il rischio di un disastro aereo è aumentato vertiginosamente.
Da gennaio 2011, attestano i documenti dell’Aeronautica Militare, si sono schiantati dopo il decollo da Lemonnier 5 Predator armati con missili Hellfire, tra i quali un drone che è crollato al suolo in una zona residenziale di Gibuti. Non si sono registrate vittime, ma 4 droni sono finiti distrutti.
I Predator, in particolare, sono maggiormente soggetti a incidenti rispetto ad aeromobili con equipaggio, attestano statistiche dell’Aeronautica Militare. Gli incidenti, però, attirano raramente l’attenzione del pubblico perché non ci sono piloti né passeggeri.
Con l’intensificarsi del ritmo delle operazioni a Gibuti, i tecnici dell’Aeronautica Militare hanno riferito di incidenti misteriosi in cui i robot di bordo erano andati in tilt.
Nel mese di marzo 2011, un Predator parcheggiato alla base avviò il suo motore senza un ordine umano, anche se l’alimentazione era stata spenta ed i tubi del carburante chiusi. I tecnici hanno concluso che un’avaria del software aveva infettato il “cervello” del drone, ma non hanno mai individuato il problema.
“Dopo quell’incidente di partenza automatica, eravamo abbastanza preoccupati per il velivolo e lo controllavamo molto da vicino”, ha testimoniato ad una commissione d’inchiesta un anonimo comandante di squadrone dell’Aeronautica Militare, secondo una trascrizione. “In questo momento, ritengo ancora che il software non sia buono”.

Ottima ubicazione
Gibuti è una misera ex colonia francese con meno di un milione di abitanti, scarse risorse naturali ed un clima terribilmente caldo.
Ma per quanto concerne l’interesse dell’esercito americano, il valore strategico del Paese è senza eguali. Incastonato tra l’Africa orientale e la penisola arabica, Camp Lemonnier consente agli aerei statunitensi di raggiungere punti caldi come lo Yemen o la Somalia in pochi minuti. Il porto di Gibuti offre pure un facile accesso all’Oceano Indiano ed al Mar Rosso.
“Questo non è un avamposto in mezzo al nulla di interesse marginale” ha spiegato Amanda J. Dory, vice assistente del segretario del Pentagono per l’Africa. “Questa è una posizione molto importante in termini di interessi degli Stati Uniti, in termini di libertà di navigazione, quando si tratta di proiezione di potenza”.
L’esercito statunitense paga 38 milioni di dollari all’anno per l’affitto di Lemonnier dal governo di Gibuti. La base si estende su un terreno pianeggiante, sabbioso ai margini di Gibuti Città, una capitale sonnolenta con strade insolitamente vuote. Durante il giorno, molto persone rimangono in casa per evitare il caldo e masticare khat, una pianta leggermente inebriante che è diffusa nella regione.
Stretto fra il mare e le aree residenziali, la lacuna principale di Camp Lemonnier è che non ha spazio per espandersi. È costretto a condividere una sola pista con l’unico aeroporto internazionale di Gibuti, così come con un’adiacente base militare francese e con le minuscole forze armate locali.
I passeggeri in arrivo su voli commerciali – ve ne sono circa otto al giorno – possono occasionalmente sbirciare un drone Predator in preparazione per la missione. Tra un volo e l’altro, i velivoli senza pilota stazionano all’interno di hangar trasportabili e coperti di stoffa per proteggerli dal vento e dagli occhi indiscreti.
Dietro la recinzione perimetrale, squadre di operai stanno ristrutturando la base, al fine di gestir meglio il flusso di droni. Squarci delle operazioni segrete si possono trovare in un sommario dei memoranda di notizie brevi del Pentagono presentati al Congresso.
Il mese scorso, ad esempio, il Dipartimento della Difesa ha assegnato un contratto di 62 milioni di dollari per costruire un ampliamento delle vie di rullaggio dell’aeroporto al fine di gestire l’accresciuto traffico di droni a Lemonnier, un sito di stoccaggio per munizioni e un’area per l’armamento di bombe e missili.
In una lettera del 20 agosto indirizzata al Congresso per giustificare l’urgenza del contratto, il vice segretario alla Difesa Ashton B. Carter ha detto che in media 16 droni e 4 aerei da combattimento decollano o atterrano al campo di aviazione di Gibuti ogni giorno. Di tali operazioni è previsto un aumento, ha aggiunto senza fornire dettagli.
In un’altra lettera al Congresso, Carter ha evidenziato che Camp Lemonnier è a corto di spazio per collocare i suoi droni, che ha indicato come “velivoli pilotati a distanza” (RPA, Remotely Piloted Aircraft), ed altri aerei. “La recente aggiunta di caccia e RPA ha aggravato la situazione, causando ritardi nelle missioni” ha detto.
Le lettere di Carter hanno rivelato che droni ed aerei da caccia alla base supportano tre operazioni militari riservate, nomi in codice Duna di rame, Soffitta di Giove e Scudo d’ottava.
Duna di rame è il nome delle operazioni antiterrorismo dei militari nello Yemen. Il Comando Africa ha detto che non è in grado di fornire informazioni in merito a Soffitta di Giove e a Scudo d’ottava, adducendo restrizioni imposte dai servizi segreti. I nomi in codice non sono riservati.
I militari attribuiscono sovente nomi simili a missioni di questo tipo. Fusione d’ottava era il nome in codice di un’operazione diretta da Navy SEAL in Somalia che il 24 gennaio salvò un americano e un danese in ostaggio.

Segreti trapelati
Un altro scorcio sulle operazioni dei droni di Gibuti può essere trovato nei registri di sicurezza dell’Aeronautica Militare statunitense.
Ogni volta che un aereo militare è coinvolto in un incidente, l’Aeronautica Militare nomina una Commissione d’inchiesta per determinare la causa. Sebbene le relazioni si concentrino su questioni tecniche, i documenti complementari consentono di ricostruire una spiegazione di ciò che è accaduto nelle ore che precedono un disastro.
Ufficiali dell’Aeronautica Militare, investigando in merito allo schianto di un Predator occorso il 17 maggio 2011, hanno rivelato che le cose hanno cominciato ad andare storte a Camp Lemonnier a tarda notte, allorché un uomo conosciuto come Rana è uscito dall’edificio Operazioni Speciali.
La centralina elettrica principale della base era guasta e le linee telefoniche erano fuori uso. Così Rana si avvicinò alla linea di volo per fornire alcune importanti novità al personale di terra dei Predator in servizio, secondo le indagini degli investigatori, che sono state ottenute dal Post nell’ambito di una richiesta di registri pubblici.
“Rana” era lo pseudonimo scelto da un maggiore assegnato al Comando Congiunto Operazioni Speciali (JSOC). A Lemonnier faceva parte di un gruppo speciale di Navy SEALs, soldati della Delta Force, incursori dell’Aeronautica Militare e Marines conosciuto semplicemente come “la task force”.
Le forze speciali appartenenti al JSOC trascorrono giorni e notti nel loro edificio a pianificare incursioni contro basi dei terroristi e nascondigli dei pirati. Tutti nella base sono al corrente di quello che fanno, ma l’argomento è tabù. “Non posso riconoscere la task force”, ha detto Baker, generale dell’Esercito e comandante più alto in grado a Lemonnier.
Rana coordinava i velivoli Predator. Egli non ha rivelato il suo vero nome ad alcuno che non avesse necessità di conoscerlo, nemmeno ai supervisori dislocati a terra né agli operatori né ai meccanici che hanno in consegna i Predator. L’unico contatto arrivava quando Rana o i suoi amici si facevano a volte sentire dal loro edificio per comunicare che era il momento di attrezzare un drone per il decollo o per preparare un atterraggio.
L’informazione su ogni missione dei Predator è stata mantenuta così strettamente in comparti stagni che gli equipaggi a terra ignoravano obiettivi e destinazioni dei droni. Tutto quello che sapevano era che la maggior parte dei loro Predator alla fine rientrava, di solito 20 o 22 ore più tardi, prima se qualcosa era andato storto.
In questa famosa notte, Rana ha informato l’equipaggio che il suo Predator stava inaspettatamente tornando, dopo 17 ore in volo, a causa di una lenta perdita di olio.
Non si trattava di una situazione di emergenza. Però, mentre il drone scendeva verso Gibuti Città, era entrato in una nuvola a bassa quota che oscurava il suo sensore della fotocamera. A peggiorare le cose, il GPS non funzionava bene e dava letture errate dell’altitudine.
L’equipaggio che guidava il drone stava navigando alla cieca. Condusse il Predator su una “traiettoria di planata pericolosamente bassa”, hanno concluso gli investigatori dell’Aviazione Militare, e fece schiantare l’aereo telecomandato 2,7 miglia prima della pista.
Il luogo era in una zona residenziale e camion dei pompieri accorsero sul posto. Il drone era precipitato in un terreno abbandonato ed il suo unico missile Hellfire non era esploso.
Il Predator era finito a pezzi ed era completamente perduto. Con un’etichetta del prezzo di 3 milioni di dollari, era costato meno di un decimo di un F-15 Strike Eagle.
Ma in termini di segreti che si diffondono, il danno era grave. La notizia del misterioso insetto a forma di aereo che era caduto dal cielo si diffuse rapidamente. Centinaia di abitanti di Gibuti si riunirono e rimasero a bocca aperta presso il relitto finché l’esercito americano giunse per recuperare i pezzi.
Un segreto che è rimasto, però, era l’identità di Rana. La commissione ufficiale dell’Aeronautica Militare costituita per indagare sull’incidente del Predator non ha potuto stabilire il suo vero nome e tanto meno rintracciarlo per un interrogatorio.
“Chi è Rana?” ha chiesto un investigatore settimane più tardi, durante l’interrogatorio di un membro dell’equipaggio di terra, secondo una trascrizione. “Mi dispiace, io stesso stavo cercando più informazioni su chi sia Rana – è una persona? O è un ruolo?”
Il membro dell’equipaggio ha spiegato che Rana era un ufficiale di collegamento della task force. “È un tizio dei Predator” si strinse nelle spalle “Io in realtà non so il suo cognome”.
L’incidente ha innescato allarmi presso le alte sfere dell’Aeronautica Militare, poiché si trattava del quarto drone in 4 mesi a schiantarsi a Camp Lemonnier.
Dieci giorni prima, il 7 maggio 2011, un drone che portava un missile Hellfire aveva avuto un guasto elettrico poco dopo essere entrato nello spazio aereo yemenita, secondo un rapporto investigativo dell’Aeronautica Militare. Il Predator si riavviò verso Gibuti. A circa un miglio dalla costa, sbandò senza controllo verso destra, poi di nuovo a sinistra, prima di girarsi a pancia in su e precipitare in mare.
“Non ho mai visto un Predator fare cose simili in tutta la mia vita, eccetto che nei video di altri incidenti” ha detto agli investigatori, secondo una trascrizione, un operatore ai sensori del personale di terra. “Sono contento che sia atterrato in mare e non da qualche altra parte”.

In volo ogni sortita
I droni a controllo remoto di Gibuti sono pilotati, collegati via satellite, da piloti a 8.000 miglia di distanza negli Stati Uniti, seduti alla consolle in caserme con aria condizionata nella base dell’Aeronautica Militare di Creech nel Nevada e in quella di Cannon nel Nuovo Messico.
A Camp Lemonnier, le condizioni sono molto meno piacevoli per gli equipaggi a terra dell’Aeronautica Militare che lanciano, recuperano e riparano i droni.
Alla fine del 2010, dopo che gli aerei cargo militari hanno trasportato la flotta di 8 Predator a Gibuti, aviatori del 60° Squadrone della Forza di Spedizione Aerea di Esplorazione hanno tolto i droni dalle loro casse e li hanno assemblati.
Subito dopo, senza preavviso, l’esplosione di una tempesta con venti a 80 km/h ha colpito il campo.
Gli 87 uomini dello squadrone si sono precipitati a proteggere i Predator ed altri velivoli esposti. Sono riusciti a salvare più della metà delle “apparecchiature di alto valore degli RPA dalla distruzione e, soprattutto, a prevenire lesioni e perdite di vite”, secondo un breve resoconto pubblicato su Combat Edge, una rivista di sicurezza dell’Aviazione Militare.
Anche le condizioni meteo normali possono essere terribili, con temperature estive che raggiungono 120 gradi [Fahrenheit, corrispondenti a 49° Celsius – ndr] con punte dell’80% di umidità.
“La nostra riserva di guerra di condizionatori d’aria andava letteralmente in corto circuito nel vano tentativo di rinfrescare le tende in cui lavoravamo” ha ricordato il tenente colonnello Thomas McCurley, comandante dello squadrone. “Il nostro piccolo gruppo di forze di sicurezza custodiva personalmente l’edificio, la linea di volo ed altre strutture affini nei punti esposti agli agenti atmosferici senza aria condizionata in assoluto”.
La rara dichiarazione pubblica di McCurley riguardo le attività dello squadrone giunse a giugno, allorché l’Aviazione Militare gli aveva conferito la Stella di Bronzo. Durante la cerimonia, ha evitato qualsiasi riferimento esplicito ai Predators o a Camp Lemonnier. Tuttavia il suo racconto corrisponde a ciò che è noto riguardo l’impiego dello squadrone a Gibuti.
“Il nostro maggior successo è che abbiamo effettuato ogni singola sortita che l’Aviazione Militare ci abbia richiesto di compiere, nonostante le difficoltà che abbiamo incontrato”, ha detto. “Siamo stati una parte integrante nella distruzione di alcuni obiettivi molto importanti, il ché significa molto per me”.
Lui non l’ha riferito, ma l’unità era entrata nello spirito della missione, predisponendosi una toppa da uniforme decorata con un teschio, tibie incrociate ed un appropriato soprannome: “Pirati dell’aria dell’Africa orientale”.
L’Aviazione Militare ha respinto una richiesta del Post di intervistare McCurley.

Aumento del traffico
La frequenza dei voli militari statunitensi da Gibuti è cresciuta a dismisura, oberando i controllori del traffico aereo e rendendo il cielo più pericoloso.
Il numero di decolli e atterraggi al mese è più che raddoppiato, raggiungendo un picco di 1.666 nel mese di luglio a fronte di una media mensile di 768 risalente a due anni fa, stando alle statistiche del traffico aereo racchiuse nei relativi documenti del Dipartimento della Difesa.
I droni attualmente rappresentano circa il 30% delle operazioni di volo quotidiane a Lemonnier, in base ad una rilevazione del Post.
L’aumento di attività ha significato più incidenti. L’anno scorso, i droni sono stati coinvolti in “una serie di collisioni a mezz’aria” con aerei della NATO al largo del Corno d’Africa, secondo un breve avviso di sicurezza pubblicato nella rivista Combat Edge.
I droni rappresentano anche un rischio aereonautico per la vicina Somalia. Nel corso dell’ultimo anno, aerei telecomandati sono precipitati in un campo profughi, hanno volato pericolosamente vicino ad un deposito di carburante e si sono quasi scontrati con un aereo passeggeri di grandi dimensioni su Mogadiscio, la capitale, secondo un rapporto delle Nazioni Unite.
Anche aerei con equipaggio si schiantano. Un aereo di sorveglianza U-28A dell’Aviazione Militare si è schiantato a 5 miglia da Camp Lemonnier, mentre tornava da una missione segreta il 18 febbraio, uccidendo i quattro componenti dell’equipaggio. Un’indagine dell’Aviazione Militare ha attribuito l’incidente a “disorientamento spaziale non riconosciuto” da parte dell’equipaggio, che avrebbe ignorato gli avvertimenti dei sensori secondo i quali stava volando troppo vicino al suolo.
Baker, il comandante di Lemonnier a due stellette, ha minimizzato incidenti e quasi-incidenti. Ha affermato che la sicurezza è migliorata da quando è arrivato a Gibuti a maggio.
“Abbiamo ridotto drasticamente gli incidenti di distrazione, senz’altro da quando sono qui” ha detto.
Il mese scorso, il Dipartimento della Difesa ha assegnato un contratto da 7 milioni di dollari per riqualificare gli indaffaratissimi controllori del traffico aereo dell’Aeroporto Internazionale Ambouli e migliorare le loro competenze linguistiche.
I controllori di Gibuti gestiscono tutti gli aeromobili civili nonché militari degli Stati Uniti. Ma costoro sono “insufficienti” e “chiamati agli straordinari causa la recente impennata dei voli militari statunitensi”, secondo il contratto. Esso afferma inoltre che i controllori e l’aeroporto non sono conformi alle norme internazionali in materia di trasporto aereo.
Risolvere le irregolarità potrebbe non essere sufficiente. I registri attestano che l’esercito statunitense sta anche guardandosi attorno per un sito alternativo per i suoi aerei affinché vi atterrino in caso di emergenza.
Il mese scorso, ha assegnato un contratto per installare un sistema di illuminazione portatile nell’unico luogo di riserva disponibile: una piccola pista di atterraggio nel deserto di Gibuti, a diverse miglia da Lemonnier.

[Traduzione a cura di L. Salimbeni]

 

http://byebyeunclesam.wordpress.com/2012/12/12/lassolato-avamposto-di-camp-lemonnier/

Ti è piaciuto l'articolo?

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

[gp-comments]