Informare per Resistere

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Le cose non dette.

Le cose non dette.
dicembre 14
13:00 2012

di Francesco Salistrari

Non ho parole per questo foglio.
Quelle che vedete non lo sono.
Potreste non leggere e sapere lo stesso cosa dicono.
Evitate di farlo, se proprio non ne potete fare a meno.
Non ho voglia di parlare, non stasera.
Questo è il foglio delle cose non dette, dei pensieri non fatti. E’ il foglio dei forse. Quello più grande, quello sempre pieno.
Ma non leggete. Non ne avete bisogno.
Le cose non dette se l’è prese il vento. Sono sparite. Sono il file che avete cancellato per sbaglio, sono il rammarico nel vostro caffè. Non ha senso volerle ascoltare. E’ meglio non sapere ciò che non si è avuto il coraggio di dire.
Nella nostra vita le parole che non abbiamo mai pronunciato ma che avremmo voluto pronunciare, sono sempre di più di quelle che abbiamo poi effettivamente detto. Sono il nostro lato oscuro. I sentimenti nascosti. I pensieri non confessati.
Anche adesso, quelle che vedete sono parole non dette. Sono le cose che nessuno leggerebbe.
Odio la tua faccia, quella tua espressione di compiacenza che nasconde la pena. Come odio il tuo sorriso, si, il tuo. Quello finto, lascivo, schizofrenico. Non sai l’orrore che hai dentro e vorresti vedere il mio. E tu, che stai dietro l’angolo, quasi in disparte, fantasma bugiardo che mente solo a se stesso, dove credi di nasconderti? Tutti ti vedono, tutti sanno e tutti parlano male di te. Ti odio perchè ti odi e tu odi me perchè faccio altrettanto con me stesso. Stessa mela, parti diverse. Marce ugualmente.
Vedo tutti, lontani, indistinti, come vapore. Siete persone inutili, arroganti, saccenti, ignoranti. Vedete cose che non vedo e mi date del pazzo, vi guardo e vi considero come me. Pazzo. Chi non lo è, in fondo? Abbiamo tutti il tocco della follia. E’ l’unica cosa che ci salva da noi stessi. E’ il collare antipulci per le nostre cattive abitudini.
Cosa sono questi segni per strada? Non ci sono cavalli. Allora cosa sono quelle montagnucce scure per terra? Morbide, filamentose, consistenti, quasi fumanti. Umilianti per la vista.
Vorrei pestarle, ma mi sporcherei solo le scarpe.
Su su, il mio sguardo potrebbe andare anche più su. E l’opinione che ho, non sarebbe diversa. Vedrei cacca da cavallo comunque. A prescindere dalla latitudine. Considero questo spettacolo l’escrescenza purulenta di una brutta infezione virale. Non posso pensare diversamente. Perchè dovrei fare il contrario? Solo per rispetto verso me stesso come uomo? Sarebbe bello se fosse così semplice. Ma ciò che vedo, non può non farmi pensare ad una brutta malattia.
Avete letto fino a qui?
Un foglio bianco pieno di lettere nere.
Non vi manca certo la costanza.
Come esseri umani ne abbiamo scritto di libri. Fiumi di parole. Pensieri, emozioni. Nei libri c’è la scienza dell’uomo. Tutto il sapere. Tutte le parole dette. Ma mai quelle non dette. Non esiste un libro che racconta una storia che non è mai stata raccontata. O forse si. Forse in fondo, lo sono tutti i libri. Ogni libro è ciò che non è stato detto.
Il dubbio mi assale. Centra l’inconscio? Risposta ai nostri dubbi. Quando non capiamo una cosa, è sempre colpa dell’inconscio. Questo qualcosa che non si sa cos’è, com’è, se esista davvero, ma a cui si attribuiscono gli artifizi più sorprendenti, nelle cose dell’uomo. Un deus ex machina che risolve i problemi. Un Wolf per ogni stagione. Per ogni situazione. Ti suona la porta, ed il garage è pulito prima dell’arrivo di tua moglie.
Se i libri sono lo sfogo dell’umanità, i pensieri reconditi del genere umano, siamo nella merda. Ve lo dico col cuore. Senza infingimenti.
Perchè se anch’io in questo momento stessi rimpinguando in qualche modo il bottino delle cose mai dette dall’umanità, saremmo un popolo di pirati. Che si frega a vicenda da sempre.
E’ meglio non leggere allora. E non sfiorare questo beccatello con dita fameliche.
Abbiamo tutti bisogno della gobba, con dentro i pensieri.
Chini e languidi camminiamo per le strade stringendoci le mani, in segno di pace. Siamo tutti un pozzo di inespressioni, di se, di ma, di forse. Di che? Siamo tutti così, come me, come te. Ladri. Impuniti. Spietati.
Rubiamo le parole e le mescoliamo tra di loro. Per dare un significato alle nostre domande. Per dare un senso alla nostra esistenza. In competizione solo col tempo, e non tra di noi. Ma è davvero così?
Non ne sono sicuro. Ancora il dubbio di prima.
Dovrei parlarne. Di questo dubbio. O forse l’ho già fatto, allora dovrei astenermi. Dovrei fare tesoro di ciò che ho detto e invece ho dimenticato. Perchè potrei ripetermi come un vecchio. E allora sarei patetico. Come mi capita spesso.
La tua faccia che ride, mi sta sul cazzo. Non la sopporto. Perchè mi guardi così?
Guardiamoci in giro, per favore. Cosa vediamo? Luci, strade, macchine che passano, persone, nessuno, polvere, nebbia, silenzio. Vediamo tutti la stessa cosa. Un gioco per bambini, dove si muore davvero.
Siamo tutti personaggi di un gioco. E l’armadio che vedi in realtà non esiste. E’ lui che l’ha creato. E’ lui che ci ha messo dentro certe emozioni. Siamo due calcoli matematici che hanno fatto sesso tra loro. Ma è Jimmy l’artefice di tutto.
Chiuderemo gli occhi, e non resterà nulla. Cavalli scalpitanti una vita, mortadella alla fine.
Vagoni, camion, di mortadelle. Grandi. Pesanti.
Vorreste trovarvi improvvisamente appesi a dei ganci? Trasportati chissà dove. Al freddo di una cella frigorifera. Pronti per essere tagliuzzati e serviti freddi? Sarebbe uno spettacolo fantastico. Un maiale seduto a tavola che vi aspetta guardando la tv. Caressa che esalta le gesta di Mourinho. Il vicino che sposta la macchina per far passare sua sorella. Povera donna, è troppo grassa. Come vitella.
State ancora leggendo? Non ci credo. Nessuno si sarà spinto così oltre. Eppure il trucco per leggere tutto fino alla fine, senza annoiarsi, esisterebbe. Ma non voglio dirvelo. Perchè se siete arrivati fino a qui, meritate una ricompensa migliore. Vi autorizzo io stesso a smettere. Non vi fate ingannare dalle altre parole che seguiranno. Fermatevi ora. Se non lo avete fatto prima, dovete farlo adesso.
E’ così che anche le cose non scritte, non dette e mai confessate, rimangono tali.
Immergendole all’interno di un testo incomprensibile o camuffandole da paglia in un pagliaio. Come il classico ago, difficile, quasi impossibile, da trovare. Qualcuno direbbe che questo foglio dovrebbe essere “analizzato” da un esperto del settore. Delle malattie mentali, intendo. E forse è così. Chi lo sa dove sta la verità? Di solito sempre nel mezzo. Ma il mezzo di questa questione, quale sarebbe? Come si potrebbe distinguere un’opera letteraria, da un foglio coperto dalla schizofrenia di un individuo? O meglio chi lo fa? Chi è capace di comprendere un altro pazzo e a premiarlo con il nobel? Il mare dell’ego è sconfinato, come l’autostima. La prima forma di automasturbazione dell’individuo. Il primo orgasmo dell’esistenza ed anche l’ultimo. Ipoteticamente potrei sentirmi autorizzato a considerare questo foglio pieno di parole come qualcosa di inestimabile valore, espressione letteraria tra le più alte, tensione culturale tra le più sublimi. Ma esiste pur sempre una scala di valori, no? E allora il mio giudizio si risponde da solo. Perchè posso pensare qualsiasi cosa, rispetto a quello che dico e resterebbe solo il mio giudizio. Potrei farlo anche per un’altra persona? Se il giudizio è condiviso, però, embeh, embeh, embeh. Allora, il discorso cambierebbe. Se condividete il mio discorso, allora votate per me. Potrei essere eletto. E cambiare il vostro mondo. Potrei regalarvi un sorriso, senza televisioni. Senza mignotte e minorenni. Senza condanne. Se votate, significa che state ancora leggendo. E quindi il voto non andrà sprecato. Bene così, speravo peggio, sinceramente.
Inzuppiamo un po’ di salsa. E ora capirete perchè. Semprechè abbiate ignorato il mio imperativo a fermarvi nella lettura e qualora non lo abbiate fatto da soli, il che è più probabile, significa che queste parole non dette, qualcosa la stanno dicendo . Su di me, su di voi. Chissà.
Ma ve lo ripeto. Questo è il foglio delle cose non dette. Parole.
Potreste non leggere e sapere lo stesso cosa dicono.
Quando il sole è sperso all’orizzonte e le nubi calme corrono via, quando il vento placido sussurra le parole del tempo che scorre ed i pensieri fuggono via insieme ad esso,proprio quando il giorno volge al termine e la notte bussa impaziente alla porta, è solo allora che potrete ascoltarla. Fate bene attenzione, volgete le vostre orecchie al calmo silenzio e ancora più in fondo, giù, nelle piaghe del suono, è lì che la troverete. La sentite? Flebile ed impercettibile, sussurrante e melodica come il canto di una sirena! E’ lei, la sola voce sincera, l’unica che non conosce ipocrisia. Se riuscite a sentirla chiudete gli occhi e lasciatevi cullare da essa. E’ l’onda lunga del suono dei pensieri del mondo, sono gli afflati delle voci sussurrate,dei desideri inespressi, dei pianti inconsolati. Ascoltate, non distogliete la vostra attenzione proprio ora! Riuscirete a parlare con l’anima immortale della vita, a carpirne i segreti, a rispettarne la grandezza, ed infine a lottare affinché quella voce sia udibile sempre, anche tra il frastuono assordante della vita di tutti i giorni.
Nessuno immagina. Perchè nessuno ci pensa. O se lo fa, se lo tiene per sé. Ma esiste davvero un qualcosa che aleggia su di noi, sulle nostre città, per le nostre strade, senza che la vediamo, senza rendercene conto. Esiste ed è là, ad emblema della nostra vigliaccheria. Della nostra apatia. I desideri dell’uomo restano appesi ai cartelli pubblicitari e si sfaldano al suono dei registratori di cassa. Entriamo in Chiesa per comprare il Dixan, senza confessare i nostri peccati. E’ questo il bello dell’indulgenza. Paghi e sei a posto con la coscienza. Niente incubi quando vai a dormire. Niente pensieri quando ti svegli.
Inzuppando il pane nel latte si ottiene un alimento completo, per una sana colazione. Eppure c’è sempre qualcosa che non va. E quelle facce lì, lucide di pixel, mi dicono di no. Niente pane. Niente zucchero.
No Martini, no Clooney. Ed ecco che la Canalis avrebbe il mal di testa. Sarebbe disposta a fare la pubblicità dell’Aulin? O fa troppo male allo stomaco? Eppure la Vecchia Romagna viene osannata a passo di danza, da anni, con la stessa pubblicità fannullona. Quella non fa male. Non fa male. Non fa male.
Anche se ne vedi tre di quello lì, beccare quello di mezzo è più difficile di quanto credi, caro Rocky Balboa.
Mi sento pugile anch’io. Dopo mille battaglie. Dopo mille angherie. Sento la forza che sfila via, in sordina. Un giorno alla volta, un minuto alla volta. Ma non mi arrendo. La mia Adriana è lì, a bordo ring, che si gira di lato quando prendo un bel gancio alla faccia. Non grido il suo nome. Perchè dovrei farlo? Non c’è musica sopra di me. La vita non ha colonna sonora. Le emozioni sono più semplici, meno vergate. Sono pugile anch’io. Ma non me ne vanto.
Altre cose non dette. Forse solo pensate. Ascoltate altrove e travisate.
Parole. Semplici parole. Per riempire uno spazio.
In fondo è quello che facciamo tutti ogni giorno.
Parliamo per riempire lo spazio che ci separa.
Ma non sempre ci riusciamo, anzi quasi mai. Le distanze che ci separano appaiono ineliminabili. Lontani, ci vediamo diversi l’un l’altro, come provenienti da un mondo diverso. Ci guardiamo con sospetto solo perchè veneriamo un Dio che non ha lo stesso nome o non lo veneriamo affatto, perchè non vediamo il cielo popolato da angeli, ma solo da stelle e ci sentiamo diversi da chi non veste come noi, da chi cammina più chino, da chi alza la testa solo per chiedere scusa. Vediamo differenze dove non ce ne sono. Solo perchè non riusciamo a parlare. E le parole non dette diventano macigni, scarpate in cui cadiamo, burroni in cui precipita il nostro modo di essere, con noi e il nostro denaro. Scintillanti e tintinnanti. Cadiamo simili a monetine.
Potrei fermarmi qui. E non parlare più. Ed in realtà lo sto già facendo. Sto parlando senza aprire la bocca, scrivendo senza muovere le dita, pensando senza usare la testa. Vedo il foglio colorarsi di nero, come in una macabra danza e non ne comprendo la ragione. Queste sono parole per tutti e nessuno. Sono il senso senza senso. Sono il vetro senza trasparenza. Sono il mare senza sale. Parole lasciate ad asciugare come panni stesi al sole. Sono lì, ma nessuno ci fa caso. Perchè nessuno fa caso all’ovvio. L’ovvio è il torcicollo della mattina, è la minestra riscaldata, è il silenzio di una persona che parla. Nella vita di tutti i giorni ci guardiamo l’un l’altro senza notare qualcosa, sempre. C’è sempre qualcosa che ci sfugge e quel qualcosa non può che essere l’ovvio. Il dato per scontato. Il senso comune della normalità. Quello che c’è ma non vediamo, ciò che vediamo ma senza passione. L’ovvio non suscita emozioni e pertanto non lo amiamo, semplicemente lo ignoriamo, come la macchia sul pantalone da lavoro.
Esistiamo. Siamo qui. L’ovvio. E lo diamo per scontato. Come se fosse la più semplice delle cose. E non ci interroghiamo del motivo per il quale siamo qui. Ne prendiamo atto.
Eppure il mondo delle parole, almeno quelle scritte, sono proprio il canto dell’ovvio. Sono le domande che non ci poniamo, sono il desiderio di interrogarsi su ciò che non viene mai chiesto ad alta voce. Letteratura, la Bibbia dell’ovvio. Parole inforcate come pasta da mangiare. E vino buono, come sangue da assaggiare. Se facciamo qualcosa in memoria di qualcuno è solo perchè ci è stato spiegato quell’ovvio, che non abbiamo capito. Il sacrificio non è compreso, se non vissuto in prima persona. Ed erigiamo i nostri templi e le nostre cappelle all’ovvio. A quello che dovremmo sapere ma non capiamo. A quello che già sappiamo, ma facciamo finta di non capire. E quando l’ovvio diventa potere, le parole diventano fumo e la vita diventa noiosa. Diventa rincorsa, psoriasi della pelle, cancro alla mammella.
Perchè?
L’eterna domanda. L’eterna risposta galleggiante.
Non abbiamo una risposta perchè sbagliamo la domanda. Non dovremmo chiederci un perchè, ma un percome. Non dovremmo domandare al cielo di cose che stanno sulla terra, né sperare nella stella cadente di turno. Ma dovremmo essere tutti attratti dal sublime. Quello che sprizza dagli occhi di uomini che hanno dato risposta ai propri percome, senza perchè, senza scopi, nel disinteresse che diventa interesse, in quell’abbraccio così importante che si chiama comprensione.
Guadagnare perdendo.
In economia non potrà mai essere così. Ed è per questo che l’economia non sarà mai una risposta ai problemi dell’uomo. Il fruscio del denaro che offusca la mente è droga da mentecatti. Non capirlo, significa non vedere l’ovvio, appunto, come sempre e per sempre.
Parole non dette. Cumulo di neve sotto al quale siamo sepolti.
Fiumi di parole, nel quale affoghiamo le nostre illusioni.
Non sarà così semplice dire fare pensare, mentre il tempo scorre via e la morte si avvicina. Ed è ancora una volta l’ovvietà della morte che ci sconfigge, nella sua triste semplicità, con la sua atroce naturalezza. Forse ci crediamo immortali, ed è questo il nostro inganno, le nostre parole non dette, ogni giorno. Ci crediamo diversi ed unici, ed è questo il nostro frainteso, le nostre occasioni sprecate, nel tempo. Il nostro domani lasciato a marcire.
Il domani del mondo, che sarà anche senza di noi, per moltissimo tempo.
Se cadesse la pioggia su quelle scritte sui muri, potrebbe cancellarle. A che cosa lasciamo il compito di fare ciò che dovremmo fare noi stessi? Ha senso chiedersi un perchè e non darsi risposte? Ha senso credere in qualcosa, se non crediamo in noi stessi? Se sospettassimo di meno l’uno dell’altro, non ci sarebbe bisogno della pioggia. E nemmeno delle parole. Che sarebbero non dette, ma innocue, come la biscia con pupilla rotonda. Mai velenosa, eppur strisciante.
Siamo altari. A prescindere dalla croce. Siamo coppe e calici, a prescindere dal contenuto. Siamo campane, a prescindere dalla cadenza. Siamo frutta frullata, a prescindere dai gusti. Siamo soli, a prescindere dalla compagnia. Soli con i nostri dubbi e le nostre parole non dette. Cumulo di anni di silenzio nel borbottio della vita. Siamo sabbia di mare salata. Indistinguibili se osservati da lontano.
Siete arrivati fino a qui? E’ assurdo. Trascino queste parole per il foglio senza uno scopo e non credevo che foste così perseveranti. Non c’è un perchè alle cose non dette. Sono solo le cose che abbiamo perso per strada. Non ha senso dar loro importanza. Quindi perchè state ancora leggendo? Cosa credete di trovare in questo stagno scuro di parole a mezza bocca? Non ha senso. Le parole non dette sono ciò che avete già letto senza aprire un libro, o un giornale, o una lettera, o un biglietto d’auguri. Senza leggerle, sono già vostre.
Con questo foglio non pretendo di regalarvi nulla di nuovo, così come credono tutti quelli che scrivono e criticano altri che fanno altrettanto pensando di essere speciali, superiori, migliori, di scoprire l’acqua calda e farla passare come l’invenzione del secolo. Non sono qui per insegnarvi alcunchè. Le parole non dette sono ciò che è celato. L’ovvio non può insegnare nulla, se non a ridere di sé. Se non a guardarsi intorno con poca meraviglia. Allora cosa sperate di trovare in questo foglio bianco? Su di esso non ci sono parole. Quelle che vedete non lo sono. Sono solo le macchie della mia verginità.
Sono solo l’alone lasciato da un bicchiere.
Smettete di leggere se potete. O finirete come me, drogati dall’ovvio, delusi da uno sballo fittizio che dura troppo poco. Smettete di leggere se vi va. Smettete di perdere tempo. Fate come me. Prendete un foglio e cominciate a scrivere le vostre cose non dette. Sarebbe più utile che starsene qui a leggere qualcosa che non c’è. Sarebbe più utile dormire mentre si sogna. Sarebbe più bello volare che restare appesi a un filo.
Adoro il giudizio e il pregiudizio, la critica fine a sé stessa. Ed è per questo che scrivo. Per dare giudizi, per criticare. Ed essere criticato. Se state leggendo per questo, potrei essere felice, ma lo sarei di più se foste capaci di guadare in voi stessi senza vergogna. Sarei più appagato se passaste il tempo a trovare le vostre parole non dette e non a leggere le mie. Adoro la massa che si confonde in sé stessa, senza trovare la strada. Adoro il cumulo di volti di una folla anonima. Adoro le mani alzate al cielo per una richiesta di aiuto. Odio la vostra remissione a non farvi domande, a non parlare di voi stessi se non per stereotipi. Giudico anch’io adesso. E’ il mio tribunale. Non potete negarmi questo gioco. Se leggete siete soggetti al mio giudizio, come quello di qualunque altro di cui leggete le parole. Chi scrive lo fa per giudicare i suoi lettori, mai per esser giudicato. Scrivete anche voi. Parlate senza voce. In questa magica alchimia che chiamate lettura, iattura, povertà.
Sono qui per giudicare, attraverso quello che non ho mai detto, parlando del mondo, di me, di voi. Chissà.
Non lasciate che questo foglio si cancelli da solo. Cancellatelo voi stessi. Con un colpo di gomma. Non leggetelo.
Cose non dette. Appunto.
Cose non lette. Per sempre.
Parole senza senso che danno un senso a ciò che non ne ha. A me che non ne ho. A voi che credete di averlo. Parole che creano un mondo che non c’è, ma in cui viviamo. Parole che fuggono dalle gole di un’umanità sempre più stranita a sé stessa. Il mondo moderno è lo spettacolo televisivo di un passato che si ripete, è il documentario di un tempo passato che si modernizza e si tecnologizza, è il balletto di una sterminata marea di persone che inconsapevolmente, simili a miliardi di formiche, portano briciole di pane nella stessa tana e per la stessa Regina.
Torcicollo dell’anima.
Ne soffriamo tutti inconsapevolmente. Nell’inconscio. Nel mare buio dell’io. Sappiamo di essere schiavi di qualcosa, ma non vogliamo ribellarci. Avvertiamo la distorsione della nostra realtà, ma ci affanniamo ad accettarla. Formiche. In fila indiana, ad aspettare il proprio turno per morire.
Ho stampato questo file e l’ho bruciato insieme ad una sigaretta, senza leggerlo di nuovo. Ma sul computer è ancora qui. In un’altra dimensione. Potrei cancellarlo. Ma non lo farò. Che senso avrebbe cancellare qualcosa che nessuno leggerà? Ed anche cancellandolo, lo cancellerei davvero? Morendo, moriamo davvero?
Ho bruciato un foglio bianco, credendo di vedere un foglio pieno di parole. E continuo a scrivere lo stesso. Per annoiarvi, per annoiarmi. Per credere che esista qualcuno davvero tanto stupido da leggermi. Per provare a pensare a un modo di dire qualcosa che non è stato mai detto. Per trovare una forma ad un’idea. Un contenitore ad un liquido incolore.
Potrei essere scambiato per un fantasma, solitudine o nebbia. Ma non lo sono. Almeno tanto quanto non lo siete voi. E se fossimo tutti fantasmi? Moriremmo davvero? Chi premerebbe il tasto “canc” per cancellarci dal mondo? Ed esistono altri mondi? Quelli in cui vanno a dormire i nostri pensieri? I nostri desideri? Le nostre parole non dette? Se fossi sicuro che fosse così, cancellerei questo file e lo scriverei daccapo ogni volta solo per ricancellarlo. Fino a svuotare ogni cosa. Ogni liquido incolore. Ogni impronta indolore. Sarei il menestrello delle cose immusicali, delle note irriproducibili. Sarei un menestrello del silenzio. Senza paura di restare a mani vuote. Perchè avrei sempre qualcosa da cantare. E da dimenticare. Da cancellare e da invidiare.
Ma non cancello nulla. Per la stessa ragione per la quale non tutti decidono di uccidersi. Non sapendo, sopravviviamo.
Scrivere e cancellare. Che senso avrebbe?
Lo avrebbe se non fossi io a farlo, ma voi che leggete.
Allora vi invito a stampare questo file e a bruciarlo nel fuoco. Sarebbe più giusto. Sarebbe più bello. Sarei il primo a a scrivere qualcosa e a chiedere che venga bruciata. Sarei l’eccezione ad una regola che non c’è. Per delle parole non dette, ma che pur ci sono.
Fino a quando non decidiate di bruciarle.
Moriranno con me. Ed è questo ciò che fanno tutte le parole non dette di ognuno di noi.
Il trucco di cui parlavo prima era proprio questo.
Non leggere nulla. Ma solo bruciare. Cancellare.
Le mie parole non dette. Le cose che moriranno con me.
Se non aveste seguitato a leggere.
Se non foste arrivati fin qui.
Se non aveste cercato qualcosa, laddove non c’è nulla da trovare. Se non aveste pensato di capire, qualcosa che non può essere spiegato.
La vita, la morte, non hanno ragione. Per il semplice motivo che l’abbiamo cercata, sbagliando il presupposto.
Metto un punto e vado a capo.
Una virgola e mi riposo. Un punto esclamativo e mi commuovo. Due punti e pretendo di spiegare.
La vita, la morte, non hanno punteggiatura. Scriverne è vano. Ma non insensato. Leggerne è perdere tempo. Ma non avventato.
Punto.
Che non è un’auto che ci porta in qualche posto. Ma un addio.
Virgola. Che non è un ricciolo scomposto sulla fronte. Ma un saluto.
Vita. Che non è una parola. Ma un mistero.
Morte. Che non è un mistero. Ma una tetra realtà.
Le mie parole non dette. Che non sono un vaneggiamento. Ma una perdita di tempo.
Sono onesto con me stesso almeno quanto lo sono con voi. Almeno in ciò non posso essere biasimato, anche se mi dispiace. Perchè adoro essere biasimato. Mi rende più allegro. Mi restituisce un sorriso che i complimenti mi tolgono. Perchè i complimenti appiattiscono, cullano, illudono, inviliscono, fanno diventare vecchi. Il biasimo, mai. E’ lo spillo che ti punge sulla guancia. E’ la lacrima che hai versato al tuo battesimo.
Battezzati nel nome del Signore. Che vanagloria! Quale presunzione ci condanna a morire!
Ci biasimiamo a vicenda. E non sappiamo perchè. Battezzati con acqua e purificati col fuoco dell’inferno.
Non è così che si dovrebbe parlare. Se la fede ti accompagna. Ma la fede è qualcosa di non detto. Come queste parole. E’ un vagito ovattato che riecheggia nella caverna dell’anima nostra. E’ la reminiscenza di qualcosa che non cogliamo.
Sono altre parole non dette.
La fede è qualcosa che si ha, senza cercarla. E’ qualcosa che si prova, senza assaggiarla. E’ qualcosa che si sente, senza pronunciarla.
Mi biasimano anche per questo. Per non avere fede. E adoro quando lo fanno. Perchè mettono a nudo la mia solitudine interiore. Spingendomi a fare cose che non farei, per non restare più piccolo e corrotto.
Amo chi possiede la fede. E forse li invidio. Ma non li biasimo. Biasimo i loro anfitrioni, i loro pulpiti e i loro incensieri. La loro acqua santa e le coppe d’argento e d’oro massiccio. Il loro modo di vestire, pur sapendo che l’abito non fa il monaco. Pur sapendo che un risvolto d’oro filigranato è bello a vedersi ma inutile a dirsi. L’eucarestia potrebbe essere fatta con biscotti e latte di vacca, in bicchieri di carta. E avrebbe lo stesso valore. Perchè siamo noi a dare valore alle cose, non viceversa.
Diamo valore alla fede, perchè è qualcosa che ci appartiene e ne ha di per sè. Ma una chiesa damascata o un garage impolverato, non hanno valore se ad entrarvi non sono persone che hanno una fede.
La politica dei pulpiti è una condanna. Perchè non l’abbiamo ancora capito? Siamo altari. A prescindere dalla croce. Ognuno di noi. Anch’io, che fede non ne ho. Ma non dovremmo sopportare la reprimenda di persone che vivono nel peccato quanto chiunque altro, perchè uomini. La fede e la tonaca sono due cose diverse. Una corona non può essere simbolo di lealtà a prescindere dal resto. E’ l’attribuire valore ad un simbolo che fa della veste talare qualcosa che non dovrebbe.
Guardo la croce e mi commuovo. Guardo le ferite di Cristo e piango per lui. Come farei per chiunque altro. Perseguitato, condannato, ucciso ingiustamente. Dal potere. Non dal un volere divino. Dall’uomo. Quello stesso uomo cattivo per cui il cambiare lottava. Per cui ha rinunciato a se stesso. Molti uomini hanno fatto così, prima e dopo di lui, ma di molti il ricordo si è perso nel tempo. Molti son morti con in mano le armi . Che siano state pietre, parole o fucili. Il loro grido di dolore per l’umanità ha scalfito le certezze di molti, ha ridato speranza a tutti, ha dato luce all’ombra che ci portiamo dietro.
Non è dunque questione di fede. La religione non è liturgia. Le gesta degli uomini non sono parole scritte su un libro. Sono un dito che indica un cammino. Se duemila anni dopo siamo qui, e un nuovo Cristo non c’è, non è colpa sua, né tanto meno di Dio. La tristezza sta nel rendersi conto che duemila anni dopo non dovrebbe esserci soltanto un Cristo, ma sei miliardi di Cristo. A popolare la terra. Solo così il sacrificio avrebbe redento il peccato del mondo. Ma non l’ha fatto. E non per colpa di chi è morto sulla croce.
Il sangue delle frustate e delle spine, avrebbero dovuto essere un’immagine fissa per ognuno di noi, nel corso del tempo. E invece per molti è stato solo un simbolo da sventolare come bandiera, come tifosi in uno stadio. Fedeli ai propri colori a prescindere dal loro significato.
Siamo campane. A prescindere da quale intonazione.
Ognuno suona la sua.
E non basta un morto ammazzato per cambiarci e redimerci. Per dare senso alla nostra esistenza. Il sangue si raggruma e svanisce. Il ricordo si offusca ed il racconto si muta di bocca in bocca. Il dolore si dimentica e lascia il posto all’apatia. Il pianto si asciuga e perde senso.
Quando piangiamo, un attimo dopo, non sappiamo più per cosa piangiamo e dobbiamo fare uno sforzo notevole per ricordarlo. O meglio per dare a quel pianto lo stesso significato iniziale. E’ come se piangendo scaricassimo il dolore e ce ne dimenticassimo, come se ci astraessimo dal dolore lasciandolo vuoto, senza peso. Dopo tanto tempo, nemmeno ricordiamo di aver pianto. Perchè il dolore è così. E’ un momento che va e che non si ricorda. E’ una parola non detta. E lo laviamo col pianto, acqua dell’anima.
Siamo esseri pensanti o pensiamo di esserlo? Siamo capaci di amare o sappiamo solo odiare?
Laviamoci le mani insieme a questa tavola di parole. Prendete il vostro posto, la cena è in arrivo.
Se uno di noi è capace di morire per tutti, perchè non dovremmo emularlo?
E perchè speculare in suo nome?
Siamo speciali o solo un po’ stupidi?
Cosa siamo in fondo?
Siamo effetti speciali. Non altro.
Siamo illusioni cullate. Passioni irrisolte e inconciliate.
Siamo tutti, dall’ultimo al primo, parole non dette.
Lasciate passare e dimenticate.

link: http://www.oltrelacoltre.com/?p=14860

fonte: http://francescosalistrari.blogspot.it/2012/12/le-cose-non-dette.html

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La Bayer sta sterminando le API nell'intero pianeta

vsw id="U4Uup9---Ms" source="youtube" width="560" height="344" autoplay="no"] Le api stanno scomparendo davvero, è un danno incalcolabile per l'ecosistema "...

M5S: On. Carlo Sibilia parla di Signoraggio, Moneta debito e MES

Intervento di Carlo Sibilia sulla visita che il presidente del Consiglio Enrico Letta ha in programma al parlamento europedo di Bruxelles Licenza CreativeCom...