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Siria: miliardi di petrodollari sauditi per gli aiuti CIA ai miliziani anti-Assad

Siria: miliardi di petrodollari sauditi per gli aiuti CIA ai miliziani anti-Assad
gennaio 28
10:38 2016
La traduzione completa dell’inchiesta del New York Times: gli USA dipendono enormemente dai soldi dei sauditi per finanziare i ribelli siriani. Operazione Timber Sycamore.
- di Mark Mazzetti e Matt Apuzzo -

WASHINGTON – Quando il Presidente Obama autorizzò segretamente la CIA ad iniziare ad armare i ribelli sotto attacco in Siria nel 2013, l’agenzia di spionaggio sapeva di avere un partner disponibile a finanziare volentieri l’operazione di copertura. Si trattava dello stesso partner a cui la CIA si era affidata per decenni per denaro e discrezione in conflitti lontani: il regno dell’Arabia Saudita.

Fin da allora, la CIA e la sua controparte saudita hanno mantenuto un insolito accordo riguardante la missione di addestramento dei ribelli, a cui gli americani hanno dato il nome in codice di missione Timber Sycamore. Con questo accordo, affermano funzionari di alto livello dell’amministrazione – sia attuali che precedenti – i sauditi forniscono armi ed ampie somme di denaro, mentre la CIA guida gli addestramenti dei ribelli nell’uso dei fucili d’assalto AK-47 e dei missili anticarro.

Il sostegno dato ai ribelli siriani è solo l’ultimo capitolo di una relazione decennale fra i servizi segreti sauditi e quelli americani, un’alleanza che è durata attraverso lo scandalo Iran-contra, il sostegno dei mujahidin contro i sovietici in Afghanistan fino alle guerre per procura in Africa. Talvolta, com’è successo in Siria, i due paesi hanno lavorato insieme. In altri casi l’Arabia Saudita si limitava a firmare assegni che coprivano le operazioni segrete americane.

Il programma congiunto di armamento e addestramento , a cui altre nazioni del Medio Oriente hanno contribuito con denaro, continua anche mentre le relazioni fra America ed Arabia Saudita – ed il suo ruolo nella regione – sono in fase di mutamento. I vecchi legami saldati da geopolitica e petrolio a buon mercato, che per tanto tempo hanno tenuto uniti i due paesi, si sono indeboliti con il progressivo allentarsi della dipendenza americana dal petrolio estero e con il diplomatico riavvicinamento – in punta di piedi – dell’amministrazione Obama all’Iran. Pur tuttavia l’alleanza persiste, tenuta a galla nel mare di denaro saudita e dal riconoscimento di mutui interessi.  In aggiunta alle immense riserve petrolifere dell’Arabia Saudita e al suo ruolo di ancora spirituale del mondo musulmano sunnita, la lunga relazione fra i due servizi segreti aiuta a capire perché gli Stati Uniti siano stati così riluttanti a criticare apertamente i sauditi per le violazioni dei diritti umani, per come vengono trattate le donne e per il suo sostegno alla frangia estremista dell’Islam, il Wahabismo, ispiratrice di molti gruppi terroristici che gli Stati uniti stanno combattendo.

L’amministrazione Obama non ha condannato pubblicamente l’Arabia Saudita per la decapitazione avvenuta questo mesedel religioso sciita dissidente Sheikh Nimr al-Nimr, il quale aveva sfidato la famiglia reale.

Nonostante i Sauditi abbiano dichiarato pubblicamente di aiutare i ribelli siriani con la fornitura di armi, l’entità della loro collaborazione con l’operazione di copertura della CIA e del loro sostegno finanziario diretto non è mai stata svelata. Sono stati messi insieme dei dettagli sparsi in interviste fatte a una mezza dozzina di funzionari americani – fra quelli in carica e i predecessori – e a fonti provenienti da diversi paesi del Golfo Persico. La maggior parte degli interlocutori parlava sotto anonimato, poiché non autorizzati a discutere il programma.

Fin dal momento in cui l’operazione della CIA è partita, si è retta sui soldi sauditi.

«Si rendono conto che hanno bisogno di averci con loro. E noi ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di averli con noi» dice Mike Rogers, ex membro repubblicano del Congresso Americano per lo stato del Michigan, che ha presieduto la Commissione sull’Intelligence della Camera dei Rappresentanti quando l’operazione della CIA è iniziata. Rogers si è rifiutato di discutere i dettagli del programma riservato.

I funzionari americani non hanno svelato a quanto ammonti il contributo saudita, che è di gran lunga superiore a quello di qualsiasi altra nazione nel programma di armamento dei ribelli contro l’esercito del presidente Bashar al-Assad. Ma le stime parlano di miliardi di dollari versati per l’armamento e per l’addestramento.

La Casa Bianca ha accettato il finanziamento di copertura dall’Arabia Saudita – e da Qatar, Giordania e Turchia – in un momento in cui Obama ha attibuito alle nazioni del Golfo un ruolo più rilevante per la sicurezza nella regione.

Sia i portavoce della CIA che quelli dell’Ambasciata saudita in Washington si sono rifiutati di rilasciare dichiarazioni.

Quando Obama ha autorizzato l’armamento dei ribelli nella primavera del 2013, lo fece parzialmente per riprendere il controllo dell’apparente parapiglia che impazzava nell’area. Il Qatar e l’Arabia Saudita stavano facendo transitare armi in Siria da oltre un anno. Il Qatar aveva persino contrabbandato carichi di missili cinesi FN-6 a spalla sul confine con la Turchia.

Le operazioni saudite erano capitanate dall’appariscente Principe Bandar bin Sultan, all’epoca capo dei servizi segreti, che ordinò alle spie saudite di comprare migliaia di fucili AK-47 e milioni di munizioni nell’Europa dell’Est da destinare ai ribelli siriani. La CIA ha aiutato ad organizzare alcuni degli acquisti di armi per i sauditi, tra i quali un consistente affare in Croazia nel 2012.

Nell’estate del 2012, lungo il confine turco con la Siria, le cose andavano a  ruota libera, con le nazioni del Golfo che facevano transitare armi e denaro verso i gruppi ribelli: persino verso alcuni che i funzionari americani temevano avessero legami con gruppi radicali come Al Qa’ida.

La CIA se ne stava per lo più in disparte in questo periodo, autorizzata dalla Casa Bianca – sotto il programma di addestramento Timber Sycamore – a provvedere aiuti non letali ai ribelli, ma non armi. A fine 2012, secondo due ex alti funzionari americani, David H. Petraeus, allora direttore della CIA, avrebbe dato una strigliata ai funzionari d’intelligence di molti paesi del Golfo, in una riunione vicino al Mar Morto in Giordania. Li rimproverò per aver mandato armi in Siria senza coordinarsi fra di loro o con i funzionari della CIA presenti in Giordania e in Turchia.

Mesi dopo Obama dette la sua approvazione affinché la CIA iniziasse direttamente ad armare e addestrare i ribelli in una base in Giordania, modificando il programma Timber Sycamore in modo da concedere aiuti letali. Sotto il nuovo accordo, la CIA prese la guida delle operazioni di addestramento, mentre l’agenzia di intelligence saudita – il Direttorato Generale d’Intelligence – forniva soldi ed armi, inclusi i missili anticarro TOW.

Anche il Qatar ha aiutato a finanziare il programma di addestramento e concesso una base nel suo suolo da usare come sede addizionale allo scopo. Ma i funzionari americani sostengono che quello dell’Arabia Saudita fosse di gran lunga il contributo più sostanzioso all’operazione.

Mentre l’amministrazione Obama vedeva questa coalizione come un punto a suo favore nel Congresso, alcuni, fra i quali il senatore Ron Wyden, un democratico dell’Oregon, sollevava la questione sul perché la CIA avesse bisogno dei soldi sauditi, secondo quanto riportato da un ex funzionario americano. Wyden ha rifiutato di farsi intervistare ma il suo ufficio ha rilasciato una dichiarazione in cui si chiedeva maggiore trasparenza. «Alti ufficiali hanno dichiarato pubblicamente che gli Stati Uniti stanno provando a costruire il potenziale d’armi sul campo per le forze di opposizione anti-Assad, ma non hanno fornito alcuna spiegazione al pubblico su come lo stiano facendo, quali agenzie americane siano coinvolte o con quali partner esteri quelle agenzie stiano collaborando» afferma il comunicato.

Quando i rapporti fra i paesi coinvolti nel programma di addestramento si fanno tesi, spesso tocca agli Stati Uniti negoziare delle soluzioni. Da padrone di casa, la Giordania si aspetta pagamenti regolari dai sauditi e dagli americani. Quando i sauditi pagano in ritardo – secondo un ex alto funzionario dell’intelligence, i giordani si lamentano presso la CIA.

Mentre i sauditi hanno finanziato altre missioni CIA in precedenza senza apporre lacci e laccioli, i soldi per la Siria arrivano con certe aspettative, dicono sia gli ex funzionari che quelli in carica. «Vogliono sedersi al tavolo e dire la loro sull’agenda sul tavolo» ha dichiarato Bruce Riedel, ex analista della CIA ed ora membro della Brookings Institution.

Il programma di addestramento della CIA è distinto da un altro programma per armare i ribelli siriani che il Pentagono già conduceva e che sin da allora era stato chiuso. Tale programma era stato studiato per addestrare i ribelli a combattere i guerriglieri dello Stato Islamico in Siria, diversamente dal programma della CIA, che si concentra sui gruppi ribelli che combattono l’esercito siriano.

Mentre l’alleanza fra servizi segreti è centrale per la battaglia in Siria ed è stata importante nella Guerra contro Al-Qa’ida, un elemento costante d’irritazione nei rapporti americano-sauditi risiede nel fatto che i cittadini sauditi continuino a sostenere i gruppi terroristici, così dicono gli analisti.

«Più l’argomento è ‘Abbiamo bisogno di loro come partner contro il terrorismo’ meno convincente diventa» ha detto William McCants, ex consigliere anti-terrorismo del Dipartimento di Stato ed autore di un libro sullo Stato Islamico. «Se si tratta meramente di un dibattito sulla cooperazione anti-terrorismo, ed i sauditi costituiscono una grossa fetta del problema creando terrorismo in prima battuta, allora quanto persuasivo risulta questo argomento?»

A breve termine, l’alleanza rimane in piedi, rafforzata da un legame solido fra maestri in spionaggio. Il Principe Mohammed bin Nayef, il ministro degli Interni saudita che ha ricevuto l’incarico di armare i ribelli siriani dal Principe Bandar, conosce il direttore della CIA, John O. Brennan, dai tempi in cui Brennan era a capo della sede di Riad negli anni ’90. Alcuni ex colleghi affermano che i due sono molto vicini e che il principe Mohammed si è conquistato degli amici a Washington con le sue mosse aggressive volte a smantellare gruppi terroristici come Al Qa’ida nella Penisola Araba.

Il lavoro che svolgeva Brennan a Riad, più che il ruolo di ambasciatore, era quello di epicentro del potere americano all’interno del regno. Ex diplomatici ricordano come le discussioni più importanti circolassero sempre attraverso il capo della stazione locale della CIA.

Sia gli ex funzionari che quelli in carica sostengono che si tragga un beneficio da questo canale di comunicazione: i sauditi sono più reattivi alle critiche americane quando fatte in privato e questo canale segreto è stato molto più efficace di qualsiasi rimprovero pubblico nel mettere in riga i sauditi in nome dell’interesse americano.

Le radici di questa relazione vanno in profondità. Nei tardi anni ’70, i sauditi organizzarono quel che è conosciuto come il “Safari Club” – una coalizione di nazioni comprendente il Marocco, l’Egitto e la Francia e che conduceva operazioni sotto copertura in tutta l’Africa in un periodo in cui il Congresso aveva tarpato le ali alla CIA dopo anni di abusi.

«E cosi’ il regno, assieme a questi paesi, ha aiutato in qualche modo, credo, a tenere il mondo al sicuro in un momento in cui gli Stati Uniti non erano in grado di farlo» ha ricordato il Principe Turki al-Faisal, ex capo dell’intelligence saudita, in un discorso tenuto alla Georgetown University nel 2002.

Negli anni ’80, i sauditi aiutarono a finanziare le operazioni della CIA in Angola, dove gli Stati Uniti appoggiavano i ribelli contro il governo filo-sovietico. Mentre i sauditi erano fedelmente anticomunisti, l’incentivo primario di Riad sembrava essere quello di fortificare i propri legami con la CIA. «Stavano comprando buona volontà», ricorda un ex alto ufficiale dell’intelligence che era coinvolto nelle operazioni.

In quello che risulta essere forse l’episodio più significativo, i sauditi aiutarono ad armare i ribelli mujahidin per sgominare i sovietici dall’Afghanistan. Gli Stati Uniti impegnavano ogni anno centinaia di milioni di dollari in questa missione e i sauditi la armonizzavano, dollaro su dollaro.

Il denaro scorreva attraverso un conto bancario in Svizzera gestito dalla CIA. Nel libro “Charlie Wilson’s War“, il giornalista George Crile III descrive come la CIA fece in modo che il conto non guadagnasse interessi, in linea con il bando islamico sull’usura.

Nel 1984, quando l’amministrazione Reagan cercò aiuto col suo piano segreto, volto a vendere armi all’Iran per finanziare i ribelli in Nicaragua, Robert C. McFarlane, il consulente nazionale sulla sicurezza, incontrò il Principe Bandar, allora ambasciatore  saudita a Washington.  La Casa Bianca fu esplicita nel dire che i sauditi «avrebbero goduto di grande favore» se avessero cooperato, McFarlane ricordò in seguito.

Il Principe Bandar promise un milione di dollari al mese per finanziare i contras, riconoscendo in questo modo il sostegno dato in passato ai sauditi. I contributi continuarono dopo che il Congresso tagliò i fondi ai contras. Alla fine, i sauditi avevano versato 32 milioni di dollari, pagati attraverso un conto bancario nelle Isole Cayman.

Quando lo scandalo Iran-contra esplose ed emersero domande circa il ruolo dell’Arabia Saudita, il regno tenne i suoi segreti. Il Principe Bandar si rifiutò di collaborare con l’inchiesta guidata da Lawrence E. Walsh, un legale indipendente.

In una lettera, il principe si rifiutava di testimoniare, spiegando che «i segreti e gl’impegni del mio paese, così come la nostra amicizia, vengono mantenuti non solo per il momento che serve, ma a lungo termine».

Fonte: www.nytimes.com

Traduzione per Megachip a cura di Leni Remedios.

 

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