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Io, madre surrogata, vi racconto il mio incubo

Io, madre surrogata, vi racconto il mio incubo
febbraio 03
08:17 2016
Elisa Anna Gomez, giunta dagli Stati Uniti in Italia, spiega la sofferenza che ha vissuto dopo aver “affittato” il proprio utero a una coppia omosessuale

“Affinchè gli italiani si rendano conto di cos’è la maternità surrogata”. È questo il biglietto da visita con cui Toni Brandi, presidente di ProVita Onlus, ha presentato insieme al senatore Lucio Malan, nel corso di una conferenza stampa in Senato, l’americana Elisa Anna Gomez.

Volto da ragazzina, la Gomez in realtà è già una donna. È madre di un ragazzo che fa parte dell’aeronautica militare e di una ragazza che studia per diventare medico. Ha anche una terza figlia, che però per un crudele gioco del destino non può vedere.

Mentre racconta ciò che le è successo, la voce le viene spesso spezzata dall’emozione e un velo di lacrime le copre gli occhi. La sua storia è simile a quella di numerose altre donne, di Paesi in via di sviluppo così come delle periferie degli Stati Uniti o del Canada, le quali per mantenere la propria famiglia sono disposte a tutto. Anche ad affittare il proprio corpo.

È il 2006 quando Elisa decide di offrirsi a un forum on-line come madre surrogata. Lo fa nello Stato in cui vive, nel Minnesota, dove questo tipo di pratica non è consentita legalmente. “Ho incontrato diverse coppie – ha raccontato la donna – attraverso un sito internet senza consulenza legale ed ho scelto una coppia omosessuale”. La Gomez racconta di esser rimasta positivamente colpita da questi due uomini, con i quali decide quindi di firmare un accordo che, oltre ad assicurarle un compenso, la riconosce per sempre madre della bambina e la garanzia di essere sempre presente nella sua vita.

Tuttavia, come insegnano i latini, verba volant. Anche perché, suggerisce un altro adagio, le apparenze spesso ingannano. La gravidanza procede bene. La Gomez porta in grembo sua figlia con gioia e con la fiducia che la avrebbe potuta vedere frequentemente.

Le cose però cambiano nel momento in cui entra in travaglio. La coppia di uomini inizia a starle accanto in modo morboso. “Appena è nata la bambina, mi sono subito sentita legata a lei, ho percepito che era mia figlia e sapevo che non potevo separarmi da lei”, spiega.

Di questo legame affettivo sembrano preoccuparsi i due “committenti”, che si offrono per accompagnare la madre a casa una volta dimessa, insieme alla piccola, dall’ospedale. La Gomez accetta, sale sull’automobile e qui capisce che l’atteggiamento dei due omosessuali è drasticamente cambiato.

Provano a rassicurarla, ma la Gomez ha come l’impressione che i due vogliano sbarazzarsi di lei. La riaccompagnano a casa e si portano via sua figlia. “Da quel momento mi sono sentita come un mero fantasma di me stessa”, soggiunge. Ma i veri fantasmi diventano i due “committenti”. La coppia – spiega – “ha improvvisamente tagliato le comunicazioni e ha lasciato lo Stato senza darmi alcuna informazione”. La Gomez non trova conforto nemmeno presso le autorità, che – afferma – “non mi hanno assistito, trattandomi come se quella bambina non fosse mia”.

È così che prova ad adire le vie legali, ma ne rimane oltremodo scottata. Dopo un primo processo – racconta – “il giudice ha dichiarato che io non ero la madre di mia figlia, ma solo un donatore genetico”. La donna decide così di ricorrere in appello, dove le toghe riconoscono il suo legame genitoriale con la piccola ma stabiliscono altresì di lasciare la bambina alla coppia omosessuale.

L’incubo non finisce qui. La Gomez – che è pittrice e mantiene la sua famiglia svolgendo vari lavori – viene costretta a pagare quasi 600 dollari di assegni di mantenimento e viene minacciata di prigione se avesse parlato o scritto, negli Stati Uniti, di quello che le è successo. Qui in Italia, dove è libera da questa censura di Stato, racconta con le lacrime agli occhi le sofferenze di sua figlia. “Le telefonate che ho fatto a quella coppia poco dopo la sua nascita – dice – sono state traumatizzanti, perché la sentivo urlare disperatamente di sottofondo”.

“Sono stata ingenua”, riflette amaramente la Gomez. La quale dichiara di non vedere più sua figlia da quando aveva due anni e mezzo e aggiunge: “Sono certa che migliaia di donne, nel mondo, soffrono la mia stessa sorte”. Sono le numerose donne sfruttate, costrette dalla violenza o dalla fame, ad “affittare” il proprio utero. “Io non sono una schiava e mia figlia non è un oggetto – esclama – ci sono leggi contro la vendita di parti del corpo umano e tuttavia la maternità surrogata è accettata”.

E mentre la Gomez rivela il suo straziante racconto, nello stesso palazzo, in Aula del Senato, è appena iniziata la discussione sul ddl Cirinnà. “Conosco un po’ questo testo – afferma la donna americana – e credo che la stepchild adoption renderà molte donne nella mia stessa situazione”.

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Pubblicato da

Chiara Comini

Chiara Comini

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