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L’intelligenza invisibile

L’intelligenza invisibile
ottobre 13
10:04 2016

Si può misurare l’intelligenza? Sappiamo riconoscerla quando la vediamo? Se non ci dovessimo riuscire, la cosa ci importerebbe?

.

Probabilmente no, come è già successo in passato quando tante situazioni di contrasto tra realtà oggettiva e interpretazione soggettiva venivano risolte con frasi fatte come “la bellezza è negli occhi di chi guarda” oppure “è intelligente ma non si applica”.

Siccome sono molto impegnato in questo periodo, non ho il tempo per seguire le mie stesse digressioni, andiamo al dunque. Avete visto tutti il film “Matrix” del 1999? Non tutti? Accidenti, mi avete bruciato tutte le metafore che avevo in mente di scrivere.  Per farla breve, nell’Aprile di quest’anno grazie alla rivista di divulgazione scientifica Le Scienzeabbiamo scoperto cosa fanno gli scienziati quando non fanno esperimenti e non elaborano teorie (che è quello a cui siamo interessanti di più e che ci aspetteremmo di sapere da una rivista di divulgazione). Il risultato della scoperta è stato prevedibile: gli scienziati si comportano nel tempo libero da nerd (secchioni amanti di saghe fantasy e fantascientifiche), valutando la possibilità che la realtà non sia altro che un’immensa simulazione virtuale di un’altra civiltà molto più evoluta della nostra. Riflessioni epistemologiche sono già state avanzate all’epoca su questo sito, ma forse avremmo dovuto seguire il consiglio implicito degli scienziati e goderci anche noi un buon boccale di birra e non pensarci più…e invece no, ora si parla di soldi! Sputiamo l’alcool e concentriamoci di nuovo su questa speculazione.

Sembra che due miliardari, di cui non si conosce il nome (buon per loro), vogliano finanziare una ricerca per studiare quest’ipotesi e addirittura capire cosa fare per uscire da un’eventuale realtà virtuale. Una prima tesi confermata è quella secondo la quale ai miliardari piaccia spendere soldi per cose inutili ma costosissime. La seconda tesi è che la teoria pseudo-scientifica del Disegno Intelligente stia prendendo sempre più piede ma con un altro nome (per non urtare la sensibilità degli atei).

Ci sarebbero delle ragioni dietro il sostegno della “teoria-Matrix”, come indica l’articolo di La Repubblica:

Il punto di partenza è la rapidità dell’avanzamento delle proprietà informatiche: così veloce e massiccia che in un futuro prossimo le menti artificiali potranno divenire indistinguibili da quelle reali e umani.

Il punto di partenza è la rapidità di avanzamento dei film mentali, già proiettati verso il duemila e qualcosa-che-sia-molto-più-di-16. Vi ricordo che molti avevano predetto le automobili volanti per il 2015, mentre stiamo ancora a cambiare le batterie ogni due anni, se siamo fortunati. Il mio PC, inoltre, si blocca se aprowww.enzopennetta.it nei primi cinque minuti dopo l’accensione, sarebbe d’aiuto una mente reale e umana che mi aiutasse a combattere l’entropia del mio sistema informatico.

Proprio per questo, qui il pivot della tesi, non c’è dunque alcuna ragione per non pensare che un quadro simile non sia già avvenuto in passato e che, come nella neurosimulazione interattiva della saga di Matrix, ci stiamo già dentro fino al collo.

Una proiezione futura data per certa viene proiettata nel passato di un’altra civiltà tecnologicamente più avanzata della nostra che ci sta simulando, simulando sé stessa, con Mark Ruffalo e Jennifer Connelly, di J. J. Abrams, a Gennaio 2017 nei cinema.

Scherzi a parte, non dico che sia assolutamente impossibile che la nostra esistenza sia come un sogno, ma andrebbe valutata anche la plausibilità di tal cosa. Se preferite porre la questione in termini di probabilità, c’è chi dice 20%, chi 50%, chi addirittura che la probabilità che tale teoria-Matrix sia falsa sia una su un miliardo. Questi non sono nemmeno numeri miei, c’è davvero chi indica tali probabilità, sta scritto nell’articolo!

Digressione: la definizione più semplice ma un po’ tautologia di probabilità di un evento è quella di Laplace, “numero di casi favorevoli diviso numero di casi totali, assunti tutti equiprobabili”. Non so da quale modello abbiano tirato fuori quelle cifre, rispettivamente la Bank of America ed Elon Musk, ma forse è colpa mia che semplifico troppo, probabilmente i signori citati seguono  Kolmogorov (l’autore della definizione assiomatica e più corretta di probabilità).

Dopo l’astrofisico deGrasse Tyson (che a questo punto sarebbe meglio ricordarlo come l’astrofisico più sexy del 2000), due miliardari e il fondatore della Tesla, la faccenda diventa preoccupante quando vado a leggere che

La pressione e la popolarità di questa ipotesi, suggestiva e raggelante, è talmente elevata che sembra divenuta la nuova mania della Silicon Valley. Secondo un servizio pubblicato sul New Yorker da Tad Friend, “la tesi della simulazione sta ossessionando molte persone” nell’epicentro dell’innovazione mondiale.

Molte persone a Silicon Valley si stanno preoccupando del fatto che la loro intera vita sia una simulazione digitale che si svolge in quale angolo buio senza via d’uscita. Direbbe Massimo Troisi (versione edulcorata per i non-bilingue): non c’è nessun Matrix, uscite, andate a fare le rapine e toccate le femmine!

Se però davvero ci tengono affinché qualche scienziato decida di fare ricerca su Matrix e sull’intelligenza invisibile che ci circonda e che compenetra le realtà, allora vediamo cosa si può fare di concreto. Se prendo un termometro, misuro una temperatura; con un cronometro gli intervalli di tempo; con un metro le lunghezze; con una cella fotosensibile le intensità delle onde elettromagnetiche, in breve non posso andare oltre ciò che mi fornisce ogni strumento. Ciò che posso fare è mettere in relazione le grandezze ottenute, immaginare delle relazioni, solo che si crea il rischio che tali relazioni sarei io ad attribuirle alla natura e non quest’ultima a comunicare direttamente la sua intelligenza, se esiste, a me. L’ideale sarebbe uno strumento che facesse direttamente il passaggio successivo, che andasse oltre il numero, un meta-strumento. Se con gli strumenti costruisco la Fisica, cosa costruisco con un meta-strumento? Suspense…la Meta-Fisica!

Ci siamo arrivati, finalmente, è di questo che si tratta, infatti si potrebbero fare molte riflessioni sulla realtà in cui viviamo e sulla teoria-Matrix: al di fuori di Matrix, chi ci dice che il mondo sarebbe ancora fatto di atomi? Se siamo fin dalla nascita in questa realtà simulata, come potremmo descrivere quella reale con strumenti conoscitivi calibrati per Matrix e interni a essa? Potrei sviluppare ulteriormente tali tematiche, ma finirei nella trappola di tutti i giornalisti che stanno riportando questa notizia, cioè fare in modo che anche i lettori comincino a speculare. Se facessimo anche noi così, finiremmo col collaborare a quella sospensione dell’incredulità alla base del cinema, ma che in campo scientifico dovrebbe essere fuori luogo. Oltretutto, ne abbiamo già avuti di filosofi che hanno indagato le basi dell’essere, per cui lasciamo le speculazioni agli speculatori, le spese folli ai miliardari e le ricerche fatte solo per soldi ai ruffiani; meglio occuparci di cose concrete, fatte per passione e soprattutto senza pesantissime ripercussioni filosofiche.

In base al criterio detto “ambarabà CC co.co.”, scelgo come strumento un cronometro e vado a misurare qualcosa di insolito, che magari è ancora poco noto, per esempio la durata di uno sbadiglio, potrebbe succedere che sarei così fortunato da raccogliere del materiale per sviluppare  un paper. Purtroppo già l’hanno fatto .

Anche stavolta La Repubblica (ma non solo tale quotidiano) ci aiuta a capire cosa sta succedendo: uno scienziato “massimo esperto in sbadigli” (presumo amico e collega dell’ultra-specializzato in starnuti), Andrew Gallup, ha effettivamente misurato la durata degli sbadigli di persone e altri mammiferi e ha riscontrato una correlazione con la complessità della struttura cerebrale. Inevitabile conseguenza divulgativa di tale correlazione è l’illeggibile titolo di La Repubblica “Più sbadigli a lungo, più sei intelligente”.

A questo punto torno alla domanda iniziale: perché questa moda di misurare l’intelligenza? Rispettiamo però il giusto ordine delle obiezioni, com’è giusto che sia per i nostri lettori (critica nel merito di ciò che si è misurato, poi nel merito di come lo si è interpretato, infine lo sfogo che per comodità chiameremo “filosofico”).

Nell’ipotesi che la funzione biologica di uno sbadiglio sia la termoregolazione del sangue, in particolare di quello che va dritto al cervello, si ipotizza che un cervello più complesso sia più esigente sotto questo punto di vista.

In ogni caso, l’ultimo studio di Gallup, ha previsto la visione di 205 sbadigli di 177 soggetti provenienti da 24 specie diverse, ed ha ottenuto i seguenti risultati: negli esseri umani la lunghezza è di quasi sette secondi, negli elefanti sei, cammelli e scimpanzé circa cinque. Naturalmente il peso del cervello umano non è il maggiore in assoluto, ma siamo dotati di più neuroni nella corteccia di qualunque altra specie, caratteristica che potrebbe risultare il fattore più importante. Inoltre, anche l’età è uno dei parametri da tenere in considerazione, poiché gli adulti sembrano sbadigliare più a lungo dei bambini.

Il nostro scienziato ha applicato 205 misure di tempi di respirazione (perché in fondo uno sbadiglio è una profonda ispirazione ed espirazione), associandole per la loro lunghezza temporale al bisogno di regolazione della temperatura del sangue. Apparentemente non ha correlato le diverse durate alla capacità respiratoria e di circolazione sanguigna, ma ha posto direttamente come secondo termine di correlazione la situazione nel cervello. Forse questo punto intermedio poteva essere rilevante, perché una cosa che so come fisico è che nessun trasferimento avviene a tempo zero.

Per quanto riguarda l’interpretazione dei dati, inutile dire che una correlazione da sola non vuol dire niente, comeriportò persino il quotidiano in esame. Se però il nostro esperto in sbadigli passasse da una correlazione ad una legge, per quanto insolita, allora ne guadagnerebbe in predicibilità e in falsificabilità. In fondo, la parola “intelligence” la usa una volta sola, riferendosi ad uno studio di altri scienziati; è stato il titolista italiano a fare una seconda correlazione più accattivante (ma i realtà solo provocatoria) parlando di intelligenza.

Come resistere alla tentazione di presentare una possibile quantificazione semplice e praticabile di una delle qualità più difficili da definire, se proviene da un paper di una rivista che ha pur sempre impact factor maggiore di due? Infatti “non si può resistere”, per cui ecco che nella gallery si scopre che “altri studi” rivelano una correlazione tra intelligenza e disordine, intelligenza e linguaggio scurrile (se l’avessi saputo prima, questo articolo l’avrei scritto con un taglio molto diverso), tra successo nella vita e il dormire poco.

Cari lettori, moderando lo “sfogo filosofico”, rivelo che la morale dell’articolo, che la condividiate o no, è chiara: non si può misurare l’intelligenza né della struttura del reale né di persone o animali con gli strumenti della fisica o di un’altra scienza sperimentale, altrimenti si cade nell’assurdo o nel ridicolo.

Ora potrei chiudere e scendere più in basso nei vostri schermi per rispondere agli eventuali commenti,  ma un signore lì in fondo mi suggerisce di tornare indietro all’ultima citazione di La Repubblica. Cosa leggo?! Gli elefanti sbadigliano più a lungo degli scimpanzé?! Gli scimpanzé sbadigliano tanto quanto i cammelli?! Adesso come lo risistemiamo il cespuglio evolutivo?!

Fonte: Critica Scientifica

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Pubblicato da

Stefano

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