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Guerra in Yemen, tra falsi negoziati e massacri

Guerra in Yemen, tra falsi negoziati e massacri
gennaio 16
10:11 2017

– di Salvo Ardizzone per Il Faro Sul Mondo

La guerra in Yemen, la guerra dimenticata dai media, continua da quasi due anni fra i negoziati fasulli gestiti dall’inviato speciale dell’Onu Ismail Sheikh Amhed e continui massacri. Sheikh Amhed, nei suoi infiniti soggiorni nei lussuosi Hotel del Paesi del Golfo, è attento a non scontentare i signori delle petromonarchie e dispensa messaggi di ottimismo sulle trattative. Ma la guerra in Yemen racconta un’altra storia.

Malgrado i continui annunci di vittorie e di avanzate diffusi dalla propaganda saudita, le forze della Resistenza continuano a mettere a segno colpi devastanti contro le truppe e i mercenari messi in campo dalla coalizione guidata da Riyadh, portando la guerra sempre più addentro ai confini dell’Arabia Saudita, che risponde moltiplicando i bombardamenti terroristici sulla popolazione civile, e accanendosi contro le infrastrutture del più povero Paese della Penisola Arabica.

Sul campo, Anzarullah ed Esercito yemenita affrontano i mercenari dell’ex presidente Hadi e i reparti inviati dai Paesi comprati dai dollari sauditi lungo un asse nord-sud, dal distretto di Hazm, a nord-est di Sana’a, saldamente in mano agli Houthi, fino al distretto di Bayda, non lontano da Aden, anch’esso tenuto dalla Resistenza.

Gli ultimi report della guerra in Yemen parlano di continue operazioni dell’Anzarullah nelle province saudite dello Najran e dello Jizan (in larga parte di fatto sottratte al controllo saudita), dove nei giorni scorsi una base militare è stata evacuata dalle forze di Riyadh sotto un micidiale martellamento d’artiglieria. Sono i missili ad essersi rivelati un’arma micidiale nelle mani della Resistenza, soprattutto i Qaher, un sistema d’arma antiaereo russo modificato per colpire bersagli terrestri.

Tuttavia, è nello Yemen che si registrano i combattimenti più aspri: il tentativo delle forze della coalizione di conquistare il governatorato di Taiz e raggiungere il porto di Dhubad sul Mar Rosso, è finito in un massacro di militari sauditi e mercenari; nel corso delle operazioni, l’Anzarullah e la Guardia Repubblicana hanno sbaragliato gli invasori, uccidendo anche un generale di Riyadh. L’offensiva, conclusasi con un sanguinoso fallimento, intendeva strappare il controllo dell’area che s’affaccia sugli Stretti di Bab al-Mandeb, all’imbocco del Mar Rosso, che continua a rimanere saldamente in mano agli Houthi.

Per Riyadh, la guerra in Yemen è una continua sequenza di sconfitte sempre più costose in termini di uomini e mezzi; un prezzo sempre più salato che le finanze saudite, salassate da guerre, spese fuori controllo e sprechi di una sterminata corte corrotta e falcidiate da un prezzo del petrolio che rimane basso, non sono in grado di sostenere ancora per molto tempo.

I Saud si sono buttati in questa avventura pensando a una facile vittoria, e adesso si rendono conto che la guerra in Yemen è divenuta il loro Vietnam; una guerra da cui non possono districarsi senza crollare, ma che non possono vincere e che li sta dissanguando.

Di qui, da un canto il tentativo di affidarsi a negoziati fasulli, per ottenere a un tavolo negoziale ciò che un Popolo intero gli sta negando a costo del proprio sangue; dall’altro il tentativo di piegare la Resistenza di chi non vuole cedere a un invasore, affidandosi alle bombe che continuano a cadere sui civili e sulle residue infrastrutture civili ancora in piedi, e a un blocco inumano che sta affamando un Paese intero. E tutto questo senza che né l’Onu, né tantomeno una comunità internazionale complice, muova un dito per fermare il massacro o condanni l’aggressore.

Ma ci sono altri frutti perversi della guerra in Yemen, frutti che l’ipocrisia di media, potenze occidentali e opinioni pubbliche si rifiutano di vedere: c’è lo sviluppo, praticamente indisturbato, di Al-Qaeda nella Penisola Arabica (Aqpa), prima coccolata dai sauditi in chiave anti Resistenza, ed ora vanamente contrastata. I qaedisti, scacciati dagli Houthi dall’ovest e dal nord del Paese, hanno colto l’occasione della guerra in Yemen per radicarsi nel centro e in tutto l’est, soprattutto nell’Hadramawt, assumendo il controllo di diversi porti (Rida, Sarara, Qusayr) da cui gestiscono i propri traffici.

E per inciso, come sempre dove c’è il terrorismo, che si tratti di Al-Qaeda o dell’Isis, la presenza massiccia di Aqpa ha “motivato” una sostanziosa quanto discreta presenza Usa in un Paese strategico per la sua presenza sugli Stretti di Bab al-Mandeb.

Questa è la guerra in Yemen che l’occidente preferisce non vedere, e che una Resistenza decisa a non arrendersi a un invasore sta combattendo nell’indifferenza (quando non interessata ostilità) del mondo intero.

di Salvo Ardizzone

Fonte: Il Faro Sul Mondo

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