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L’eredità della guerra in Vietnam

L’eredità della guerra in Vietnam
gennaio 19
09:56 2017

– di Mathias Canapini per Gli Occhi Della Guerra

Mezzogiorno. Il faccione impassibile di Ho Chi Min svetta in ogni aula scolastica, affiancato il più delle volte da una bandiera vietnamita dai colori raggianti. Le strutture pubbliche hanno le fattezze tipiche dei casermoni comunisti: ampie, massicce, rettangolari. Raramente spiccano quadri di Lenin o Marx allineati su qualche parete ormai fatiscente. Il minuto Tran Thi, per colpa di un malformazione congenita, ha mani come polpette, un grumo di carne privo di dita e ossa. Il bimbo sembra non disperarsene, scrive con precisione utilizzando il righello con destrezza.

Incontro il presidente della fondazione VAVA (Vietnam Association Victims Agent Orange), Nguyen Van Rinh, nel suo bell’ufficio di colore smeraldo, mentre sorseggia delicatamente un bicchiere di whiskey: “VAVA è un’associazione umanitaria fondata il 17 dicembre 2003, formata da dottori, religiosi, scienziati e vittime della diossina Agente Arancio. Gli aerei statunitensi hanno spruzzato 80 milioni di litri di tossina chimica tra il 1961 ed il 1971 causando disastri umani e ambientali impensabili. Tre milioni di ettari di foreste, comprese aree ecologiche protette, sono stati devastati. 4.8 milioni di vietnamiti sono stati esposti alla diossina e 3 milioni di essi hanno contratto tumori e malattie, nonché gravi malformazioni nel caso dei bambini di seconda o terza generazione. Per più di trent’anni non c’è stato nessun tipo di aiuto nei confronti delle vittime, ma poi ci siamo decisi! I più grandi aiuti economici sono giunti dalla Corea, dal Giappone e dal Sud America. Oggi aiutiamo mensilmente 200mila vittime di cui 5mila veterani e 600 bambini. Con i soldi donati da associazioni estere, volontari e sostenitori siamo riusciti ad estenderci in tutto il paese attivandoci in 59 province, 522 distretti, 5880 comuni, contando 315mila membri effettivi”.

Nguyen si concede un altro sorso, il registratore continua il compito prestabilito. “Il sud del paese è stato maggiormente colpito dalla diossina ma anche il Nord non scherza mica! Ho visto coi miei occhi di giovane recluta gli aerei sganciare polvere gialla in cielo, le foreste divenire vuote man mano, gli alberi spogliarsi delle ultime foglie”.

Ly Thi Son ha un sorriso disarmante. Incute dolcezza e sollievo laddove potrebbe regnare solo rabbia e dolore. Davanti alla sua minuscola casetta con le mura verdi e scrostate, ha costruito una specie di mercatino con il quale tenta ogni giorno di vendere caramelle alla menta e lattine di Red Bull ai vari passanti. Ci sediamo sulla sponda del letto in paglia, stretti come sardelle. Suo figlio Tran Van Thi è accucciato in un angolo dello stanzino.

“Mio marito è morto pochi mesi fa ed è stato contaminato dall’agente arancio mentre era al fronte. I politici si fanno vedere solo quando fa comodo, donandomi sessanta stupidi dollari come sostegno economico. Nessuno in tempo di guerra sapeva cosa potesse essere quel gas verdognolo che cadeva dal cielo. Sentivamo la pelle bruciare, unta come olio. Quando è nato nostro figlio abbiamo fatto degli esami medici e abbiamo capito. Abbiamo scoperto la verità”.

Tran non si muove, non si lava, non mangia e non beve se non grazie all’aiuto della madre. Ha le ginocchia sbucciate, gonfie, nere e lo sguardo perso. Capelli radi, emaciato. Si sposta gattonando in pochi metri di spazio ma non emette parole. Quando il meteo cambia la diossina si fa particolarmente pressante nella zona del cervelletto, facendo esplodere Van Thi in impeti di rabbia e irascibilità indomabili. La madre mi mostra la stanzetta dove è costretta a gettarlo quando il figlio accusa crisi di nervi: un buco soffocante, con sbarre alle finestre, privo assolutamente di qualsiasi oggetto, a parte una stuoia ammorbante che puzza di feci.

Mercoledì. Ottengo finalmente un permesso per visitare il “villaggio della pace”, un reparto specifico del Tu Du Hospital dedicato ai bambini dalle due settimane di vita ai dieci anni circa vittime dell’agente arancio. L’epilogo di una storia cominciata nel nord, in procinto di finire qui a Saigon prima di cambiar rotta verso la Cambogia. Un viaggio dentro lo strascico dell’ennesima guerra dimenticata, seguendo tracce di foreste vuote e occhi vitrei senza memoria.

L’ala dell’ospedale è un luogo desolato e fatiscente. Al secondo piano, sigillati dentro boccioni in vetro, galleggiano feti turgidi, morti appena dati alla luce, poco dopo la fine del conflitto. Una targhetta in plastica ricorda il loro nome, l’età ed il motivo del decesso, gran parte delle volte avvenuta per malformazioni fisiche. Le scale che conducono al terzo piano si animano di schiamazzi, urla, guaiti. Provengono dalle quattro stanze dislocate lungo il corridoio. Un crampo allo stomaco, la mente si annebbia. Un bambino col caschetto nero, privo di occhi, si lamenta in un angolo oscillando il capo, non cambiando mai posizione. Uno strato di pelle scura ricopre le cavità orbitali. Nelle brandine vicine altri due bambini tentano di sorridere un poco, con la flebo pizzicato in mezzo alla fronte e le gambe legate alle sponde del giaciglio. Chiedo il motivo ed una infermiera, pacatamente, slega la benda mostrando la gamba del bambino piegarsi al contrario ad altezza ginocchio. Gravissime malformazioni ossee, articolazioni gonfie e corpi quasi scheletrici. Occhi fuori dalla orbite e crani tre volte più grandi del normale. Molti dei bambini o adolescenti presenti si dondolano sui bordi del letto sbattendo la testa contro le pareti. Non riesco ad immaginare quali tipi di dolori possano provare. Una ragazzina gioca con un palloncino giallo, strascinandosi sulle mattonelle lisce tramite le braccia, avendo le gambe a x raccolte dietro la schiena.

Noto un solo ragazzo quasi totalmente autonomo. Beve e mangia da solo. Si sposta saltellando sulle cosce, essendo privo di gambe solide. Appoggia un paio di protesi in plastica a fianco della sua brandina. Migliaia di bambini, ancora oggi, muoiono per colpa di un’arma chimica usata in guerra più di quaranta anni fa. I veterani o i civili contaminati dalla diossina vivono una vita di stenti e dolori, grandi e piccoli si spengono lentamente, giorno dopo giorno, sdraiati su letti con lo sguardo vuoto a fissare il soffitto.

Le vittime “vegetali” defecano direttamente nel letto, rimanendo sdraiati in un pozza di escrementi. Un medico dal lungo camice bianco mi conferma che i bambini che ho di fronte appartengono alla terza generazione, nipoti di coloro che per prima sono venuti a contatto con l’agente arancio. L’esito è straziante. Fino alla sesta generazione, dicono, non ci sarà segno di miglioramento e tutti sono destinati a morte certa in un’età compresa tra i sei e i vent’anni. Per altri cinquanta anni questa storia andrà avanti nell’ingranaggio del mondo, producendo senza sosta nuove vittime silenziose. I lamenti dei piccoli riempiono la stanza di malessere, un disagio crescente che brucia dentro. Un ragazzotto sui tredici anni ha la pelle come bruciata, coperta da croste e squame. Le infermiere sono state costrette a legargli i polsi con delle manette per evitare che si gratti e peggiori la sua condizione. Mi chiedo però, se esista davvero un “peggio” in situazioni simili? I medici presenti, dando uno strappo alla regola, mi danno un grembiule bucato conducendomi nel reparto dei neonati. Anch’essi, nei loro corpicini deformi sono mangiati da tumori e bolle infettive. Piangono senza freno. La guerra è realmente finita?

Fonte: www.occhidellaguerra.it

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Pubblicato da

Stefano

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