Abusata in carcere. In lacrime i figli intervistati ma la notizia non fa “rumore”.Ecco perchè

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Una donna a Gaza abusata in carcere non fa notiziadi Lorenzo Formicola

Samah Abu Ghayyath è una signora palestinese, madre di sei ragazzini. L’ultimo non ha neanche un anno. Da un mese è in carcere, senza nemmeno aver visto un giudice. Ma il suo caso non fa scandalo. Perché ad arrestarla è stata Hamas.

Samah Abu Ghayyath è una signora palestinese, madre di sei ragazzini. L’ultimo non ha neanche un anno. La donna è balzata agli onori della cronaca locale, quella della striscia di Gaza, per la sua permanenza in carcere lunga ventitré giorni: una detenzione “arbitraria”, priva di tutela legale e di alcun mandato di arresto iniziata il 9 maggio.

Le sono stati confiscati cellulare e computer, le sono state negate anche le visite di famiglia, le è stato proibito consultare un avvocato. La sua permanenza ha significato condizioni indicibili, e probabili torture fisiche e psicologiche, come dichiarato da famiglia e amici.

Violando gli articoli 11 e 30 della Legge fondamentale palestinese sulle garanzie di arresto e detenzione, e il diritto di essere presentati prima davanti a un giudice civile, la detenzione di Samah ha costituito un reato costituzionale ai sensi della Legge fondamentale e del codice penale applicabili nella Striscia di Gaza.

Una detenzione, per altro, le cui motivazioni non sono state chiarite. Si tratta di una strana storia per la quale non è stato sprecato inchiostro a Ovest del mondo, che non è finita, per esempio, in prima pagina del New York Times o di qualsiasi altro giornalone occidentale, sempre pronti a perorare la causa antisraeliana.

E la ragione è piuttosto elementare: ad arrestare la signora Abu Ghayyath è stata Hamas. L’organizzazione terroristica palestinese, e non Israele. La famiglia si interroga sul silenzio delle autorità e della comunità internazionale che tace e non sguinzaglia nessun tipo di organizzazione non governativa per i diritti umani.

Altra sorte, si sa, sarebbe capitata alla povera donna se ad arrestarla fosse stato Israele. A quel punto si sarebbero mobilitati gli attivisti “pro-palestinesi”, come già successo in passato. E per meglio denunciare Israele, anzitutto avrebbero messo in apertura di ogni telegiornale le ingiuste motivazioni dell’arresto.

Invece a Samah Abu Ghayyath non è dato sapere il reale perché sia finita in manette: alcuni ipotizzano che sarebbe potuta essere stata presa in custodia a causa della sua affiliazione con i rivali di Hamas, Fatah – la fazione laica guidata dal presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas.

Altri ritengono che le sbarre sono la conseguenza delle sue attività a favore dei diritti delle donne nella Striscia di Gaza. Intanto resta il mistero. A denunciare la detenzione e a sostenere appelli per la sua liberazione sono state solo la sua famiglia, i suoi figli in lacrime intervistati da una stazione televisiva con sede a Ramallah e uno sparuto gruppo di donne palestinesi.

Ma nessuna macchina della vergogna è stata messa in moto. Perché non tutti le ingiustizie o gli sdegni sono uguali tra loro. Basterebbe tornare con la memoria alla vicenda di Ahed Tamimi, l’adolescente palestinese di un villaggio vicino a Ramallah.

Nel dicembre 2017, Tamimi è stata detenuta dalle autorità israeliane per aver aggredito fisicamente un soldato israeliano. L’Occidente ha trasformato in breve la vicenda in un simbolo della “lotta” dei palestinesi contro Israele.

Di proteste per Samah, invece, neanche l’ombra. Gli amici di Abu Ghayyath, Fatah, hanno denunciato il suo arresto come una “macchia di vergogna sulla fronte di Hamas”. Ma non che in quanto a diritti umani quelli di Fatah siano migliori.

Fatah è il partito dominante dell’Autorità palestinese che governa la West Bank, la Cisgiordania. I suoi membri e sostenitori costituiscono anche la più grande percentuale delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese: responsabili della soppressione delle libertà pubbliche, del crollo dei rivali politici e di ogni sorta di parvenza di contraddittorio.

Abu Ghayyath probabilmente non è stata che l’ultima vittima di quella lotta di potere che dura da undici anni tra Fatah e Hamas, divisa tra Cisgiordania e Striscia di Gaza. Sia Fatah che Hamas sono colpevoli di arresti e molestie ai danni dei i sostenitori l’uno dell’altro per oltre un decennio.

Eppure anche queste storie non compaiono su nessun editoriale occidentale. La rivalità tra Fatah e Hamas ha portato a una situazione in cui i palestinesi hanno due mini-stati separati: uno governato da Fatah in Cisgiordania, e un altro governato da Hamas nella Striscia di Gaza.

I due mini stati sono entrambi entità fallite gestite da leader viziosi e corrotti, che stanno bloccando l’emergere di una leadership nuova e più giovane e boicottando la libertà.

Due micro entità che nel corso degli anni non si sono risparmiate nulla nell’ambizione di strozzarsi a vicenda, senza però tralasciare, poi, l’obiettivo comune: eliminare Israele.

Quelli di Hamas a colpi di molotov, coltelli e pietre, e Abbas lanciando i palestinesi dai tetti o linciandoli nelle pubbliche piazze o, ancora, tagliando gole, combattono una guerra intestina che non scandalizza le élite d’Europa. Conta solo quel che di terribile fa Netanyahu.

È così che il medesimo atteggiamento è stato riservato alla povera signora Samah, per la quale non si è mobilitata nessuna attivista per i diritti per le donne. Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana