Angela non è più la stessa

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  • di Gabriele Sabetta

Il populismo non risparmia nemmeno il Grande Reich: alla Merkel mancano i numeri per governare.

Il fallimento dei colloqui tra le forze politiche tedesche, due mesi dopo le elezioni per il rinnovo del Bundestag, sta innescando una profonda crisi a Berlino, segnando anche un punto di svolta nella politica europea. Nulla di fatto per la coalizione “Giamaica” tra i Cristiano-Democratici di Angela Merkel, il Partito Liberal-Democratico e i Verdi; avendo la CDU il nero come colore ufficiale, il FDP il giallo e potendosi intuire quello dei Verdi, l’unione cromatica tra questi tre partiti crea un abbinamento simile alla bandiera della Giamaica, donde il nome della coalizione. Del resto, quest’ultima si è trovata finora ad aver avuto un’unica esperienza rilevante di governo, alla guida dello Stato federato del Saarland dal 2009 al 2012.

Non è ancora chiaro come procederanno le cose, se alla fine il Partito Socialdemocratico (SPD) si dichiarerà pronto a continuare la Grande Coalizione con la CDU come nella passata legislatura (2013-2017, terzo governo Merkel), se sarà formato un governo di minoranza, oppure se verranno indette nuove elezioni. Tuttavia, una cosa è certa: la classe politica è spaccata al suo interno e le divergenze non potranno più essere risolte sedendosi pacatamente attorno a un tavolo.

Il clima sta diventando più aspro, i conflitti sociali si irrigidiscono e la scena politica ha un nuovo, potente giocatore: l’Alternative für Deutschland (AfD) guidato da Alexander Gauland e dalla candidata premier Alice Weidel, che ha appena ottenuto novantaquattro seggi nel Bundestag, pari al 13,26% delle preferenze espresse dagli elettori il 24 settembre scorso, declinazione tedesca di quel nuovo “fantasma” che si aggira per l’Europa, chiamato, non senza una nota di disprezzo, populismo. Caratterizzandosi essenzialmente come movimento di protesta contro il processo di globalizzazione e l’adozione di politiche neo-liberiste, il “populismo” rappresenta il sintomo di una patologia che riguarda l’intero sistema politico, nella sua incapacità di interpretare e rappresentare le istanze di società in profonda trasformazione. La causa del mancato accordo per la formazione di una maggioranza di governo in Germania, quindi, non è tanto da ricercare nelle differenze d’approccio sull’immigrazione o sulla politica estera, ma piuttosto nel divario crescente tra i programmi dei partiti tradizionali, fortemente liberisti in economia, e le esigenze concrete di ampi strati della popolazione.

Negli ultimi quattro anni, la Grande Coalizione ha imposto orrendi programmi di austerità a tutti gli Stati dell’UE, provocando un aumento dei livelli di povertà e condizioni lavorative precarie all’interno della stessa Germania. Ciononostante, pare che i partiti “storici” non abbiano ben inteso la lezione: tranne, forse, i Liberal-Democratici (FDP). Non è un caso, infatti, che questi abbiano interrotto i colloqui per la formazione di una coalizione di governo con la CDU e i Verdi: pur non avendo mai goduto di un grosso seguito popolare, la FDP ha svolto storicamente il ruolo di ago della bilancia nella creazione di maggioranze di governo, alleato alternativamente con SPD (1969-1982) e CDU (1982-1998), ed ha sempre avuto un gran fiuto nel prevedere le trasformazioni della storia politica tedesca. La FDP, guidata dal trentacinquenne Christian Lindner, sembra orientata, in questa contingenza, a stringere un’alleanza con l’AfD, che ha ottenuto una grande affermazione nelle ultime elezioni approfittando del crollo dei vecchi partiti.

La Germania è stata a lungo una forza stabilizzatrice all’interno dell’Unione Europea; nell’imperversare di crisi economiche, conflitti politici interni e tensioni tra le maggiori potenze dopo l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America, Berlino ha messo la camicia di forza ai Paesi dell’Unione nel tentativo di tenerli assieme nel suo esclusivo interesse. Indipendentemente da come si svilupperà la crisi nelle prossime settimane, i tempi diventano interessanti: nemmeno i tedeschi sono più precisi come una volta.

Fonte: L’INTELLETTUALE DISSIDENTE