Aspettativa di vita in aumento: ecco quanto vivranno gli italiani

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Aspettativa di vita

La popolazione invecchia, l’economia cambia. In peggio – di Matteo Borghi – Sono sempre di più le persone a cui si sta allungando l’aspettativa di vita, in tutto il mondo industrializzato e nei paesi in via di sviluppo.

Una vita mediamente più lunga non coincide però con un maggior benessere, se è accompagnata da un tasso di natalità decrescente. Si rischia di avere una popolazione di anziani abbandonati a loro stessi.

Secondo l’indagine, in Italia, la percentuale di chi pensa di poter raggiungere gli “ento” è tra le più alte al mondo: il 66% (76% per le donne), contro il 59% di Hong Kong, il 47% di Taiwan, il 46% di Singapore e il 45% degli Emirati Arabi Uniti, luoghi dove il tenore (e quindi l’aspettativa) di vita è alta.

Percentuali maggiori della nostra solo in Germania (76%), in Svizzera (68%) e di un soffio in Messico (67%). Piuttosto incredibile, al contrario, il paragone con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dove troviamo solo un 30% e un 32% di aspiranti centenari.

In tutti i casi parliamo di aspettative di vita che non trovano riscontro nei dati reali dell’Organizzazione mondiale della Sanità che ci dicono che in Italia si vive di media 82,7 anni, contro gli 81,2 del Regno Unito e i 79,3 degli Stati Uniti. Si può davvero pensare che la generazione attuale possa arrivare a vivere, di media, venti anni di più?

Difficile a dirsi. Di certo l’aumento generale dell’aspettativa di vita è un fenomeno consolidato e tutt’altro che negativo. Oltre a essere benefico a livello individuale, implica il miglioramento delle condizioni di vita, anch’esso un fenomeno mondiale.

A dispetto di quanto spesso si crede, infatti, la maggior parte della popolazione del pianeta vede migliorare il proprio benessere come dimostra questo grafico basato sui dati della Banca Mondiale sull’andamento della povertà assoluta, in netta diminuzione.

C’è però un problema. L’invecchiamento della popolazione è un bene solo in presenza di una cospicua natalità, in grado di mantenere la “piramide delle età” in equilibrio.

Drammaticamente le nazioni dove l’aspettativa di vita è alta (e si pensa di poter vivere ancora più a lungo) sono proprio quelle in cui la natalità è più bassa. In Italia e Germania nascono appena 8,6 bambini l’anno ogni mille abitanti, mentre in Svizzera va poco meglio:10,5.

Come si legge nel rapporto Ubs Investor Watch “abbiamo riscontrato che due terzi degli investitori italiani si aspettano di vivere fino a cento anni, ma il fattore cruciale ovviamente è lo stato di salute […]. Una vita più lunga è fonte di maggiori preoccupazioni finanziarie e molti, infatti, hanno già cominciato a modificare i propri investimenti.

Molti investitori facoltosi italiani stanno optando sempre più per investimenti a lungo termine. Le azioni rimangono una soluzione solida, ma la fiducia in questa classe di attivi non è elevata quanto nel resto d’Europa”.

Oltre alla preoccupazione per l’aumento dei costi sanitari (47%), si nota una tendenza ad abbassare il proprio tenore di vita per conservare più a lungo il patrimonio, nel timore che possa erodersi prima del riposo eterno (40%), e a lavorare di più per garantirsi lo stesso tenore di vita dopo il pensionamento (37%) che – in prospettiva – si presuppone garantisca un assegno sempre più magro.

Tendenze che riguardano – lo ricordiamo – investitori facoltosi, che possono permettersi sanità e pensioni private. La domanda che dovremmo porci è cosa accadrà a tutti gli altri: chi pagherà loro le pensioni e soprattutto l’assistenza medica e sociale, in assenza di giovani generazioni in grado di lavorare e pagare i contributi?

La retorica dell’ingresso di nuove “risorse” derivanti dall’immigrazione, sostenuta da un certo mondo progressista, non regge alla prova dei fatti visto che – come abbiamo dimostrato conti alla mano – il saldo contributivo di questa categoria di lavoratori non è in attivo.

Stessa cosa per quanto riguarda i giovani che, in un sistema economico stagnante, faranno sempre fatica a trovare un lavoro sufficientemente stabile e remunerativo. Il nostro intero sistema del welfare, già oggi poco sostenibile (a differenza di quello svizzero e tedesco), potrebbe definitivamente crollare su se stesso.

Il famoso “foglietto” di Angela Merkel sui problemi d’Europa (7% della popolazione mondiale, 25% del Pil, 50% delle spese per il welfare) potrebbe vedere le percentuali ritoccate al ribasso.

Il rischio infatti è che, in futuro, l’aumento dell’aspettativa di vita non vada di pari passo con l’aumento del benessere, specie in Italia. Starà bene chi avrà risparmi sufficienti o avrà figli in grado di aiutare (sottraendo fondi al proprio bilancio familiare) mentre sopravvivrà, fra mille difficoltà, chi sarà in grado di lavorare fino a tarda età.

Per tutti gli altri il rischio povertà potrebbe essere dietro l’angolo. Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana