Bimba nata da aborto mancato: ospedale deve risarcire genitori per la nascita indesiderata

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Bimba nata da aborto mancato: ospedale deve risarcire genitori per la nascita indesiderata

  • di Biagio Chiariello

Sul caso iniziato nel 2000, la Cassazione ha messo la parola ‘fine’. I coniugi, originari della provincia di Alessandria, avevano decido l’interruzione di gravidanza perché la loro situazione economica non era delle più rosee, ma anche perché avevano già un figlio. Tuttavia il raschiamento era andato male…

La nascita indesiderata di un figlio, a seguito di un errore medico, è meritevole di un risarcimento pecuniario. In altre parole, in caso di aborto sbagliato, vanno pagati i danni a entrambi i coniugi che non volevano quel bambino. Lo ha sancito la terza sezione civile della Cassazione, annullando con rinvio una sentenza della Corte d’appello di Torino.

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Tutto è cominciato in un piccolo paese nell’Alessandrino nel 2000. La coppia protagonista della vicenda all’epoca aveva circa 40 anni, lui operaio specializzato, lei addetta alle pulizie. Alla donna viene diagnosticato un fibroma e durante gli esami scopre anche di essere rimasta incinta. Su consiglio dei medici, ma anche perché la situazione economica era quella di una famiglia dignitosa ma non ricca, marito e moglie decidono di interrompere la gravidanza. La coppia poi ha già un figlio e giudicano la loro famiglia completa così. La donna si sottopone al raschiamento che però fallisce. Se ne accorge solo alla 21.ma settimana. Troppo tardi: la bimba viene al mondo. E per mantenere la nuova famiglia il padre è costretto a lasciare il lavoro, prendere il Tfr e trasferirsi al Sud.

Non prima però di citare in giudizio un’azienda ospedaliera di Alessandria, chiedendo un risarcimento danni data l'”erronea esecuzione di un intervento” di raschiamento dell’utero a cui la moglie era stata sottoposta per una “diagnosi errata di aborto interno”. L’uomo vuole un “risarcimento dei danni da nascita indesiderata” perché nella sua famiglia monoreddito questa bambina ha comportato “ripercussioni sulla vita di relazione” e sconvolto “l’esistenza privata e lavorativa come era stata programmata”. Niente uscite al sabato sera, addio vacanze, cambi di lavoro, traslochi da una regione all’altra. Tutta colpa della bambina. I giudici del merito (tribunale di Alessandria e Corte d’appello di Torino) hanno sempre rigettato i ricorsi dell’uomo, ma ora la Suprema Corte ha ritenuto carente di motivazione la sentenza nel punto in cui non ha tenuto in considerazione la chiara e manifesta intenzione, da parte dei coniugi, di abortire.

Fonte: Fanpage