Cappato rischia 12 anni di carcere

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  • di Igor Traboni

Il leader radicale, che cerca la solita ribalta mediatica pro eutanasia, a processo per istigazione al suicidio per la morte del dj Fabo

Istigazione al suicidio. E’ questa la gravissima ipotesi di reato di cui deve rispondere Marco Cappato, esponente radicale e ora ai vertici dell’associazione Luca Coscioni, nel processo iniziato ieri davanti ai giudici del tribunale di Milano. Cappato deve rispondere di aver accompagnato a morire dj Fabo, malato terminale, in una clinica svizzera.

E anche adesso che è stato rinviato a giudizio (la procura aveva invece chiesto l’archiviazione) Cappato sta cercando di rendere mediatico e spettacolarizzare il più possibile questo caso di eutanasia. Ieri, poco prima dell’udienza, alcuni esponenti dell’associazione Coscioni si sono così presentati davanti al tribunale con uno striscione con su scritto “Con Cappato #liberifinoallafine” (un hastag lanciato anche per la solita raccolta fondi) e dietro un altro striscione con pochi membri dell’unione degli atei e degli agnostici razionalisti, il che la dice lunga anche sull’impronta che fin dall’inizio è stata data a tutta la vicenda.

Dall’altra parte, un gruppo di tradizionalisti cattolici che hanno invece srotolato striscioni e cartelli con alcune scritte per definire Marco Cappato “servo di Satana”. L’intenzione di Cappato, assolutamente resa palese dallo stesso, è quella di condizionare il dibattito sul cosiddetto fine vita, in realtà una forma di eutanasia più o meno mascherata da biotestamento, e arrivare prima possibile all’approvazione della relativa legge.

Anche ieri, poco prima dell’inizio dell’udienza, Cappato ha voluto su di se riflettori e taccuini per dichiarare: «Mi sono autodenunciato perché ci deve essere un’assunzione di responsabilità. Ho chiesto di andare a processo con rito immediato perchè è un’occasione per verificare quali sono i diritti di scelta di chi vuole interrompere la propria sofferenza ma anche di chi vuole continuare con le terapie. Ho solo aiutato DjFabo a fare quello che voleva. Qui non sono a processo io ma la libertà italiana di fronte a un Parlamento che in 32 anni non riesce a decidere sul fine vita».

Nell’udienza di ieri, i pubblici ministeri Siciliano e Arduini hanno chiesto e ottenuto che, proprio nel corso di una delle prime udienze, venisse proiettato il video dell’intervista a dj Fabo realizzata a suo tempo dalla trasmissione “Le Iene” e dal contenuto definito shock. Altra acqua al mulino di Cappato.

“Chiediamo la visione in aula di questo documento di particolare rilevanza – ha spiegato il pm Tiziana Siciliano – non per volontaria scenograficità, ma perché la riteniamo opportuna assieme all’escussione come testimone del giornalista per spiegare le effettive condizioni prima, dopo e durante e per come si possono ricavare dalle immagini”. La sentenza è prevista per la fine di gennaio.

Fonte: IL GIORNALE D’ITALIA