Che la mattanza cominci

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  • di Marcello Veneziani

Odore di urne, odore di giostra e di mattanza. Per due mesi filati. Passo tra i Palazzi della politica, dopo lo scioglimento delle Camere e mi sembra di passare tra i banconi della Vucciria, a Palermo.

Vedo idealmente pendere, come nel quadro di Guttuso, lacerti di politici appesi al gancio, capi di governo e di bestiame esposti a gocciolare, Alfano in salamoia, Renzi e i suoi capponi, il suo frankeistein, Martina, ridotto a spezzatino; e in polleria galline ministeriali col collo tirato, dalla Pinotti alla Madia, tacchini speziati come la Boschi, capponi sgraziati come la Fedeli e non mi addentro in macelleria tra carcasse di sottosegretari, manzi di sindaci, spiedini di governatori, mega-manager scuoiati e presidenti imporchettati, più stagionate carni di interi partitini coi loro capi da macello.

O spiedini misti di neo-micro-formazioni che sperano così di rientrare a tavola. Resistono pochi reduci, come Berlusca, ridotto a vitel tonné. Più centinaia di peones che chiudono la legislatura ma non torneranno più alla Camera.

Ma preoccupa di più sapere che tanti italiani non trovano una spinta sufficiente, una motivazione valida per tornare a votare. Le Camere si sciolgono in vista delle urne, il dibattito si sposta nel cortile antistante, i rispettivi presidenti si tolgono i vestiti d’ordinanza, le culottes istituzionali e per sembrare liberi e uguali si fanno sanculotti da insurrezione elettorale.

Dappertutto vedi leader da passeggio che fingono di unire l’Italia dalle Alpi alla Sicilia, a piedi, in treno, in mezzo alla gggente, restituendo la vista ai ciechi, le case ai terremotati e la salute ai lebbrosi.

Tutto si paralizza tra veti incrociati e promesse miracolose, mentre si annuncia un turn over pazzesco di classi dirigenti, politici e funzionari. Altro che circolazione delle elites, qui siamo alla centrifuga; non durano un anno e dall’investitura passano subito al massacro.

È sconcertante la loro rapida ascesa e il loro rapido declino. Meriti e colpe, capacità e carriere non contano. Tutto avviene così, per sortilegio. Con la stessa insensata leggerezza con cui diventano star, finiscono dopo un giro nel labirinto politico in pasto al Minotauro.

Il merito non vale, l’appartenenza a un gruppo è aleatoria, i cambi di casacca avvengono anche a partita scaduta, e prima di rientrare in campo. Fate la carità di un piccolo seggio. Un paese dominato dalla ruota della fortuna, concorrenti allo sbaraglio.

Un tempo c’era Matteo, il Pischello della Provvidenza, poi cominciò il tiro al piccione. Da mattatore al mattatoio. Entri da dio nel Pantheon e dopo un anno esci sbranato dal Colosseo. Tra due mesi perfino Di Maio ci sembrerà vecchissimo, risapute le sue gag e le sue camminatine, le sue promesse e i suoi grilli per la testa, i suoi occhi cerchiati, la sua voce da san-gennarino-risolvo-tutto-io.

Al paese prospettano redenzioni dal 5 marzo in poi, svolte epocali, disegni provvidenziali, soldi a giovani, sposati, pensionati, dentiere e gatti per cani e porci, redditi di cittadinanza, d’inclusione, di dignità, di pietà.

Poi passerà la festa e si troverà un grigio gentiloni a raccattare i cocci del banchetto elettorale e a formare mesto e sbilenco un altro governo ibrido di passaggio, corridoio verso il nulla.

MV, Il Tempo 4 gennaio 2017

Fonte: MARCELLO VENEZIANI