Chi era Hugh Heffner, l’inventore dell’erotismo di massa?

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  • di Gianluca Marletta

Chi era Hugh Heffner, il fondatore di PlayBoy? Questo brano tratto dal nostro saggio La Fabbrica della Manipolazione (Editrice Arianna, pp. 48-52), ne mette in luce la figura a partire dalla collaborazione con Alfred Kinsey (lo psichiatra seguace di Aleister Crowley che ha gettato le basi della “rivoluzione sessuale”), per proseguire con le sue battaglie per la legalizzazione della droga e persino dei rapporti tra uomini e animali, il suo appoggio alla lobby omosessualista, alle politiche denataliste e i suoi legami con i poteri forti americani, fino alla bizzarra “premiazione” da parte della loggia B’nai B’rith. La storia di un grande “manipolatore” della coscienza di massa.

“Per spiegare “l’esplosione” della rivoluzione sessuale, non si può prescindere da quella che possiamo definire come una vera e propria “operazione culturale”, voluta e sponsorizzata da ben definiti gruppi di potere: stiamo parlando, ad esempio, del “rapporto Kinsey”, ovvero della pubblicazione di due studi sul comportamento sessuale degli americani, opera dello psicologo Alfred Kinsey, che sconvolsero l’opinione pubblica di quegli anni: Sexual Behavior in the Human Male (1948) e Sexual Behavior in the Human Female (1953).

Un successo mediatico, che sarebbe stato impossibile, peraltro, senza il supporto pubblicitario ed economico di una delle più potenti lobby di potere del mondo occidentale: la Fondazione Rockefeller, nella persona del suo fondatore John D. Rockefeller senior.
L’opera di Kinsey, in realtà, vide la luce a partire da presupposti non troppo “scientifici” – basti pensare che gran parte dei “dati statistici” in essa contenuti, che avrebbero dovuto offrire una visione “realistica” della vita sessuale degli americani, era stata ottenuta intervistando soggetti della popolazione carceraria, molti dei quali erano detenuti proprio per reati sessuali – tuttavia, la cosa più importante fu l’effetto collettivo, ovvero lo “stato d’animo”, che tale pubblicizzatissima ricerca avrebbe prodotto. Il rapporto Kinsey, infatti, ridefiniva proprio l’immagine che gli americani avevano di se stessi, sdoganando quelle che fino a poco tempo prima erano ritenute “perversioni” e derubricandole come pratiche diffuse e normali.  Persino la pedofilia e la “sessualità infantile” venivano evidenziate nel “rapporto”, suscitando peraltro polemiche di lunga durata:

«Infatti, è attualmente in corso negli Stati Uniti un’indagine, la H.R. 2749, che cerca di capire come siano stati ottenuti i dati della famosa tabella 34 in cui sono riportate le frequenze di orgasmi di infanti e bambini e i tempi necessari per raggiungere lo scopo. […] Come ha fatto Kinsey a mettere insieme quella statistica? […] Detto in parole povere, il gruppo di ricercatori guidati da Kinsey ha partecipato all’abuso su 317 infanti e bambini?».

Il dato che fece più scalpore nell’America di quegli anni, tuttavia, fu quello secondo il quale il 10% della popolazione maschile sarebbe
risultato essere omosessuale. Anche in questo caso, peraltro, la “scientificità” di tale studio fu messa pesantemente in dubbio dai più critici:

«Kinsey infatti aveva tirato fuori il suo 10% da un unico campione, dando per buona la valutazione di intervistatori omosessuali o bisessuali che decidevano che un soggetto era da considerarsi omosessuale sia se aveva avuto delle esperienze apertamente omosessuali, sia se aveva avuto un qualsiasi pensiero omosessuale. […] Pertanto, anche chi pensava in maniera negativa o ricordava un’aggressione omosessuale entrava a far parte di quel 10%»6.

Quale che fosse la validità di tali ricerche, tuttavia, il rapporto-Kinsey ebbe un’eco clamorosa nell’America di quegli anni: venne chiamata
“la bomba Kinsey”, questa valanga di dati che si abbatté in modo devastante sul tradizionale moralismo d’oltreoceano; uno shock mediatico, che avrebbe innescato un processo irreversibile, anche perché, nello stesso periodo, l’operazione “rivoluzione sessuale” veniva portata avanti, oltre che sul piano “scientifico”, anche su quello, più popolare, delle prime riviste porno-soft ad ampia tiratura.

In 1984 di Orwell, uno degli “uffici” utilizzati dal Partito, per quietare quella gran massa di subumani chiamati prolet, è il dipartimento
per la produzione della cultura-spazzatura:

«Vi si producevano giornali-spazzatura che contenevano solo sport, fatti di cronaca nera, oroscopi […]. Non mancava un’intera sottosezione (Pornosez, in neolingua) impegnata nella produzione di materiale pornografico della specie più infima»7.
Nella realtà dell’America anni Cinquanta-Sessanta, la Pornosez fu appannaggio di un amico e collaboratore di Kinsey, ricco, potente e dalle
frequentazioni a volte misteriose: Hugh Heffner, il fondatore della rivista «Playboy».

«Secondo lo stesso Heffner», spiega la studiosa Dina Nerozzi, «Kinsey era il ricercatore e Heffner il suo editore. Lo schema filosofico seguito dagli editori di “Playboy” era quello per cui gli uomini erano i “playboy” e le donne e i bambini erano le “playthings”», i “giocattoli” del desiderio.
Heffner, però, non era soltanto uno scaltro imprenditore interessato a far soldi, né «Playboy» era solo un periodico alla moda: dietro di loro, si muoveva un oceano di poteri e interessi di altissimo livello9. La stessa rivista «Playboy» non era che l’espressione di una fondazione omonima10, la Playboy Foundation, che sembra avere goduto di appoggi e, soprattutto, di finanziamenti pressoché illimitati. La Playboy Foundation negli anni successivi si distinguerà, di volta in volta, per l’appoggio alle campagne per la liberalizzazione dell’aborto, per la liberalizzazione e la depenalizzazione dell’uso delle droghe e persino dei rapporti sessuali tra esseri umani e animali. La Fondazione finanzierà anche, con migliaia di dollari a fondo perduto, una delle prime organizzazioni omosessuali americane, la National Gay Task Force.
È da ricordare, inoltre, che lo stesso Heffner – a testimonianza della potente rete di conoscenze di cui ha sempre goduto – è stato insignito nel 1980 del premio annuale dell’Anti-Defamation-League (la Lega ebraica contro la diffamazione e l’antisemitismo), diretta espressione dell’ala ebraica della massoneria, il B’nai B’rith. È, d’altronde, probabile che anche grazie a questa straordinaria rete di conoscenze la rivista «Playboy» abbia potuto giovare di una così capillare e veloce diffusione, con “padrini” d’eccezione come il gruppo editoriale Filippacchi (gestito da Edmund de Rothschild e dal magnate Rupert Murdoch), che ne avrebbe curato la pubblicazione in Francia e nel Vecchio Continente.
Più interessante, tuttavia, è constatare come «Playboy» non sia più solo un passatempo ludico per “cuori solitari”, ma sia divenuta anche, o forse soprattutto, uno straordinario strumento per la propaganda di una “nuova visione della persona umana”, soprattutto grazie alla rubrica delle “Lettere al direttore” – indirizzate da presunti lettori – tramite le quali Heffner e il suo gruppo condussero per anni una corrosiva e incessante campagna di ridicolizzazione di “valori tradizionali” come la fedeltà coniugale e l’istituzione familiare. Rivoluzione sessuale e denatalità Nello stesso periodo in cui la “rivoluzione sessuale” e il “femminismo” vedevano la luce in base ai presupposti di cui abbiamo parlato, un’altra gigantesca fabbrica della propaganda si muoveva a partire dagli Stati Uniti e si estendeva, via via, in tutto il mondo occidentale: la propaganda per la denatalità attraverso la pratica dell’aborto; il pansessualismo e il femminismo, infatti, rendevano a quel punto accettabile, presso le grandi masse, l’idea della necessità di una riduzione drastica della popolazione mondiale. Un’idea, questa, che rappresenta da sempre un vero e proprio “chiodo fisso”, nell’agenda dei Poteri Forti mondialisti; d’altronde, i grandi “suggeritori” della propaganda denatalista sembrano essere stati, in larga parte, gli stessi che hanno portato avanti la rivoluzione sessuale: la grande svolta coincide con la fondazione a New York, nel 1952, del Population Council e a Bombay dell’International Planned Parenthood Federation (IPPF), ambedue fortemente voluti e sponsorizzati dalla solita Rockefeller Foundation nella persona di John Davidson Rockefeller III.
Con la nascita di queste grandi organizzazioni, la politica denatalista si affermerà, a partire dagli Stati Uniti, in tutto il mondo, potendo
contare su una disponibilità economica pressoché illimitata: secondo i bilanci consultivi del Council, ad esempio, solo negli anni dal 1953 al 1972 la propaganda abortista a livello mondiale ha potuto contare sull’iperbolica cifra di ben 140 milioni di dollari “a fondo perduto”, stanziati congiuntamente dalla Rockefeller Foundation e dalla Ford Foundation.
L’influenza di tali gruppi di pressione sulle istituzioni statali e internazionali, inoltre, sembra essere stata determinante, visto che nel
1968 l’americano Robert McNamara, a quel tempo presidente della Banca mondiale, poteva dichiarare la necessità di “vincolare” gli aiuti al Terzo Mondo in base all’accettazione delle politiche denataliste:

«Noi dobbiamo esigere che i governi che chiedono il nostro aiuto adottino nello stesso tempo una ferma politica per bloccare il tasso di crescita della popolazione».
copertina-la-fabbricaÈ interessante notare che, da lì in poi, tali politiche saranno imposte, con una determinazione ideologica “di ferro”, anche dove non vi sarebbe stata alcuna ragione apparente per applicarle. Uno dei casi più clamorosi fu quello di certi Paesi dell’America Latina
e dell’Africa, largamente sottopopolati, che pure vennero ugualmente fatti oggetto delle attenzione della lobby denatalista. Un esempio per tutti: nel 1975, i vescovi boliviani denunciarono il fatto che i milioni di dollari erogati a pioggia dagli USA per lo sviluppo del Paese andino erano, in realtà, quasi esclusivamente impiegati per sterilizzazioni e aborti, e questo in un Paese grande quattro volte l’Italia, ma con soli sette milioni di abitanti: una terra ricchissima di risorse minerarie, ma paradossalmente mancante di sufficiente manodopera. Negli stessi Stati Uniti, peraltro, la propaganda abortista e denatalista raggiunse il suo culmine negli anni Settanta, quando le proiezioni demografiche avvertivano che si stava andando, in prospettiva, al di sotto della soglia di “ricambio generazionale”. La ragione di questo immenso investimento economico e umano, dunque, è essenzialmente di carattere “ideologico”: trasformare l’umanità in qualcosa di “diverso”, ridurla numericamente, ma anche modificare la percezione stessa che gli esseri umani hanno avuto, fino a quel momento, nei confronti della genitorialità, dei rapporti familiari e dell’universo dei cosiddetti “valori””.

Fonte: Gianluca Marletta