Chiesa violata diventa set per i diritti trans

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  • di Andrea Zambrano

Il trans in chiesa vestito da sposa, il modello a far da marito, l’altare con le candele e i fiori di contorno. E’ la blasfema immagine che compare nella copertina di un nuovo calendario prodotto dal transessuale Manila Gorio a capo dell’esordiente Anti, Associazione Nazionale Transessuali Italiani, nata poche settimane fa ma che già si fregia del titolo di Onlus. Una provocazione – la chiama lui, che però si fa chiamare rigorosamente lei. Una profanazione invece, perché quegli scatti, fatti per rivendicare il diritto dei transgender a sposarsi e adottare figli, sono stati rubati in una chiesa italiana. A insaputa del parroco, o forse a parroco gabbato, questo lo dovrà stabilire la magistratura.

Comunque un sacrilegio che getta un’ombra molto tetra tanto sulla buona fede delle campagne di rivendicazione dei diritti Lgbt quanto sull’uso improprio delle chiese.

Che la chiesa diventi un set fotografico è forse l’ultimo affronto che si può fare al tempio riservato esclusivamente al culto di Dio. Che poi questo set diventi luogo di messa in posa di transessuali vestiti in abiti provocanti è l’attuale frontiera del cattivo gusto e dell’odio che i pasdaran dell’omosessualismo riversano prima di tutto contro Dio e in secondo luogo contro la sensibilità religiosa dei fedeli. Un’immagine rivelatrice che spiega in un solo scatto di come il fumo di Satana sia entrato in chiesa per distruggere, è la lotta finale evocata da suor Lucia a Caffarra, il matrimonio. Con la scusa dei diritti degli Lgbt, nuova “emergenza” che molti esponenti ecclesiastici non disdegnano di fare propria.

Accade ad Acquaviva delle fonti, città in provincia di Bari che nei giorni scorsi è stata teatro di un singolare set fotografico. Manila Gorio in giro per il paese, nelle stradine e dal barbiere, ritratto in abiti discinti e provocanti sotto gli sguardi dei paesani e per mano a due bambini sorridenti, i suoi nipoti. Il calendario lascia intendere che alla lavorazione abbiano partecipato molte maestranze: le foto di buona qualità, i set curati, la presenza di comparse e lo studio attento delle pose lo testimoniano. Però nel calendario non c’è scritto dove e in quali scorci delle due città pugliesi è andato in scena il trans-pride alla burrata. Tanto che la foto di copertina, che ritrae i provocatori in chiesa, non permette di capire di quale chiesa si tratti e soprattutto quale sia stato il parroco che, aprendo le porte del tempio, abbia acconsentito allo scempio.

Per scoprirlo la Nuova BQ ha dovuto mettersi alla ricerca degli autori del calendario e da lì risalire alla chiesetta teatro del finto matrimonio trans.

“Sì siamo stati in una chiesa – ci spiega il fotografo professionista Vito Russo – ma non so se posso dire di quale chiesa si tratti. Se volete vi do il numero di Manila Gorio”. Al telefono l’autore del calendario è gentile: “Si tratta di una chiesa di Acquaviva delle fonti, la produzione mi ha detto che si chiama chiesa di Sant’Angelo”. Chiediamo: “Si rende conto della profanazione compiuta?”. “Bè questa è la sua opinione – risponde – e la rispetto perché siamo in democrazia. E comunque il mio intento con quel calendario era proprio quello di provocare”. Andiamo oltre e chiediamo se ad aprire le porte per il set c’era un sacerdote o un sagrestano: “Non so di preciso, ma qualcuno c’era ad aprirci. La produzione mi ha detto che era tutto a posto”.

Ecco trovata dunque la chiesa.Si tratta della chiesa di sant’Angelo, in pieno centro cittadino, che gravita nella giurisdizione della parrocchia della Cattedrale. Il parroco si chiama mons. Domenico Giannuzzi e al telefono è sgomento: “Lo escludo nella maniera più assoluta, nessuno mi ha chiesto nulla”. Mostriamo al sacerdote la foto dello scandalo per avere la certezza che si tratti proprio del tempio dedicato a sant’Angelo che in paese si chiama anche Madonna della Libera ed è il tempio cristiano più antico della città. Dopo aver guardato la foto il parroco trasecola: “Sì, è la chiesa di Sant’Angelo, ma non riesco a capire come sia potuta accadere una cosa del genere”. Il sacerdote dice di imparare dalla nostra telefonata dell’esistenza di questo calendario e che la chiesa è stata utilizzata come set. E prova a darsi una spiegazione: “La chiesa è chiusa quasi tutto l’anno perché vi diciamo messa poche volte, forse si sono intrufolati nei giorni della sagra del patrono perché era aperta al pubblico”.

Una produzione di un calendario fotografico che si aggira per la città coinvolgendo figuranti per lo scopo, come il finto frate celebrante le nozze, che entra in una chiesa sempre chiusa, proprio, coincidenza strabiliante, nei pochissimi giorni dell’anno in cui questa è aperta al pubblico? In più uno shooting fotografico ben curato sotto gli occhi della gente del posto. Il tutto a insaputa del parroco?

Sarà la magistratura ad appurarlo dato che il sacerdote ci confida di voler intraprendere ogni tipo di azione legale per impedire la circolazione del calendario: “Cercherò il vescovo e studieremo le contromosse legali”. Comunque, in attesa che un pm chiarisca i contorni della vicenda, resta una profonda amarezza per come la chiesa sia stata trattata. E la riprova, se mai ce ne fosse bisogno che gli utilizzi impropri delle chiese, fatti anche con la buona fede di molti, possono portare anche i malintenzionati ad approfittarne per scopi palesemente sacrileghi. D’altra parte che le chiese oggi vengano “prestate” come set fotografici non è certo una novità. E questo è il segnale che qualche cosa nel modo di avere cura del tempio di Dio deve cambiare da parte di molti.

Forse qualcuno a nome del parroco ha aperto le porte dopo essere stato raggirato sulle finalità di quel set? Forse è stato raccontato qualcos’altro, di decisamente meno hot, per giustificare la richiesta di utilizzo della chiesa e il parroco l’ha saputo soltanto a giochi fatti facendo la parte del beffato? In ogni caso il catalogo delle chiese abusate si sta arricchendo di sempre più nuove tipologie, in una scala degli utilizzi che va dall’improprio o inopportuno fino al sacrilegio vero e proprio. Sarebbe il caso che qualcuno ai piani alti desse un giro di vite, chiarendo almeno che tutto ciò comporta la necessità di un atto di riparazione pubblico a lode di Dio. Per non contare poi il disagio e la sofferenza del fedele, i cui antenati hanno fatto immensi sacrifici per erigere un patrimonio sacro e artistico, che ora viene così facilmente violato.

In quanto alle battaglie Lgbt, se le provocazioni dei trans che reclamano diritti consistono nel gettare fango con violenza su quanto di più sacro c’è nelle città e nelle piazze italiane, ce n’è abbastanza per denunciare la tirannia delle false libertà. Come non ricordare il santo Curato d’Ars? “Togliete le messe e i diavoli ballerano sugli altari”. Aveva dimenticato di dire: in posa.

fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana