Cina, brutte notizie per i cristiani

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  • di Leone Grotti

Al termine del XIX Congresso del Partito Comunista Cinese, il 24 ottobre, nella Grande sala del popolo che si affaccia su Piazza Tiananmen a Pechino, è stato annunciato ufficialmente che «il “Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” entrerà nell’ideologia guida della Costituzione del partito comunista». Con questa prova di forza il segretario del partito, nonché presidente del paese e capo dell’esercito, Xi, si è messo di fatto sullo stesso piano di Mao Zedong, Marx e Lenin.

Cosa che nessun leader prima di lui aveva osato fare. Inoltre, contrariamente alle consuetudini consolidate negli anni, Xi non ha nominato all’interno del vertice più alto del potere comunista, il Comitato permanente del Politburo, nessun ufficiale che per biografia od età abbia le credenziali per succedere al presidente nel 2022, quando scadranno i canonici dieci anni del suo mandato. Xi, ritengono molti osservatori, potrebbe cercare dunque di mantenere il potere a oltranza.

Questa non è una buona notizia per i cristiani e le religioni in generale. Negli ultimi cinque anni infatti il presidente Xi ha sottolineato che le religioni sono strettamente «legate alla sicurezza dello Stato e all’unificazione della nazione». Per questo è necessario che le comunità religiose «mescolino le dottrine con la cultura cinese, obbedendo alle leggi cinesi e votandosi completamente alla riforma della Cina e alla modernizzazione socialista per contribuire alla realizzazione del sogno cinese». In una parola, bisogna «sinizzare le religioni», cioè farle «aderire alla leadership del Partito, perché si rafforzi la posizione attuale del Partito». Un corollario della sinizzazione è che le religioni obbediscano al partito comunista e non a «capi di Stato stranieri», come ad esempio il Papa nel caso dei cattolici.

Nel suo discorso di apertura del Congresso, inoltre, Xi ha ribadito che il partito continuerà a seguire il principio secondo cui «le religioni in Cina devono essere cinesi nell’orientamento e provvederà a guidarle così che possano adattarsi alla società socialista». Questa politica, nei fatti, ha già portato negli ultimi anni alla scomparsa di sacerdoti a vescovi, alla demolizione di migliaia di croci e chiese nella provincia di Zhejiang, all’installazione di telecamere nei luoghi di culto e addirittura al divieto per i cristiani di mandare i figli a catechismo. Chiunque si occuperà, dai prossimi mesi, di mantenere i rapporti con le religioni (e probabilmente sarà Wang Yang, nuovo membro del Comitato permanente e probabile nuovo capo della Conferenza politica consultiva del popolo cinese), dovrà seguire il “pensiero di Xi Jinping” e questo significherà ancora più controlli e repressione.

Pechino sembra anche voler dettare le sue condizioni nel dialogo con il Vaticano che sembra aver avuto una accelerazione dal 2014. Durante i giorni del Congresso Wang Zuoan, direttore della Sara (Amministrazione statale per gli affari religiosi) ha dichiarato in un’intervista che la Cina esige l’applicazione di due principi per proseguire nelle trattative: il Vaticano deve «rompere le relazioni diplomatiche con Taiwan» e non deve interferire negli affari interni della Cina. Le due condizioni sono le solite che vengono ribadite da anni: in realtà la questione di Taiwan è pretestuosa, perché la Santa Sede già dai tempi di san Giovanni Paolo II, ha dato ampia disponibilità ad “abbandonare” Taiwan. Il vero scoglio resta quello della nomina dei vescovi, punto su cui la Santa Sede ovviamente non può cedere. E il discorso di Xi dà ben poche speranze sul fatto che a cedere sia il regime cinese.

E infatti Wang Zuoan, al contrario di quanto sostenuto da molte fonti italiane, ha aggiunto che i tempi per raggiungere un accordo sulla nomina dei vescovi con Roma saranno lunghi perché «alcuni problemi non sono così semplici e non possono essere risolti in poco tempo». Infine, ha elogiato l’apertura e cordialità di papa Francesco ma, ha specificato in un secondo intervento, questo non significa affatto che è imminente una sua visita in Cina.

Per quanto i toni usati da Wang siano stati più affabili del solito,il rafforzamento di Xi al termine del Congresso non lascia presagire miglioramenti nella vita dei cristiani. Anzi, il presidente ha ribadito che il partito comunista deve avere il primato «su ogni singolo aspetto della società». Le religioni non faranno eccezione.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana