Cina, inizia la discriminazione per le donne che lavorano e non fanno figli

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Demografia, è emergenza dalla Cina all’Europa

  • di Stefano Magni

“Contrordine compagni”, in Cina le donne non mettono al mondo abbastanza figli, dunque il regime le sta incentivando ad essere madri mentre inizia a discriminare quelle che pensano solo al lavoro. Per i quarant’anni precedenti, i precetti del governo erano esattamente l’opposto. Ma se la Cina piange, l’Europa non ride affatto.

La Cina è un manifesto della sconfitta delle politiche di pianificazione familiare. In assenza di democrazia e libertà è molto più immediato vederne gli effetti. Nei tardi anni ’70, agli albori della nuova politica economica di Deng Xiaoping, si credeva fermamente che meno bocche da sfamare avrebbero portato più soldi in tasca ai cinesi. Produrre di più, riprodursi meno. Era stata introdotta la legge sul figlio unico, con punizioni severe per i trasgressori, incluse la sterilizzazione coatta, l’aborto forzato (fino all’infanticidio, stando a numerose testimonianze), il carcere, la confisca della casa. Questa politica ha causato, in poco più di una generazione, un rapido invecchiamento della popolazione.

L’iceberg della crisi demografica si avvicina inesorabilmente: la popolazione in età lavorativa è attualmente pari a 902 milioni, il 64,8% della popolazione totale, circa 5 milioni in meno rispetto all’anno scorso. Le persone in età da pensione, sopra i 65 anni, sono cresciute a 158 milioni, pari all’11,4% della popolazione, 8 milioni in più rispetto al 2016. Per cercare di frenare questa tendenza allarmante, la politica del figlio unico è stata emendata. La pianificazione familiare non è stata eliminata, ma solo riformata: le mamme cinesi possono permettersi anche un secondo figlio, ma non uno di più. I funzionari della pianificazione familiare avevano previsto che tale cambiamento avrebbe spinto le nuove nascite annuali fino a 20 milioni. Entro il 2030, si prevedeva che la popolazione cinese salisse a 1,45 miliardi dagli attuali 1,39 miliardi.

E invece no. Gli apprendisti stregoni non hanno fatto i conti con la cultura del terrore ormai inculcata a forza nelle mente dei cinesi. Come era ampiamente prevedibile, i risultati in cui speravano non sono arrivati. Nel 2016 si è registrato un aumento di 1,31 milioni di nascite rispetto all’anno precedente, il totale era stato di 17,86 milioni di nuovi nati, inferiore ai 18 milioni previsti ufficialmente come quota minima necessaria. Se la quota del 2016 è stata sfiorata, l’anno successivo, il 2017 appena concluso, è andato ancora peggio: le nascite sono diminuite di 630mila bambini. E allora che fare?

Invertire la rotta. Se fino a ieri la donna che pensava ai figli era nemica del popolo, dal 2015 in poi è la donna lavoratrice che non pensa ai figli ad essere diventata la nemica del popolo. Adesso la campagna di propaganda di regime definisce “donne di scarto” quelle che pensano di lavorare e non a mettere al mondo altri cinesi.

Noi assistiamo da lontano ai contorcimenti della pianificazione familiare cinese. Ma in Europa, la stessa cultura della denatalità sta producendo gravi effetti indesiderati. Il danno è meno tangibile perché in nessun paese libero è stata introdotta l’equivalente della legge sul figlio unico. Ma la mentalità con cui si è affrontata la vita nelle nostre società e che ha contribuito a plasmare il welfare europeo così come lo conosciamo oggi, è la stessa: meno bocche da sfamare avrebbero portato più soldi in tasca agli europei. D’altra parte, sin dal secondo dopoguerra, il maggior timore era quello della cosiddetta “bomba demografica”, la previsione secondo cui le risorse di cibo non sarebbero state sufficienti a sfamare una popolazione in continua crescita. Fare meno figli, anche se nessun legislatore lo ha imposto per legge, è diventato un comportamento socialmente “responsabile”.

Questa è una delle prima cause del gap generazionale con cui facciamo i conti in questi anni. Secondo un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, pubblicato ieri, dalla crisi del 2008 in poi il reddito degli anziani in età da pensione è cresciuto del 10%, mentre quello della popolazione in età da lavoro non è cresciuto, dalla crisi in avanti. Questo trend, conclude il rapporto, può risultare socialmente destabilizzante. Secondo i dati citati dal rapporto, il numero dei pensionati è aumentato del 3%, mentre la spesa per le pensioni è complessivamente aumentata dell’11,7%. Quanto ai giovani, invece, il rapporto del Fmi identifica soprattutto tre cause del loro impoverimento: più difficoltà a trovare lavoro, taglio dei programmi assistenziali a loro dedicati e (data la minor esperienza lavorativa) minor accumulo di risparmi privati.

A parte la terza causa, possiamo notare che le altre due, soprattutto la seconda (taglio dei programmi assistenziali) si possono spiegare anche con la necessità degli Stati sociali a far fronte a una crescente spesa pensionistica. E’ quest’ultima che sta drenando risorse, sia all’economia privata, sia agli altri programmi pubblici. Questo perché i sistemi pensionistici sono stati modellati su una piramide demografica, con una base di giovani lavoratori più ampia rispetto alle fasce di popolazione più anziane. La tendenza, ormai da decenni, è quella del rovesciamento della piramide, con una base di giovani sempre più ristretta rispetto al numero crescente di anziani. Merito di cosa? Delle paure che hanno indotto generazioni di europei a mettere al mondo meno figli. La Cina, almeno in questo, non è così lontana.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana