Claudia Cardinale: a 16 anni venni stuprata, ma da quella violenza nacque il mio Patrick

0
  • di Paola Belletti

Così racconta la famosa attrice della violenza subìta da ragazza. Nessuno sconto alla violenza, nessuna violenza alla vita innocente del figlio.

Sempre amate le avversative. Le congiunzioni che si oppongono. E più di tutti, una.

Un sasso, una sillaba piantata nel fiume di un discorso che intanto se ne frega e va altrove. Come il fiume; non gliene importa nulla del sasso, ci gira intorno, tutt’al più gli arruffa un po’ di schiuma ai bordi, però intanto si prende su le sue acque limpide o scure e se ne va.

Ma. Non però, né invece. Ma.

Ma. Chiede tempo, ne prende poco. Intanto il sasso è lì. Rimane. Resta e dice una cosa diversa. Per natura e senso.

Così mi si è presentato il ricorrente titolo sui giornali che raccontano quel che Claudia racconta. Così mi hanno suggerito i molti titoli su Claudia Cardinale e suo figlio.

Perché il protagonista è pure il figlio e non lei sola. Il figlio, certo, e il suo coraggio di non buttarlo via perché trascinasse in un’altra corrente il ricordo di quello. Della violenza, dell’uomo grande, forte e ignoto. Delle mani, l’auto, i rumori, l’odore. Della desolazione e della rabbia. Ma di tutte queste cose non parla Claudia. Non ci ricama sopra, non indugia, non dettaglia.

E il figlio è il sasso nell’acqua della storia, la sua, la sua vita e la storia intera; quella di tutti, piena di tante storie di violenza stolida e uguale nei secoli e per le latitudini. Di maschi che in nome della forza e dell’impulso sessuale al quale non la applicano si vanno a prendere piacere da una donna alla quale lasceranno dolore, umiliazione e chissà quanto altro ancora. E il loro seme, certo.

Un uomo che non conoscevo, molto più grande di me, mi costrinse a salire in auto e mi violentò. È stato terribile”.

Segue una temeraria virgola tutta sola, un ma e poi subito la meraviglia.

“(…), ma la cosa più bella è che da quella violenza nacque il mio meraviglioso Patrick”.

Aveva 16 anni, nella Tunisi dove era nata.

Era ragazza, bella, desiderata da molti. Uno se la prese. E lei rimase incinta. Questi i fatti. Insieme a quelli che seguirono.

Racconta che mai pensò di disfarsi della “sua creatura”. E che i suoi genitori e sua sorella, meravigliosi, erano tutti d’accordo con lei. Sarebbe cresciuto con loro, il bambino. Come un fratello minore.

Dietro questi fatti ci sono poche solide cose, pensate, sapute da sempre, forse. La consapevolezza che un atto orribile e violento può lo stesso portare ad una gravidanza. Che una gravidanza è l’unico inizio possibile di una vita unica. Interrotta la via, interrotta la vita.

Che il figlio sbocciato da quell’unione forzata e violenta non aveva in sé nessuna colpa.

Deve essere stato arduo. Eppure, sembra dire non aggiungendo granché, Claudia, nell’articolo sul corriere a firma di Emilia Costantini, è così che bisognava fare. La parola violenza è stretta a tenaglia da bellezza e meraviglia, che dice la madre pensando e parlando di suo figlio.

Il figlio si chiama Patrick perché è nato a Londra dove la mamma giovane, bellissima e sottratta al suo stupratore che voleva farla abortire da un altro uomo un po’ più uomo e meno bestia, l’aveva portata.

Patrick è il Santo a cui è dedicata la Chiesa nella quale il bambino fu battezzato.

Cristaldi, il produttore che aiutò la Cardinale in quel difficile frangente. Eppure anche lui, dopo, fu meno uomo di quanto la situazione non richiedesse. Non voleva il bambino tra i piedi. E la trattò come una specie di operaia della pellicola. Quattro film all’anno, un fisso misero e mensile come per un’impiegatuccia.

Niente, tutto qua.

E così, per la vigliaccheria di un bruto e il coraggio di una ragazza italiana e della sua famiglia, il mondo ha avuto Patrick. E nessun obolo versato per forza al tema della violenza sulle donne. Ora.

Mi è parsa una bella storia. Bello che sia uscita.

FONTE: Aleteia