Commette un reato a 19 anni. Poi lavora, si sposa, fa 2 figli e dopo 17 anni lo arrestano

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“Mio marito in cella dopo 17 anni Era un ragazzo, oggi è un uomo con tanto di lavoro e famiglia”

  • di Damiano Alipandri

Lettera inviata a Rita Bernardini

«È proprio vero che per comprendere alcune cose, le devi vivere». Così esordisce la lettera inviata a Rita Bernardini, esponente del Partito Radicale che dalla mezzanotte di lunedì ha ripreso lo sciopero della fame per chiedere l’attuazione della riforma dell’ordinamento penitenziario prima delle elezioni politiche del 4 marzo. A scriverle è una moglie di un detenuto che è stato tratto in arresto a febbraio dello scorso anno, ma per un reato commesso nel lontano 2000, con una condanna definitiva a 11 anni e 11 mesi per associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti. Storia che riguarda quella della lentezza dei nostri processi.

Persone che nel frattempo cambiano vita, si “rieducano” da soli trovando un lavoro onesto e formando una famiglia. I processi, in Italia, molto spesso durano un’eternità. Motivo per il quale, la Corte europea dei diritti dell’uomo inflisse all’Italia diverse condanne per “l’irragionevole durata del processo”.

La moglie del detenuto si rivolge alla Bernardini spiegando che fino a un anno fa non capiva come mai, persone come l’esponente radicale o Marco Pannella, avessero così a cuore l’esistenza delle persone che finivano in galera. «Tutti quegli scioperi – scrive -, quelle lotte, ma perché? Ma per chi? Ma chi glielo fa fare? Pensavo. “È gentaglia quella, la feccia del paese, non merita nessuna pietà”». La moglie del detenuto prosegue: «E poi? E poi è toccato a me affrontarla quella feccia, viverla, odiarla, amarla, capirla e sperare, pregare che gente come lei ( Rita Bernardini, ndr), adesso che Marco Pannella non c’è più, non mollassero, ma continuassero a lottare per cercare di ridarci un minimo di dignità e felicità, quella appunto che ormai non abbiamo più. In un attimo capisci che in quella feccia ci sono madri, padri, mogli, figli, persone come me, che vivono il mio stesso dramma».

Nella lettera viene riportata la richiesta di grazia al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dove ben riassume il suo caso. Per motivi di privacy omettiamo qualsiasi riferimento che possa ricondurre alla persona.

“Ill. mo Signor Presidente Mattarella, i miei occhi sono gonfi, secchi, non ho più lacrime da versare, il mio sguardo è perso e la mia bocca è serrata, poche parole per tante emozioni, se è vero che il silenzio vale più di mille parole, il mio dentro sta urlando, piangendo, strappandosi i capelli. È un silenzio che ha tante cose da dire, ma che non sa come fare, perché è incredulo, scoraggiato, allibito. Nel 2017 per la mia famiglia si è aperta una porta, quella del carcere. Si è aperta la porta a quella che io definisco “la mia realtà virtuale”, quella che non posso più definire vita. Nel 2017, in pochi istanti si è distrutto tutto ciò che di buono in questi anni abbiamo costruito. Mio marito non è innocente, ma è un uomo diverso, totalmente diverso da quello che nel lontano 2000 ha commesso, come definirli… “errori”. Era poco più di un ragazzo all’epoca, andava ancora a scuola e, a quell’età è facile travisare la realtà, ammirare chi sembra comandare, pensare di essere onnipotenti, volere il soldo facile, ostentarsi, essere idolatrato dagli altri, perché parliamoci chiaro, questo è quello che succede, soprattutto nel Sud Italia, la gente non ti evita, ma ti fa la riverenza.

Un ragazzo di 19/ 20 anni, che d’accordo un bambino non lo è più, osserva, ne è attratto, lo desidera, del resto è scritto anche nella Bibbia “che quando il desiderio diviene fertile partorisce il peccato” e ha peccato e come tale andava punito. Sì, Signor Presidente andava punito, ma all’epoca. Sono passati 17 anni e da quell’episodio non ne sono più susseguiti altri, era solo un ragazzo, ma la lezione l’ha capita subito, dopo aver scontato un po’ di pena, si è rimboccato le maniche, è andato via da quel paese che lo aveva portato a desiderare ciò che era sbagliato, si è allontanato e ha cominciato a lavorare e ha lavorato, lavorato e lavorato. Ha messo il lavoro al centro della sua vita, pochissimi giorni di ferie, tanta responsabilità, doveva riscattarsi, dimostrare che la lezione l’aveva imparata e che c’è più gusto e soddisfazione a guadagnarsi onestamente il pane e non con facilità. Sono passati 17 anni e di strada ne ha fatta tanta, ha conosciuto me, ci siamo sposati, abbiamo avuto due meravigliosi bambini, abbiamo comprato una casa, abbiamo cominciato a costruire il nostro futuro. Abbiamo cercato di educare i nostri figli alla lealtà, all’onestà. Stava andando tutto bene, avevamo trovato il nostro equilibrio, una famiglia come tante, non una perfetta, ma la nostra famiglia.

E poi nel 2017 si è aperta quella maledetta porta. Signor Presidente, mi dica a cosa serve adesso? A cosa serve inserire una persona totalmente riabilitata, rieducata, in un ambiente che a quello dovrebbe servire? Lo allontaniamo dai suo affetti, lo facciamo stare a contatto con persone che ancora quel percorso riabilitativo non l’hanno completato, lo diseduchiamo… mi perdoni, ma lo scopo del carcere in questo caso ha perso il suo scopo… abbiamo perso Signor Presidente. Siamo in difficoltà Signor Presidente, prima si percepivano due stipendi che ci permettevano quantomeno di arrivare a fine mese, adesso un solo stipendio. Come spiegherò questo ai miei figli? Come potrò guardali negli occhi e dire: “Sì, è vero papà ha sbagliato, è giusto che paghi, ma ha sbagliato quando era ancora un ragazzo, quando voi non eravate neanche nei nostri pensieri, quando non sapeva che ci sareste stati, quando non si è in grado di capire appieno le conseguenze delle azioni sbagliate”; “È vero papà ha sbagliato, quindi è giusto che paghi, però lo ha capito subito, non ha più commesso errori”; “È vero amori miei, ho sempre detto che, alle persone che si rendono conto dei loro errori, bisogna dare una seconda possibilità…” e sentirmi poi rispondere: “E perché mamma a noi non la stanno dando? Cosa mi vuoi dire che se io faccio anche un solo errore nella mia vita sono spacciato? Tutti si ricorderanno solo dell’errore che ho commesso e nessuno terrà conto della persona che sono diventato ora? Nessuno mi aiuterà? ”. “Cosa mi stai dicendo mamma… papà quando lo rivedrò, quando tornerà a casa, quando torneremo ad essere felici? Quando potrò vederlo più di un’ora alla settimana e non stare seduti dietro ad un tavolino, ma magari dare due calci ad un pallone?”.

“Mamma, cosa mi stai nascondendo, non credo a quello che stai dicendo, non ci credo che papà abbia fatto un solo errore e poi più, chissà cosa avrà fatto! Mamma perché non mi rispondi? ”. E quindi rispondo: “Tesori miei è proprio così, papà è una brava persona, ci ama, non vede l’ora di tornare a casa e riprendere la nostra vita lì, dove l’abbiamo interrotta… ma purtroppo io non sono in grado di rispondere a tutte queste domande”. Signor Presidente, mi aiuti Lei a farlo, ci aiuti Lei a chiudere quella porta e ad aprire quella della nostra casa.

La lettera poi prosegue rivolgendosi sempre a Rita Bernardini spiegando che il marito rientra nella prima fascia del reato ostativo, il 4 bis, quello che vieta ogni tipo di beneficio. «Non so – scrive l’autrice della lettera – come andrà a finire la storia dei decreti attuativi per la modifica dell’ordinamento penitenziario, che non ci risolverebbero la situazione, ma sarebbero comunque un barlume di luce in questo buio più totale». La moglie del detenuto chiede un aiuto all’esponente radicale, ovvero quello di ottenere un provvedimento a loro favore. Non pretende che sia totale. «Ci accontentiamo di qualunque cosa – scrive nella lettera-, anche di un anno, anche della possibilità di avere l’affidamento lavorativo. Il lavoro come sa nobilita l’uomo e restituirebbe una valenza a un uomo che adesso si sente inutile e responsabile delle sofferenze della sua famiglia». La lettera rivolta all’esponente del Partito Radicale, si conclude con una domanda, retorica, che racchiude tutto il senso di ingiustizia relativa all’irragionevole durata del processo e, soprattutto, l’inutilità di una pena che interrompe la rinascita di un uomo che in gioventù ha commesso dei gravi errori: «È giusto continuare a far pagare una persona che è già riabilitata e lo ha dimostrato con la sua condotta in ben 17 anni di vita vissuta?».

Fonte: IL DUBBIO