Cosa si cela dietro la diffusione di questa foto choc da parte di Papa Francesco?

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Perché il Papa ha diffuso questa foto choc scattata a Nagasaki nel 1945?

  • Gelsomino Del Guercio/Mirko Testa

E’ la foto simbolo di Joe O’Donnell scattata subito dopo l’esplosione

Un bambino di Nagasaki di appena 10 anni con in spalla il fratellino morto nel bombardamento atomico, attende il suo turno per far cremare il corpicino senza vita. L’obiettivo del fotografo statunitense Joseph Roger O’Donnell – che lavorò per la United States Information Agency – fissò quel momento di drammatica e dignitosa sofferenza.

Il bimbo sembra dormire sulle spalle del fratello, che rimane immobile. Sembra quasi non voglia disturbare il sonno del piccolo.

La forza dell’immagine è nello sguardo di quel ragazzino con lo sguardo fisso, stoico, privo di emozioni. Resta immobile, per circa 10 minuti, con il piccolo cadavere sulle spalle. Non versa una lacrima. Poi gli uomini con le mascherine bianche addetti alla cremazione si avvicinano: con estrema delicatezza sciolgono le fasce che legano il bimbo alla schiena del fratello. Lo prendono per le mani e i piedi e lo posano sulle fiamme. Il bambino allora si volta e se ne va in silenzio, così com’è arrivato.

O’Donnell si arruolò nei marines nel 1945, all’età di 23 anni con l’intenzione di andare a combattere contro i giapponesi. Venne invece mandato a studiare la fotografia e quindi inviato a settembre, un mese circa dopo le esplosioni atomiche, a fotografare le due città devastate dall’atomica, Hiroshima, bombardata il 6 agosto 1945 (140.000 morti), e Nagasaki, colpita il 9 agosto (70.000 morti).

Uno scatto che vale più di mille parole. Una foto che racconta in un silenzio assordante, come solo una foto può fare, la tragicità della guerra, descritta negli occhi spenti di un ragazzino orfano di dieci anni. Un’immagine che scosse profondamente il fotografo, che raccontò la scena nel corso di un’intervista a un’emittente giapponese: “Vidi questo bambino che camminava, avrà avuto all’incirca 10 anni. Notai che trasportava un bimbo sulle spalle. In quei giorni, era una scena abbastanza comune da vedere in Giappone, spesso incrociavamo bambini che giocavano con i loro fratellini e sorelline portandoli sulle spalle. Ma quel bambino aveva qualcosa di diverso“.

La storia di questo bambino sconvolse profondamente O’Donnell. In un’intervista del 1995 all’emittente giapponese Nhk Tv, nel 50esimo anniversario dell’attacco americano, Joe si scusò con il popolo giapponese, in particolare con i famigliari delle vittime dei bombardamenti: “Voglio esprimervi questa sera il mio dolore e rammarico per il dolore e la sofferenza causata dai crudeli e inutili bombardamenti atomici delle vostre città … Mai più Pearl Harbor! Mai più Hiroshima! Mai più Nagasaki!“.

Un’immagine che, a distanza di oltre settant’anni, scuote ancora le coscienze. E che ha colpito molto Papa Francesco, il quale ha voluto farla riprodurre su un cartoncino, accompagnandola con un commento eloquente: «…il frutto della guerra», seguito dalla sua firma autografa, secondo quanto ha fatto sapere la Sala Stampa della Santa Sede il 31 dicembre del 2017.

La breve didascalia in spagnolo stampata in calce suggerisce una chiave di lettura essenziale della foto: “la tristezza del bambino si riassume tutta nelle sue labbra morse fino a trasudare sangue“, scrive il pontefice.

Lo scorso novembre, il Papa, nel ricevere in Vaticano i partecipanti al simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, aveva già evidenziato  il “clima instabile di conflittualità” e il “vivo senso di inquietudine” di fronte alle “catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali” che derivano dall’utilizzo degli ordigni nucleari, magari anche “accidentale”.

Le armi di distruzione di massa – aveva osservato in quell’occasione – , in particolare quelle atomiche, altro non generano che – mette in luce – un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana, che deve invece ispirarsi ad un’etica di solidarietà”.

Fonte: Aleteia

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