Cosa sta succedendo in Birmania e perché si parla di «pulizia etnica» contro i rohingya

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  • di Francesca Parodi

La persecuzione dei rohingya da parte della maggioranza buddista si spiega con motivi nazionalistici e interessi economici e militari. La leader Aung San Suu Kyi è messa alle strette

Le «crudeli operazioni militari» in Birmania contro i rohingya, la minoranza musulmana, «appaiono come un chiaro esempio di pulizia etnica» ha denunciato Zeid Raad al-Hussein, Alto commissario Onu per i diritti umani, durante l’apertura della 36esima sessione del Consiglio delle Nazioni Unite a Ginevra. L’operazione militare contro i rohingya, apparentemente in risposta agli attacchi del 25 agosto scorso contro i posti di polizia, «è chiaramente sproporzionata e priva di rispetto dei principi fondamentali del diritto internazionale» ha detto Zeid.

L’Alto Commissario si è quindi appellato al governo birmano perché cessi quest’operazione «verosimilmente equivalente a crimini contro l’umanità».

LA PERSECUZIONE 

Il conflitto tra la maggioranza buddista (l’89 per cento) e la minoranza musulmana, ricorda il giornalista Stefano Vecchia, esperto di sud-est asiatico, risale al passato, ai tempi della colonizzazione britannica. I rohingya, spiega l’esperto a tempi.it, sono in parte autoctoni e in parte immigrati provenienti da territori al di fuori del confine birmano, ma il problema si è radicalizzato nel 1982 quando la nuova legge sulle minoranze, approvata sotto il regime militare, escluse i rohingya dalla cittadinanza.

Da allora, gli appartenenti a questa etnia (che il governo birmano non ha mai riconosciuto, tanto da non utilizzare neppure il termine “rohingya”) sono apolidi, vengono esclusi dal sistema sanitario e scolastico, faticano a trovare lavoro, non hanno diritto di voto né alla proprietà privata. Il regime militare che ha governato il paese fino al 2011 li ha sempre perseguitati e torturati.
«I motivi di quest’odio sono molteplici» spiega Vecchia. «Il nazionalismo, intriso nella maggioranza buddista, si mescola ad interessi economici e militari sulle aree di frontiera». I rohingya vivono infatti nel nord-est del paese, in una regione al confine con il Bangladesh. La questione ideologica si rispecchia ancora nel nome del paese: “Myanmar” è il nome antico della nazione, imposto durante il regime militare, e che non tiene conto delle numerose minoranze presenti nel paese; per questo l’Occidente preferisce utilizzare il nome “Birmania”, più inclusivo.
Le violenze non si fermarono neppure dopo la caduta del regime, quando il potere venne almeno formalmente restituito ai civili, perché nel 2012 ci fu una nuova ondata persecutoria. «La persecuzione dei rohingya fa parte della politica dei militari in quanto mira a due obiettivi: consente il controllo delle aree di frontiera con Cina, Thailandia e Bangladesh, e in secondo luogo serve a tenere alta la tensione nei confronti del governo».

SAN SUU KYI

A capo del paese, di fatto, c’è Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia (il partito al governo), nota attivista birmana per i diritti umani e premio Nobel per la pace nel 1991. Anziché difendere i diritti dei rohingya, come ci si sarebbe aspettato, Suu Kyi ha affermato in un’intervista alla Bbc che il termine “pulizia etnica” «è un’espressione troppo forte» e ha anzi condannato gli attacchi dei ribelli rohingya contro le centrali di polizia. «Suu Kyi appartiene all’élite del paese, essendo lei birmana e buddista, quindi probabilmente il nazionalismo fa parte della sua eredità culturale» spiega Vecchia. «D’altra parte, si trova in una situazione difficile: i militari, che non sono più al potere, di fatto però controllano la vita del paese, con il 25 per cento dei seggi del Parlamento e presidiando i ministeri chiave dell’Agricoltura, dell’Energia, degli Interni e della Difesa. Suu Kyi, per ottenere la presidenza e creare così una vera democrazia in Birmania, ha bisogno di emendare la Costituzione, ma i militari si oppongono. C’è quindi un forte braccio di ferro tra il governo e i militari, che temono di perdere i loro interessi, ma che stanno traendo vantaggio da questa situazione in cui tutti i colloqui di pace sono interrotti. Inoltre, Suu Kyi non può permettersi di alienarsi lo schieramento nazionalista, cioè una parte consistente dello Stato birmano. La comunità internazionale le sta mettendo pressione e Suu Kyi sembra trovarsi con le spalle al muro».

fonte: tempi foto: ansa