Dai “lupi solitari” ai droni di Isis ed Hezbollah: la nuova frontiera del terrorismo

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  • di Augusto Rubei

La proliferazione incontrollata dei sistemi senza pilota è l’ennesima sfida per la sicurezza globale, in un momento peraltro in cui la minaccia jihadista assume forme singolari e sempre nuove.

E’ il 25 dicembre 2009. Un giovane nigeriano di 23 anni, Faruk Abdulmutalleb, si imbarca su un volo diretto a Detroit. Va alla toilette, ci resta chiuso per 20 minuti. Poi torna al suo posto e si copre le gambe con una coperta. Indossa delle “mutande-bomba”, vuole farsi saltare in aria sul Northwest Airlines Flight 253, ma l’attentato fallisce. Qualche mese prima stessa storia, più o meno. Questa volta il bersaglio è il principe saudita Nayef. L’attentatore nasconde un ordigno nel retto. Sono 100 grammi di pentrite e un fusibile chimico con la carica attivata da un telefonino. Il kamikaze salta in aria, di lui non resta che il busto, mentre il principe Nayef si salva, riportando solo qualche ferita. E’ il primo caso di micro-bomba nascosta in una cavità del corpo.

Entrambi i tipi di esplosivi sono di casa qaedista. Messi a punto da Ibrahim al Asiri, il bomb-maker al Qaeda nella Penisola Arabica, molto vicino a Nasir al Wuhayshi, ex segretario personale di Osama bin Laden e numero due dell’organizzazione fino alla sua morte. Al Asiri (più noto con lo pseudonimo di Abu Saleh) è un saudita, classe 1982, quattro fratelli e tre sorelle. E’ lui che studia come impiantare chirurgicamente ordigni sottopelle nei terroristi. Li fabbrica senza componenti metallici perché non siano percepiti dai metal detector degli aeroporti. Quelli citati sono solo due esempi nella moltitudine di bombe utilizzate per compiere attacchi terroristici. In passato abbiamo sentito parlare di “vestiti-bomba” o di esplosivi liquidi inodore sciolti nell’acqua e fatti riassorbire e seccare. Un’idea partorita, a quanto pare, sempre da Ibrahim al-Asiri, che nel 2016 si è mostrato in un video per ricordare al mondo di essere ancora vivo, vegeto e in libertà, ovviamente.

Dalla proclamazione del sedicente Stato Islamico in Iraq e Siria sono però arrivate notizie di ulteriori ordigni progettati in modo piuttosto originale e fantasioso. Come cani, gatti e piccioni esplosivi. Si tratta in realtà di meccanismi più rudimentali: l’esplosivo è legato all’animale. Nulla di sofisticato malgrado il livello, altissimo, di crudeltà. Rientrano nella categoria degli esplosivi mobili. E’ un esplosivo mobile, e per questo imprevedibile, anche un kamikaze. Come quello della Manchester Arena. O come la squadra della morte del Bataclan, del Westgate di Nairobi nel 2013; o dell’Hotel Radisson di Bamako e del museo Bardo in Tunisia. Londra e Madrid, cosi come l’11 settembre statunitense sono ormai categorie superate. Oggi il nuovo protocollo jihadista si rivolge ad “obiettivi soft”, come luoghi di svago o di piacere, da colpire con armi “low tech”, granate e armi semi-automatiche. Basso impiego di risorse e massimizzazione del risultato. L’alta tecnologia viene affidata solo alla propaganda: time lapse e video montati ad arte per uno storytelling efficace e senza sbavature.

C’è un elemento che però continua a collegare il prima e il dopo, le Torri Gemelle con gli ultimi attacchi nel Regno Unito, Londra (2005) e Madrid (2004) con i camion assassini di Berlino e Nizza, o con gli assalti al Westminister e al London Bridge: è l’essere umano. La presenza, fisica, del terrorista. Un aspetto che nei prossimi anni potrebbe venire a mancare, il che aprirebbe uno scenario nuovo e preoccupante sulle modalità di attacco dei gruppi terroristici. L’era dei droni, la chiamano così, ha infatti iniziato a contagiare diverse cellule jihadiste e formazioni politico/militari non riconosciute. Come Hezbollah, che il 19 settembre scorso ha lanciato un veicolo aereo senza pilota (UAV) da una pista di atterraggio non lontana da Damasco fino alle alture del Golan, sorvolando l’area militarizzata sotto il controllo di Israele. L’Idf lo ha intercettato colpendolo con un missile guidato Patriot. L’operazione gli è costata circa 3 milioni di dollari, quanto vale questa ultima categoria di missili terra-aria di fabbricazione americana.

Hezbollah non è nuova a questo tipo di manovre. Nel 2004 il gruppo inviò un Mirsad-1 (un piccolo aeromobile a pilotaggio remoto da ricognizione) nei cieli di Nabariva per 20 minuti. Fu il primo caso di utilizzo di un drone da parte di un’entità non statale contro uno Stato. Non è nuova, e non è l’unica. Anche l’Isis si è dato parecchio da fare, tanto che il 2 ottobre 2016 un piccolo veicolo aereo senza equipaggio con dispositivo Ied (“improvised explosive device”, ordigni esplosivi improvvisati) viene guidato da alcuni miliziani dello Stato Islamico per uccidere dei combattenti curdi. Muoiono due peshmerga e vengono feriti due paracadutisti francesi. Ad essere sganciate sono delle bombe artigianali. Le stesse che fino a qualche anno fa i talebani piazzavano sotto terra in Afghanistan. Le stesse della Manchester Arena, per intenderci, ma questa volta non sono nascoste in uno zainetto, bensì gettate giù da un velivolo senza pilota. La notizia non è l’ordigno in sé, piuttosto come viene trasportato, il raggio di azione che può raggiungere un drone dell’Isis, come e da dove viene telecomandato. Se lo è domandato anche Europol, che in un rapporto sul terrorismo ha messo in guardia gli Stati membri sul rischio che la tecnica, in uso nelle “crisi in Iraq e Siria, possa ispirare altri” arrivando anche in Europa.

In ogni caso quello compiuto il 2 ottobre dal Califfato è il primo tentativo, riuscito, di sferrare un attacco terroristico con tecnologia Uav-Ied (fino ad allora l’uso dei droni aveva riguardato solo la ricognizione o riprese dall’alto da inserire nelle clip da diffondere in rete). Il primo di una lunga serie, visto che a gennaio 2017 due miliziani Isis in mimetica hanno esibito in Iraq un drone dall’apertura alare di due metri e lo hanno ripreso mentre liberava il suo carico di esplosivo. Nelle ultime settimane lo Stato Islamico avrebbe inoltre utilizzato dozzine di piccoli velivoli senza pilota per compiere attacchi. Segno che il nastro oramai è stato tagliato e dei fallimentari test del passato non resta che un ricordo sbiadito. Il riferimento è a quando nel 2001, durante il G8 di Genova, in Italia, al Qaeda pianificò di assassinare l’ex presidente Goerge W. Bush usando un ordigno posto su un piccolo aeroplanino comandato a distanza. O a quando un cittadino britannico detenuto a Guantanamo confessò, nel 2004, di aver provato ad acquistare un drone per rilasciare spore di antrace nell’area circostante al Parlamento del Regno Unito. Nel 2006 fu ancora Hezbollah a provare a bombardare, senza successo, il territorio israeliano con un drone, mentre nel 2011 un ragazzo di 26 anni del Massachusetts venne arrestato dall’Fbi con l’accusa di tramare un attacco al Pentagono e al Campidoglio con un aeromobile guidato a distanza.

La proliferazione incontrollata dei sistemi senza pilota ha innalzato il rischio che tali tecnologie possano essere usate non solo da forze statali riconosciute. E’ l’ennesima sfida per la sicurezza globale, in un momento peraltro in cui la minaccia jihadista assume forme singolari e poliedriche. Se pensiamo ai mezzi di comunicazione cui fanno ricorso l’Isis o al Qaeda, a partire da riviste mensili fino ad arrivare ad autentici service audiovisivi o agenzie stampa ufficiali (guardiamo Inspire, Dabiq o al Ḥayat Media Center), la possibilità che certe tecniche di attacco vengano diffuse velocemente è purtroppo concreta. Non è un caso che l’Isis così come molte altre cellule del terrore da tempo a questa parte abbiano iniziato a reclutare tra le loro fila soprattutto ingegneri, laureati in chimica ed esperti di nanotecnologie. Dopo i “lupi solitari” e le self starter, la nuova frontiera del terrorismo potrebbe dunque essere “non presidiata”. Nel gergo: “unmanned terrorism”, vale a dire piccolissimi droni in miniatura in grado di trasportare il quantitativo sufficiente di esplosivo per colpire un bersaglio umano. La domanda è: quanto tempo ci vorrà prima che le capacità di questi mezzi siano estese a perimetri più ampi? Una nave commerciale, un aereo di linea, uno stadio di calcio?

Fonte: Fanpage