Dietro le baby-modelle si cela la perversione degli adulti?

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  • di Silvia Lucchetti

Nella Giornata Mondiale dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza la nostra intervista a Flavia Piccinni autrice di un libro-denuncia sul mondo dei baby modelli

Il libro di Flavia Piccinni Bellissime. Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite” (Fandango editore) ci aiuta ad aprire gli occhi su una realtà del mondo infantile a molti di noi completamente sconosciuta. Quello delle bambine e dei bambini sotto il metro e trenta di altezza “arruolati”, loro malgrado, nell’esercito della moda, e intrappolati in casting stancanti, lunghi provini, servizi fotografici, sfilate interminabili. Di solito questo fenomeno lo immaginiamo presente essenzialmente negli Stati Uniti, con le loro baby reginette, dal trucco marcato, gli abiti di paillettes, i tacchi alti, gli sguardi caricaturalmente ammiccanti, accompagnate e spronate in queste assurde competizioni da genitori agguerritissimi, soprattutto mamme, purtroppo. E invece scopriamo che anche il nostro Bel Paese non è da meno.

L’autrice, vincitrice del Premio Campiello Giovani e coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, ha studiato e osservato questo fenomeno per quattro anni andando in giro per l’Italia  – dalle periferie più estreme a Milano, capitale per antonomasia della moda –  a seguire le baby performance: sfilate nei centri commerciali, casting presso le agenzie fotografiche, concorsi di bellezza. Tutte le sue interviste, le numerose testimonianze raccolte nel libro raccontano di un fenomeno inquietante: l’adultizzazione precoce di minori che rischiano di venire espropriati del loro mondo, spinti ad esprimersi e comportarsi come i grandi e sottoposti, al pari di un lavoro vero e proprio, a notevole stress, lunghe attese, ritmi intensi. Spesso senza poter fare pause, oltre che con poco cibo ed acqua, (per non sgualcire gli abiti, rovinare il trucco, perdere la concentrazione…), “forzati” a distorcere la propria immagine ed identità infantile, abusando di fatto del loro tempo libero, del bisogno di spensieratezza e di gioco. Il gioco spontaneo, per divertirsi in libertà, e non quello subdolamente imposto vestendo impropriamente i panni degli adulti.

Le pagine di questo libro colpiscono davvero, sconvolge soprattutto l’atteggiamento di quelle madri disposte a tutto pur di vedere la propria figlia o il proprio figlio sfilare, magari a Pitti Bimbo, o girare una pubblicità per la televisione.

Dobbiamo ringraziare davvero l’autrice per il suo lavoro prezioso, per aver raccontato un mondo sconosciuto ai più, rinunciando al facile obiettivo di puntare il dito, cercare il colpevole, ma con l’unico proposito di mostrarci una realtà da conoscere e riflettere attentamente. In occasione della Giornata Mondiale dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza che ricorre oggi, ho avuto il piacere di intervistare Flavia Piccinni.

Cara Flavia non ritieni che il linguaggio usato dai fotografi e dai manager, per interagire con questi bambini, così apparentemente sdolcinato e infantilizzato, sia solo uno strumento per “manipolarli” e di fatto farli lavorare senza incorrere in inconvenienti e resistenze?

C’è un lessico precostituito che punta a illudere i bambini che sia un gioco, mentre i bambini hanno molto chiaro che si tratta di un lavoro. I bambini vengono fortemente adultizzati, passano tantissimo tempo con i grandi, percepiscono chiaramente di trovarsi in un ambiente con adulti che lavorano. È molto diverso trascorrere giornate con genitori, zii, cugini, nonni, piuttosto che rapportarsi ad un adulto estraneo come un fotografo, una parrucchiera o una truccatrice. Parlando con un fotografo mi sono sentita gelare quando gli ho chiesto: “Questi bambini come li tratti?” E lui: “Sono sì bambini, ma nel momento in cui vengono pagati per me sono lavoratori”. Quindi è chiaro che il bambino quando viene di fatto contrattualizzato diventa un lavoratore che deve svolgere un preciso compito, portandolo a termine nel più breve tempo possibile con il massimo risultato.

La storiella che ci viene raccontata “per loro è un gioco”, “c’è un clima di gioco”, è una balla allora?

Io credo si tratti della retorica con cui gli adulti e gli addetti ai lavori ammantano di accattivante e luminosa leggerezza questo mondo. Ho percepito chiaramente fin dall’inizio l’enorme divario tra quanto dicono e ciò che realmente pensano. Infatti, essendo consapevoli di muoversi su un terreno facilmente criticabile e attaccabile, la loro strategia è quella di presentare questa realtà come un gioco, un divertimento, una passione, mentre di fatto si tratta di un vero e proprio business. Perché i corpi di questi bambini, ridotti a manichini in movimento per essere fotografati o ripresi, diventano proficui testimonial di brand, apprezzati protagonisti delle pubblicità più varie, conquistando attraverso la loro immagine il ruolo di lavoratori a tempo determinato.

FashionStock.com – Shutterstock
I genitori, in particolare le mamme, percepiscono che la mancanza di controllo sui figli che rimangono per lunghe ore da soli a contatto con adulti estranei possa esporli al rischio di abusi sessuali?Il fantasma della pedofilia rimane sempre sotto traccia: infatti quando ne parlavo con le mamme esse rispondevano sempre: “no, questo è un mondo pulito è un mondo dove non c’è nessun tipo di problema”. La sintesi perfetta di questa fittizia auto-rassicurazione me l’ha fornita una mamma quando le ho chiesto: “Quando lasci tua figlia da sola per le prove degli abiti non sei preoccupata? Non hai paura? Io non ho figli, ma se avessi una figlia avrei paura, non la lascerei sola”. La mamma mi ha candidamente risposto: “Io le raccomando sempre che se qualcuno le chiede di togliersi le mutandine lei non lo deve fare, deve gridare, scappare e venire da me”. Di fronte a questa risposta, quantomeno opinabile, mi viene da riflettere che questi genitori si trovino all’interno di un meccanismo di potere: vedono che tutti fanno così, e pertanto non si azzardano a fare resistenza per non essere esclusi, per non venire emarginati. Quando sono stata a Pitti dove i bambini vengono tenuti un pomeriggio intero senza acqua, e i genitori sono informati di ciò, nessuno prende il bambino e lo porta via. Perché? Perché temono di non essere più chiamati dagli organizzatori, di non essere più protagonisti di manifestazioni così prestigiose attraverso la partecipazione dei loro figli.Se quindi tendono ad escludere il rischio di abusi sessuali, non temono comunque che la circolazione delle immagini dei loro figli possa nutrire le fantasie di soggetti malati e contribuire ad alimentare il circolo della pedofilia?

Ho iniziato a sondare questo argomento sottolineando che l’80% del dark web si nutre delle fotografie dei minori frutto della condivisione sui social network dei loro genitori. A questo punto chiedevo se non fossero preoccupati per l’utilizzo che poteva essere fatto degli scatti del loro figlio, della loro figlia. A questa domanda normalmente ribattevano che erano problemi che non si ponevano. Alla base di ciò vi è ovviamente il fatto che hanno un obiettivo preciso perseguito ad ogni costo che li rendi sordi e ciechi rispetto alle considerazioni che vengono proposte loro al riguardo.

Al di là del ritorno economico e di immagine, vi sono altre motivazioni che spingono questi genitori a incamminare i loro figli su questa strada?

In alcuni casi i figli, in particolare per le loro madri, diventano strumento per una qualche forma di riscatto. Non sempre fortunatamente, perché ci sono molte mamme che si affacciano a questo mondo con leggerezza, mentre altre utilizzano questa occasione per entrare a far parte di una vetrina agognata in cui non erano state ammesse da giovani. Ad esempio ho intervisto una mamma che tutte le settimana partiva dalla Sicilia per Milano per i casting del proprio figlio. Quando le chiesi il perché rispose: “Sai, io da sempre desideravo entrare a far parte del mondo della moda, poi sono rimasta incinta e questo sogno è svanito.  Oggi posso dire che questa è un’occasione per me molto importante: in Sicilia non c’è niente di simile e poi a mio figlio questa cosa piace”. E il figlio aveva un anno e mezzo.

Dobbiamo concludere quindi che questi genitori sono adulti immaturi?

La risposta me l’ha data Giuseppe Saggeseprofessore ordinario di pediatria all’Università di Pisapast president della Società Italiana di Pediatria e fondatore, nonché presidente, della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza. Egli afferma che molto spesso si tratta di adulti non completi che vedono i figli come un prolungamento della loro vita, e quindi sfruttano l’opportunità di andare avanti attraverso di loro in quello che essi non sono riusciti a raggiungere.

Questo a mio parere si inserisce in un discorso molto più ampio, perché dobbiamo constatare che gli adulti non adulti non sono semplicemente le mamme delle baby modelle o aspiranti tali: questi sono solo i casi eclatanti e più visibili.

Molto spesso sono mamme che ambivano ad un ruolo e ad una dimensione che non si fonda sul valore intrinseco della persona ma si basa su elementi secondari: l’aspetto fisico, la visibilità, l’apparenza, il successo, la riconoscibilità, che sono tutte caratteristiche difficilmente presenti nei valori di una madre di famiglia. I padri in tutta questa storia sono spesso assenti, in secondo piano, rassegnati di fronte alle scelte delle mogli, e ritenendo che si tratti di una fatto transitorio, che durerà fino a quando il bambino non raggiunge il metro e trenta, lasciano correre.

Questi genitori non chiamano i figli con i loro nomi, ma usano dire: “il bimbo”, “la bimba”, e poi li inglobano in un “noi” come quando affermano per esempio: “noi andiamo a fare il servizio fotografico”, evidenziando chiaramente il proprio bisogno di essere protagonisti che viene agito attraverso i minori.

La classe sociale e culturale di appartenenza è spesso medio bassa, anche se ho avuto modo di intervistare una madre architetto con il marito avvocato che mi ha confessato: “Sa in famiglia noi siam tutti belli, la bimba è una bella bimba e quindi abbiamo pensato bene di farle cominciare questo percorso”.

Cara Flavia, dopo aver letto il tuo libro è stato impossibile non riflettere che proprio in questi giorni Netflix, il colosso della distribuzione sul web di film, ha annunciato la produzione di  una serie basata sul recente fatto di cronaca romano delle Babysquillo dei Parioli.

Non vi è dubbio che sul piano del business, dell’interesse che può suscitare presso il grande pubblico sia una strategia molto azzeccata, perché dentro la trama ci sarà il sesso, i soldi, il ricatto e questi argomenti tirano molto oggi. A livello di contenuti bisogna però considerare il rischio dell’emulazione che è molto frequente e pervasivo come ci raccontano le cronache di questi tempi. Nella fattispecie bambini e ragazzini che guardando Netflix fossero esposti all’esempio di Baby squillo che vendono il loro corpo, rischierebbero di ricevere involontariamente un messaggio allucinante, considerando le loro minime capacità di discernimento per la giovane età. A mio parere questo tipo di scelte dovrebbe essere effettuato, anche nel caso di un operatore privato come quello citato, nel contesto di una riflessione più ampia in cui chiedersi se deve prevalere l’etica e il futuro delle giovani generazioni piuttosto che il successo economico e di pubblico di un format.

Qual è il messaggio più importante che intendevi trasmettere attraverso l’impegno che hai profuso per realizzare il tuo libro?

Il libro fondamentalmente affronta la questione del trattamento che i minori subiscono all’interno dei contesti che abbiamo raccontato, fatto in barba alle normative vigenti. Grazie a questo sono state prodotte due interrogazioni parlamentari che non hanno al momento ricevuto risposta alcuna, e presentata una proposta di legge a firma dalla senatrice Anitori incardinata come emendamento alla legge di stabilità.

Mi auguro due cose: la prima che l’emendamento nella legge di stabilità presentato dalla senatrice Anitori trovi riscontro in quanto abbraccia sia la questione dei baby modelli che quella della gestione nel suo complesso del lavoro dei minori impegnati nel mondo dello spettacolo. E poi mi piacerebbe se oggi tutte noi, mamme, donne, ragazze, per questa giornata facessimo un esercizio. Prendendo un giornale di moda e iniziando a scomporre le pubblicità dei bambini, esaminandone lo sguardo, il naso, la posizione del corpo, le labbra, i capelli, ci domandassimo: ma questi bambini quanti anni hanno? Questa bambinache guardandola nell’insieme dimostra sette anni, se io ne scompongo le singole parti dell’immagine, quanti anni ha? 25, 30? Tutto questo è normale? Non ci stiamo forse pericolosamente abituando a questo oltraggio subdolamente perpetrato contro i nostri bambini?

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