Distruggere

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  • di Andrea Tremaglia

Siamo affascinati dalla distruzione, che però riconosciamo facilmente solo quando è rapidissima. Il black friday è l’occasione per riconoscere la matrice violenta e distruttiva del processo consumistico, dal quale potremo uscire indenni solo se esercitiamo azioni creative e positive.

Qualche sera fa, nel cuore della mia città, è andata a fuoco una giostra; era uno di quei graziosi, antichi caroselli con i cavalli e, nella disgrazia, la fortuna ha voluto che nessuno si facesse del male. Diversi passanti hanno ripreso la scena e le immagini dell’incendio hanno subito inondato la rete locale.

Uno spettacolo rovinoso, è indubbio, ma ciò nonostante visivamente seducente. Il contesto signorile della piazza, le sagome nerissime dei piccoli cavalli in controluce al turbinio rotondo delle fiamme, reso ancor più vivido dal contrasto con la fredda serata novembrina: quasi un omaggio all’Iliade e alla più torrida classicità greca.

In altri tempi piuttosto che a qualcosa di ghermito dalla malasorte, si sarebbe probabilmente pensato a qualcosa di offerto al cielo, alla divinità, al destino; a un fuoco sacrificale.

È inconfessabile, ma eterno, il fascino esercitato su noi creature umane, mortali, dalla distruzione. L’atto distruttivo d’altronde è un atto simile al creativo, per quanto di segno opposto; il divenire, vero significato esistenziale del dio in quasi ogni religione, pare fluire e manifestarsi allo stesso modo nella costruzione e nella distruzione, anche se quest’ultima è solitamente più rapida e talvolta immediata nel porsi. La velocissima manifestazione del divenire ci convince e rapisce, rivelandosi tanto chiaramente anche a noi creature circoscritte nel tempo. La distruzione crea così un potentissimo e profondo legame individuale con ciascuno di noi, parlando all’abissale consapevolezza, al profondo silenzio, sepolto nei nostri animi.

La distruzione, tuttavia, può creare anche un rapporto di tipo sociale e collettivo. Nelle disgrazie collettive la distruzione subita unisce nella solidarietà; ma il ruolo sociale della distruzione può instaurarsi anche quando questa è volontaria, come nel potlatch, pratica diffusa tra i nativi americani per saldare le relazioni tra i membri di differenti tribù: i protagonisti distribuivano o addirittura distruggevano buona parte dei propri beni, per gareggiare nell’evidenziarsi ricchi. Tutto questo avveniva già secoli fa sulle fredde coste di quell’America settentrionale oggi abitata da una razza probabilmente al culmine della propria parabola, forse già oltre: la razza borghese, la tribù del consumo.

Il potlatch, usanza antica delle tribù native americane sulla costa pacifica, sopravvive ancora oggi nonostante sia stato dichiarato illegale dalle autorità occidentali già nel 1800

Il potlatch, usanza antica delle tribù native americane sulla costa pacifica, sopravvive ancora oggi nonostante sia stato dichiarato illegale dalle autorità occidentali già nel 1800

I membri di questa tribù vivono di un lavorio teso all’impossessamento e alla collezione: il borghese migliore non sa evitarsi il far di conto e l’accumulare. L’imitazione e l’invidia sono in questo contesto un tutt’uno inscindibile e il regolato, ma violento, scontro intestino che ne deriva è l’energia per l’intero ordine sociale. Questa costante insoddisfazione non è però in grado di costruire individui, bensì solamente copie difformi dalla medesima matrice. Il processo descritto, prima singolare e poi collettivo, è di tipo distruttivo, non creativo. Il possesso riconosce solo altro possesso e così l’atto affermativo del borghese di questa risma non è la costruzione, bensì l’azione che distrugge il bene fisico-materiale proprio e altrui. Lo spiega linearmente Jean Paul Sartre, in premessa al Ritratto dell’Avventuriero di Roger Stephane, citando appunto il potlatch:

La classe agiata è una classe consumatrice: vale a dire che essa si distrugge distruggendo i suoi beni attraverso l’uso, e pensa così di assicurarsi il possesso raffinato di se stessa. A questo stadio, il saccheggio sistematico può diventare l’unico mezzo di comunicazione con gli altri: la classe in questione si abbandona ai potlatch – distruzione di beni propri in onore altrui – organizza feste – distruzione di beni propri alla presenza altrui – compie elargizioni – distruzione di beni propri a profitto altrui. L’aristocrazia romana si è rovinata in questi giochi, come vi si è rovinata la nobiltà francese: i figli di famiglia volevano la rovina come i giovani borghesi vogliono la morte.

Questo aspetto distruttivo della borghesia dell’America attuale e sovrappeso sgorga ormai anche dal suolo europeo; non in acquitrini, ma in laghi di asfalto e di parcheggi, punteggiati da alberi striminziti, ritagliati in corsie numerate, senza nome. Clamorose cattedrali innalzate a quel dio oscuro del divenire che è il consumismo: un distruggere costante, incessante, un inesauribile divorare e divorarsi. La gara per accaparrarsi un paradiso artificiale in serie è cominciata.

Il burning man, festival che si svolge ogni anno nel deserto del Nevada, si sviluppa letteralmente attorno a un uomo in fiamme. Alla distruzione materiale del simbolo si accompagna la sospensione delle regole sociali e morali e l'uso festoso di alcol e droghe

Il burning man, festival che si svolge ogni anno nel deserto del Nevada, si sviluppa letteralmente attorno a un uomo in fiamme. Alla distruzione materiale del simbolo si accompagna la sospensione delle regole sociali e morali e l’uso festoso di alcol e droghe

I centri commerciali sono così cittadelle fortificate che crescono fino a farsi città stato, luoghi di secca connessione. Non vi esiste silenzio, né vuoto che non sia dovuto e studiato. La loro banalissima artificialità li fa sembrare quasi sporchi, di una sconcezza estetica più che fisica. Non semplicemente brutti, ma imbruttenti. Eppure non so negare una vertiginosa attrazione: passeggiare per i corridoi-viale di un megacomplesso commerciale è come assistere ad una lentissima, costruita, distruzione; l’opposto di un incendio, ma non per ciò meno evidente. Un fuoco freddo che non riusciamo a comprendere fino in fondo.

Questo culto del consumo oltre che i suoi templi ha i suoi sacerdoti e i suoi rituali, le sue festività; ed ecco, ci passa ora accanto una delle più tremende: il venerdì nero. Qui finalmente possiamo osservare l’incendio, finalmente possiamo vedere e capire. La lenta autodistruzione prende un’accelerata, la fame annoiata si fa violenta e ridicola, le nuove grottesche baccanti divorano dall’interno il corpo del Re/supermercato steso nella foresta di utilitarie, carrelli, lampioni, strade statali. La dissacrazione brulica, formicante, in uno degli ultimi gesti di massa: l’assalto scomposto allo sconto. Di fronte a questo spettacolo è difficile restare indifferenti, impossibile non scandalizzarsi con le immagini delle risse da ipermercato. Ma occorre prendere coscienza di come queste manifestazioni siano la rappresentazione istantanea della natura del processo consumistico.

La ressa di una di quelle che sono vere e proprie rivolte legate ai forti sconti nei centri commerciali

La ressa di una di quelle che sono vere e proprie rivolte legate ai forti sconti nei centri commerciali

Alcuni appunti di azione e reazione. La violenza affermativa, di sopravvivenza o di vittoria, può essere una buona forza: ma non è questo il caso. Siamo qui a parlare del venerdì nero per testimoniare una forza negativa, distruttiva e che spinge all’autodistruzione ciascuno di noiI beni superflui rendono superflua la vita, così Pasolini, e la distruzione insita nell’impossessamento spinge anche noi ad autodistruggerci con alcol, droghe, bulimia di cibo e sesso. Per prendere possesso, singolo e sociale, di noi, ci devastiamo. Viviamo nell’era della pornografia, non tanto fisica, quanto mentale. Siamo al desiderio di desiderare. Esaurite le primigenie forze vitali, il desiderio muore perché tutto viene in poco tempo consumato, ma senza incendio né sacrificio. Questa matrice autodistruttiva va messa in evidenza.

Non è da accusare il comprare in sé, né il commercio, né che si approfitti degli sconti per portarsi avanti con i regali di Natale. Non facciamoci estremisti del ridicolo. Per certi aspetti può essere addirittura un male necessario che a molti mondi e molte persone sia permesso di autodistruggersi. L’antidoto comunque esiste ed è rivoluzionario: la creazione. Creare, costruire, fare germogliare un’azione è ciò che si può opporre all’autodistruzione. L’affermazione contro la negazione. L’individualizzazione contro l’anonimato. L’appartenenza sociale, nazionale, contro il parcheggio numerato. Il rivoluzionario autentico è un creativo, un amante, un poeta non di parole, ma d’azione. Poniamoci davanti agli occhi le orge grottesche del consumo del venerdì nero, della antivigilia natalizia, del primo giorno di saldi: se la nostra reazione sarà di distruzione, non saremo migliori di ciò che disprezziamo. Fermiamo questo fuoco freddo. Costruire noi stessi attraverso non le cose, ma le azioni e le relazioni: questa è una sfida per la quale una vita probabilmente non basta, ma è certamente ben spesa.

(Foto di copertina di Marin Forcella)

Fonte: L’INTELLETTUALE DISSIDENTE