È giusta una tassa di scopo sul tabacco?

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  • di Pietro Paganini

Uno Stato disperatamente alla ricerca di risorse spesso dimentica di valutare a monte l’impatto di nuove tasse

È giusto tassare il tabacco per sviluppare farmaci contro le malattie ad esso legate? Sì. La risposta parrebbe scontata. Siamo proprio sicuri? Siccome il fumo può essere causa di malattie e perciò incide sul sistema sanitario, si dice, sarebbe moralmente auspicabile che l’industria del tabacco contribuisse a sovvenzionare un fondo per l’acquisto di medicinali. Un ragionamento del genere imposta la questione in termini di morale, più precisamente la morale rispetto a comportamenti individuali. Si affida così allo Stato il compito di stabilire la morale e quindi quelle azioni da perseguire, con la tassa nel nostro caso.

Siamo ancora d’accordo? No. È sufficiente preferire per un momento il metodo scientifico all’emotività per produrre una risposta diversa, e quindi negativa, alla nostra domanda iniziale. Chi fa le leggi antepone spesso l’emotività delle scelte istintive al metodo sperimentale fondato sulla libertà individuale (che tutela). Seppure l’Italia è ben lontana dall’essere una solida Democrazia Liberale, è prassi che le nostre leggi non siano fondate sulla morale quanto sulla necessità di governare la convivenza tra cittadini al fine di favorire l’estensione delle loro libertà. Questo approccio al diritto che si fonda sulle libertà soggettive ed oggettive, e non sull’etica o la morale, riguarda naturalmente anche la fiscalità.

Una tassa morale non avrebbe senso di esistere nel nostro ordinamento perché contrasterebbe con la libertà di ciascuno. Essa equivarrebbe alla tassazione del comportamento legittimo di un cittadino in questo caso, visto che il consumo di tabacco è consentito dalla legge. Il tabacco può essere tassato come qualsiasi altro bene e così succede, dato che già oggi lo Stato incassa 14 miliardi di tasse da questo settore. Ma non è dato sapere quanto di questo denaro abbia una “destinazione morale”, per esempio in ricerca e prevenzione.

Il tabacco non può invece essere (ulteriormente) tassato ad hoc per una questione morale. Se valesse la questione morale, allora dovremmo tassare anche molti altri comportamenti che possono avere conseguenze negative sulla salute o sull’ambiente. Perché non imponiamo una (ulteriore) imposta ad hoc sulla benzina, sulle automobili, sulle caldaie a gasolio, sulla carne, sui grassi, sugli alcolici, sugli zuccheri, sui giochi e su tutto ciò che può generare malattie o costi per il sistema sanitario? Perché non li tassiamo per creare un fondo per l’acquisto di farmaci o (meglio ancora) la ricerca?

La morale del legislatore è spesso doppia, cioè la si impone aggirandola, e rischia di sconfinare nella demagogia. Così ci si è inventati la tassa di scopo, una sorta di paravento per celare una mentalità statalista e paternalista. Si vuole una fiscalità non volta a fornire i servizi pubblici con le risorse a disposizione, bensì finalizzata ad escogitare mezzi sempre nuovi per spremere ulteriormente i contribuenti ed imporre comportamenti ritenuti moralmente “giusti”, salvaguardando naturalmente i privilegi (nessuno si è chiesto chi potrebbe beneficiare di un fondo per l’acquisto di medicinali? Non sarebbe “più etico e morale” finanziare la ricerca pubblica?) e gli sprechi annidati nei meccanismi dei servizi pubblici esistenti.

Anche la tassa di scopo è facilmente smontabile. Le imposte sul tabacco sono già state ritoccate con la riforma del 2015 e aumentate nel mezzo del 2017, portando molti meno milioni (-224 milioni entrate gennaio-settembre; meno 1 miliardo di gettito rispetto alle previsioni per il 2017) nelle tasche di uno Stato disperatamente alla ricerca di risorse ma che spesso dimentica di valutare a monte l’impatto di nuove tasse.

Una nuova imposta come quella che il Parlamento vorrebbe far passare rischierebbe di non garantire l’effettivo aumento di gettito e non farebbe altro che peggiorare la situazione: (i) la tassazione già regressiva (cioè, i prodotti di fascia medio–bassa pagano in proporzione più tasse di quelli di fascia alta) distorcerebbe ulteriormente l’assetto concorrenziale neutro del mercato; (ii) i volumi già in calo si ridurrebbero ulteriormente portando meno gettito, e la mancanza di una relazione tecnica circa l’impatto sul mercato di questa ulteriore tassa non aiuterebbe; (iii) il contrabbando che oggi è moderato potrebbe tornare ad esplodere nuovamente, con buona pace delle entrate sperate e della salute dei cittadini; e infine (iv) si complicherebbe la burocrazia, visto che il legislatore come sempre ha partorito la tassa ma non il suo funzionamento, lasciandolo ai burocrati, appunto.

Prima di agire di istinto, i nostri parlamentari dovrebbero provare ad affidarsi al metodo sperimentale delle Democrazie Liberali. Capirebbero allora che questa tassa oltre ad essere immorale per la libertà individuale, farebbe solo danni. Per finanziare la ricerca (quella pubblica, s’intende) ci sono altri modi, meno populisti.

Fonte: Tempi

  • Nicla Perreca

    TUTTE le tasse di scopo sono ingiuste e, soprattutto, incostituzionali.