E se Charlie Hebdo avesse ironizzato su Anna Frank?

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  • di Alex Angelo D’Addio

Avendo appositamente lasciato decorrere una settimana prima di porre sotto la lente d’ingrandimento una tematica che sarebbe dovuta rimanere nei ranghi irriverenti e dissacranti della non negoziabile spontaneità da stadio, la frenesia delle istituzioni e l’inquietudine della pubblica opinione hanno polarizzato una convinzione che ormai è divenuta certezza: la borghesia del pensiero non ha limiti di indecenza, né concezione di creanza. Essa è l’alibi principale del perbenismo, per silenziare la critica e per spianare la strada all’omologazione delle idee, che prevede l’impossibilità di avanzare alternative di credenze e consequenzialmente cela al suo interno una panoplia di contraddizioni.

Rispetto alla versione di Anna Frank in maglia romanista, l’Italia della rappresentanza governativo-parlamentare e dei giornali ha confermato con l’insopportabile arroganza dell’ipocrisia questo concetto, costringendo lo Stivale nella morsa della nulla credibilità politica e dell’abbietta onestà intellettuale dei suoi presunti garanti. Gridare allo scandalo per una bravata – in un contesto di confusione generalizzata, per via di un Emiciclo e di un esecutivo succubi di un segretario di partito, di un sistema previdenziale che logora i lavoratori prorogando l’età pensionabile, e di un allarme terrorismo sempre più esteso ed apparentemente irrefrenabile nel breve-medio periodo -, potrebbe avere due chiavi di lettura.

La prima è che le varie religiosità abbiano un peso diverso a seconda delle diverse declinazioni di fede; altrimenti, non si spiegherebbe per quale ragione, ad esempio, la cristianità cattolica sia costante oggetto della bizzarria grottesca più disparata e talvolta blasfema, che viene propinata per ironia sofisticata senza che nessuno ne contrasti l’impertinenza, mentre una semplice immagine – per inciso: probabilmente sfrontata ed irriguardosa, ma ben lungi dallo storpiare la memoria di un’icona di uno dei più grandi stermini dell’umanità e dal manipolarne la tragicità dei contorni – desti tanto scalpore. Sia chiaro: la neutralità di credo dello Stato – è bene non definirla laicità, perché quest’ultima è la rotta primaria per allontanarsi da Dio – resta inalienabile ed imprescindibile, però è singolare come i perpetuati sberleffi e le disturbanti ignominie verso i riferimenti del cattolicesimo godano di immunità, differentemente da un’allusione collaterale all’ebraismo.

La seconda ipotesi è, invece, che la malafede sia sempre insita nelle corde della scarsa dialettica politica-culturale contemporanea e che la schiera dei referenti istituzionali sia preda di uno schiavismo occulto, più capillare di quello che si possa immaginare. Il potere delle minoranze è incredibilmente persuasivo e calamitante, e dunque catalizza a sé l’interesse mediatico e le risorse economiche che giustificano la sua influenza collettiva; parafrasando Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels, sulla scia della teoria elitista e della concentrazione dell’autorità in frange esigue, fin quando le maggioranze anteporranno il lassismo all’azione e l’ignoranza alla ricerca, la prevaricazione di un manipolo di menti più scaltre sarà scontata.

Anche se, nell’epoca della obiettività di pronto comodo, sarebbe interessante scomodare le vedove di Charlie Hebdo, e chiedere loro cosa si intenda per libertà d’espressione: solo rappresentare un trivialissimo ménage à trois tra Padre, Figlio, e Spirito Santo – come accaduto sulla copertina del quotidiano francese il 7 novembre 2012 -, o anche proporre un becero ma comico fotomontaggio sbeffeggiando la retorica ebraica? Al bando i timori: il quesito può anche restare irrisolto.

  • Frengo

    Secondo lei lasciano anche tracce diverse di sangue nel muro quando vengono dilaniati?
    Mi faccia sapere.

  • Woland

    Ma no, parliamo pure male del padre di Anna Frank che ha pubblicato un diario di 800 pagine scritte quasi tutte da lui a nome della figlia, giusto per racimolare un po’ di soldi sulla pelle dei morti.
    E abbiamo il coraggio di non essere ipocriti: diciamo che non ce ne importa niente di Anna Frank, quanto meno niente di più di tanti anonimi morti yemeniti o libici.
    E personalmente affermo che me ne importa molto meno di Anna Frank dei MIEI morti cristiani, ad esempio i dimenticatissimi cristiani palestinesi (e già i palestinesi non sono tutti musulmani) massacrati dalle bombe israeliane.