Etichette alimentari, il prezzo della globalizzazione

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  • di Fabrizio Torella

Con la recente firma del decreto interministeriale da parte dei capi dicastero delle politiche Agricole e dello Sviluppo Economico, Maurizio Martina e Carlo Calenda, che obbliga l’indicazione in etichetta dell’origine geografica della materia prima di sughi e conserve a base di pomodoro, si allarga la cornice regolamentare che inquadra la produzione del Made in Italy alimentare. Dopo i prodotti caseari, passando per pasta e riso, non poteva mancare la salsa di pomodoro nella ricetta per certificare la provenienza di quello che finisce sulle tavole delle famiglie italiane.

I diversi decreti promulgati dai governi Renzi e Gentiloni, hanno dunque ratificato un principio di trasparenza già compreso nel regolamento (Ue) n. 1169/2011, il quale – tuttavia – manca ancora di alcuni dispositivi attuativi che lo renderebbero direttamente applicabile sull’intero territorio comunitario, prevalendo rispetto alle legislazioni nazionali. Le misure legislative hanno carattere transitorio e valenza per un arco temporale di due anni, quanto basta all’industria per conformare il ciclo produttivo ai nuovi criteri di etichettamento, ed adeguare l’intero settore in vista dell’attuazione integrale della normativa comunitaria.

Nei comunicati stampa del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, si legge che gli ultimi provvedimenti in questione rispondono alla volontà di trasparenza della gran parte dei consumatori, rilevata da un sondaggio ormai datato 2014 commissionato dallo stesso dicastero, su di un campione di ventiseimila intervistati.

Le reazioni dei destinatari, ovvero tutti gli attori coinvolti nella filiera produttiva, sono state tanto diverse. Se da un lato il settore dell’agricoltura esulta, per voce della Coldiretti, dall’altro l’associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane (Aidepi) considera il provvedimento addirittura fuorviante, in quanto l’origine autoctona dei grani con cui è fatta la pasta italiana, non sarebbe sinonimo di qualità. Diversamente, nel caso di sughi e conserve a base di pomodoro, la soddisfazione è corale, tenuto conto che i due mercati sono strutturati diversamente.

Le reazioni di diverso tenore sono lo specchio di interessi spesso contrapposti,  conseguenza di un mercato sempre più globalizzato che nelle sue forme più esasperate ha ormai smarrito qualsiasi contatto con la realtà in carne ed ossa dei consumatori.

I grani importati per la lavorazione dei pastai italiani, arrivano principalmente dal Nord America e dal Canada. In questi Paesi, le coltivazioni con sementi modificate geneticamente in laboratorio, e l’uso di fertilizzanti – che oltre alla funzione originaria di respingere i parassiti hanno quella di accelerare il processo di maturazione – sono prassi in uso dalla gran parte dell’agricoltura industrializzata da oltre due decenni. L’efficienza economica garantita dall’intervento massiccio della chimica sintetica in agricoltura, non corrisponde purtroppo agli stessi livelli in termini di genuinità del raccolto. A confermarlo sono numerosi studi scientifici. Il grano italiano sarebbe quasi sufficiente a coprire il fabbisogno interno, ma non efficiente in termini economici a confronto dei corrispettivi allogeni prodotti dalle vorticose economie di scala.

La globalizzazione dei mercati è foriera di situazioni paradossali. L’Italia è il secondo esportatore al mondo di questo tipo di lavorati dopo gli Stati Uniti, anche se la produzione del frutto rosso a livello mondiale risiede ormai migliaia di chilometri dalle calde e soleggiate terre mediterranee dell’immaginario collettivo. I primi tre produttori al mondo di pomodoro fresco sono la Cina, l’India e gli Stati Uniti, che insieme coprono ben oltre la metà del totale.

Stiamo così assistendo ad una vera e propria guerra delle etichette, uno scontro impari tra le scintillanti confezioni incoronate dai loghi delle grandi aziende, ormai diventati presenza familiare nella percezione collettiva, e quelle targhette anonime, zeppe di percentuali e informazioni noiose che sembrano messe apposta per rovinarti il gusto del primo boccone.

Gli agricoltori e allevatori italiani che ancora perseverano nella ricerca di un equilibrio tra la massimizzazione del profitto e la genuinità del loro prodotto, stanno inesorabilmente scomparendo, per lasciare spazio alle moderne tecnologie che promettono facili guadagni con poco lavoro.

“L’agricoltura è diventata industria meccanica dell’alimentazione”, scriveva il filosofo Martin Heidegger, il quale preconizzava per l’umanità un futuro catastrofico se arresa completamente alla Tecnica e – diciamo noi – al mero Profitto.

Fonte: interris