Furbizie padane

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  • di Francesco Colaci

Il referendum per l’autonomia della Lombardia e del Veneto costituisce la vittoria dell’incomprensione, dell’anti-statalismo e dell’incoscienza civile. L’UE e i nemici d’Italia ringraziano.

A pochi giorni di distanza dall’esito referendario, le dichiarazioni trionfali sono zampillate dalle bocche dei leader Carroccio come acqua fetida e odorante di marcio. Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha espresso entusiasmo per il risultato conseguito; nelle urne il quorum è stato superato con il 57,2% dei voti, con un sì plebiscitario che raggiunge il 98,1% delle preferenze. Sicuramente un risultato notevole ma drammatico, indice di un individualismo industriale esasperato e della progressiva dissoluzione di uno spirito di coesione nazionale. Se, tuttavia, da un lato il risultato del Veneto preoccupa, dall’altro quello lombardo fa ridere i polli.

Il famigerato Maroni si dichiara soddisfatto della vittoria di Pirro della Lombardia: per questo referendum, infatti, la regione ha speso circa 50 milioni di euro. “Per quale motivo?” si domanderanno i lettori. La risposta è molto semplice.

Dal momento che il sistema di voto tradizionale e cartaceo risultava da “sfigati” e la “Longobardia” doveva ostentare il progresso tecnologico, la via elettronica al “Padanesimo” sembrava la soluzione più invitante. Ebbene, più di 10 milioni di euro sono stati elargiti soltanto per le cosiddette “voting machine” (un nome che ricorda il gioco d’azzardo) e i tablet (così cari ai giovani lombardi assetati di politica). Il risultato di questa costosa operazione? Il 38,25% degli elettori, una cifra che per Roberto Maroni significa “vittoria”, non essendovi di fatto un quorum. Bergamo è stata la città con la maggiore affluenza di voto (47%) e Milano con la percentuale minore (31%). Per correggere il tiro, il presidente della Regione Lombardia precisa immediatamente: “Per me conta il dato complessivo, non sono in gara con il Veneto. Sono andati al voto 3 milioni di lombardi.

Ora faremo una battaglia insieme, con i 2,5 milioni raggiunti dal Veneto». Come se ciò non fosse bastato, egli aggiunge: “Cercheremo di capire, attraverso il voto, quali aree di Milano abbiano preferito il cambiamento e quali lo abbiano rifiutato”. Certamente, 3 milioni di lombardi (su una popolazione di 10) non sono un risultato elogiabile, né è possibile pensare che una popolazione milanese (ormai per ¾ meridionale e straniera) possa realmente sentirsi parte integrante di un’autonomia che non apporterebbe alcun beneficio morale, ma solo danni economici alle casse dello Stato.

Il Lombardo-Veneto, infatti, si prefigge l’obiettivo di trattenere i 9 decimi delle tasse all’interno del proprio territorio, con il risultato di un ulteriore risparmio economico. Un’altra fatidica domanda del lettore potrebbe essere: “Non dovrebbero essere le regioni economicamente più virtuose quelle più soggette al fisco?”. In un contesto normale sì, in una dimensione liberista ciò rappresenta la normalità. Come se non bastasse, le due regioni in questione non celano le proprie scrupolose ambizioni. La Lombardia, come il Veneto, mira alle trattative col governo per il trasferimento di maggiori competenze dallo Stato e, di conseguenza, di più fondi, ma con una differenza rilevante. L’articolo 117 della Costituzione stabilisce le 23 materie concorrenti di cui tre sono esclusive dello Stato, per cui le Regioni possono chiedere autonomia (in questo caso la regione lombarda). Il pacchetto del premio “esclusivo” comprende: 1) giustizia e norme processuali, ordinamento civile e penale e giustizia amministrativa; 2) norme generali sull’istruzione; 3) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Il Veneto, al contrario, preme per l’attuazione dell’articolo 116, inerente al riconoscimento del territorio quale “regione a statuto speciale”.

Se l’intesa fra Lombardia e Veneto resta forte, tuttavia resta da chiarire in cosa consista questo “patto politico”, dal momento che Maroni mira a una regione più autonoma, mentre Zaia punta al già citato statuto speciale per  l’ex Ducato di Venezia (denominazione appropriata considerato il contesto). Sicuramente, si attenderà con impazienza l’esito di questa love story fra Milano e Venezia, dal gusto un po’ catulliano.

Fonte: L’INTELLETTUALE DISSIDENTE
Foto: ansa