Il cattolico che rivoluzionò il parto cesareo salvando anche la madre

0
  • di Francesco Agnoli

C’è un campo in cui la scienza sperimentale, frutto dell’intelligenza umana indagatrice della natura, diventa particolarmente utile e benigna per l’uomo: la medicina. Accade allora che ci si trovi di fronte a grandi uomini, che comprendono perché amano. Che amando, comprendono. Sono i grandi medici che nel corso dei secoli, mossi dalla loro compassione e misericordia per i malati, hanno indirizzato la loro intelligenza, dedicato il loro tempo e le loro forze, per trovare nuovi rimedi ai mali dell’umanità.

Paolo Mazzarello, docente di storia della medicina all’Università di Pavia, ha appena pubblicato “E si salvò anche la madre. L’evento che rivoluzionò il parto cesareo” (Bollati Boringhieri 2015): una biografia del grande ginecologo di fine Ottocento, Edoardo Porro, e del suo servizio a tante madri destinate, senza di lui, alla morte per parto.

[….]. Per millenni le levatrici hanno fatto ciò che potevano, ma la storia moderna dell’ostetricia incomincia solo nel Settecento. E’ il papa Benedetto XIV, grande protettore della scienza, a promuovere la prima cattedra pubblica di Ostetricia, inaugurata a Bologna nel 1757, e affidata prima a Giovanni Antonio Galli -che aveva rinnovato la tecnica didattica per le levatrici e studenti in Chirurgia avvalendosi, fin dal 1734, di modelli in cera e in argilla-, e poi al suo discepolo, il terziario francescano e padre degli studi sull’elettricità animale Luigi Galvani. Sempre a Bologna, nel 1768, viene pubblicata la prima rivista di ostetricia italiana, Dell’arte ostetrica, mentre nel 1765 Luigi Calza, (1737-1784), bolognese di nascita e allievo del Galli, fonda a Padova il primo Gabinetto Ostetrico avviando la cattedra: “De morbis mulierum, puerorum et artificum”.

Nel 1876, anno in cui è ambientato in particolar modo il libro di Mazzarello, le donne continuano a morire di parto in numero molto elevato. A Pavia, dove Edoardo Porro lavora, l’insegnamento autonomo dell’ostetricia data dal 1818. E la morte relativa al parto in ospedale, è assai frequente […]. Il parto cesareo esiste da molti secoli. Praticato dall’antichità, sin dal IV secolo d. C. è raccomandato dalla Chiesa, sulle donne incinte già morte, per salvare almeno il bambino ed impedire che sia sepolto vivo con la madre, e che muoia senza battesimo. E’ solo dopo il 1500 che viene talora praticato anche sulle madri ancora in vita, quando il parto naturale è impossibile, con lo scopo di salvare madre e figlio. “Il taglio cesareo su donna viva -scrive Mazzarello- rimane un intervento eccezionale, ripetuto pochissime volte sino alla fine del Settecento”: con esiti pressoché sempre infausti, per la donna.  E’ dunque durante l’Ottocento che si concentra la crescita del ricorso al cesareo con gli alti costi propri di un epoca in cui non si conoscono l’asepsi, le suture dell’utero e dell’addome. Qui, in quest’epoca, dobbiamo collocare l’impegno di Edoardo Porro.

Nel 1876 gli si presenta il caso decisivo: ha davanti a sé, gravida, la giovane Giulia Cavallini, di bassa statura, affetta da rachitismo, con varie problematiche uterine che le avrebbero impedito un parto naturale. Porro ha solo due possibilità: “eseguire il taglio cesareo salvando il bambino e quasi certamente sacrificando la madre, oppure risparmiare la gravidanza eseguendo la fetotomia (uccisione del feto, ndr). Tertium non datur”. In verità non vi è neppure questa duplice possibilità, essendo quasi impossibile la fetotomia “per l’assoluta difficoltà di accesso al feto”, nel caso specifico. Porro decide di provare una strada nuova, pensata e ripensata in precedenza: taglio cesareo, e in più, per salvare la Cavallini, asportazione dell’utero e delle ovaie, “eliminando così un terribile focolaio settico e una incontenibile fonte di sanguinamento”. L’operazione funziona, la bimba nasce, la madre, dopo una serie di peripezie, è salva! Il cesareo non è più una sentenza di condanna a morte quasi certa. Il Patriota, giornale della città di Pavia, il I luglio 1876 esulta: “L’esito di sì ardita operazione, la prima di simil genere siasi fatta in Europa, non mancherà di fare un ben meritato rumore tra gli intelligenti della scienza”.

In verità il rumore non sono solo gli applausi, ma anche le critiche, da parte di alcuni colleghi che attaccano Porro sostenendo che l’embriotomia è da preferire alla sicura sterilità futura della donna (la quale andrebbe, inoltre, avvertita previamente). Pavia non è più la città cattolica che a inizio Settecento ha visto all’opera il gesuita Gerolamo Saccheri, padre delle geometrie non euclidee, e che a fine Settecento ha annoverato nella sua università la presenza quasi contemporanea di don Lazzaro Spallanzani, detto il “Galilei della biologia”, Alessandro Volta, padre della pila, padre Ruggero Boscovich, grande fisico e fondatore dell’osservatorio astronomico di Brera, e di tante altre glorie della Chiesa e della fede (vedi Paolo Mazzarello, Pavia e le svolte della Scienza). E’ vero, il padre della geologia e della paleontologia italiana, il sacerdote Antonio Stoppani, insegna proprio a Pavia, ma la scena è occupata da nuove idee di stampo materialista e il più celebre dei professori è il criminologo Cesare Lombroso. L’intento della cultura dominante non è più quello cristiano di assistere i poveri e i malati, di avere compassione delle piaghe dell’umanità, ma quello positivista: catalogare sani e malati, adatti (fit) e inadatti (unfit), riusciti e malriusciti.

Porro, però, è un cattolico fervente, accusato di essere “clericale”, perché sostiene la necessità delle suore di Carità negli ospedali e perché non vede di buon occhio la cremazione (Francesco Giarelli, Vent’anni di giornalismo, A.G. Cairo, 1896, p.61), ed ha scrupoli di coscienza. Si rivolge allora al vescovo di Pavia, Lucido Maria Parocchi, un vescovo intransigente, sulla linea di Pio IX, noto per l’ortodossia, che non ha neppure ricevuto l’autorizzazione governativa ad esercitare la funzione episcopale. Parocchi dà il suo responso, affermando il “diritto di sacrificare una parte per la salute del tutto”, e la possibilità di permettere un “male minore per evitare un male peggiore”. Tanto più che per la Chiesa la sterilità femminile non costituisce, come nel mondo antico, ma anche per molti illuministi, una causa di nullità matrimoniale o di possibilità, per il marito, di ripudiare la consorte.  L’intervento di Parocchi conferma Porro, ma anche tanti altri medici italiani.

Intanto il nome di Porro diventa famoso in Europa e l’operazione “di Porro” si diffonde in tutto l’occidente. Usato ancora oggi per le emorragie uterine severe, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, per salvare le madri, rimarrà fondamentale sino alla scoperta della sutura uterina per realizzare un cesareo senza asportazioni. Porro diviene così l’ostetrico italiano “più famoso del mondo”. “Era un medico– rammenta Mazzarello- disinteressato all’aspetto economico della sua professione. Chiamava “commercianti della scienza e dell’arte salutare” quei medici che subordinavano tutta la loro attività ai soldi e si facevano pagare anche da chi lottava ‘contro tutte le difficoltà della vita’… anziché farsi pagare, quando era colpito dalle condizioni di povertà, ‘vi lasciava l’obolo provvidenziale e mandava poi cibi, il vino, gli indumenti che facevano difetto”.  Porro muore il 17 luglio 1902: “un amico sacerdote portò l’estrema unzione, tanto desiderata, e poco dopo Edoardo Porro morì di edema polmonare… Al capezzale erano presenti la moglie, la figlia, il genero, un altro sacerdote e il suo medico personale”.

Pochi giorni dopo viene aperto il suo testamento, che contiene parole come le seguenti: “Davanti al terribile pensiero dell’eternità chi di me vuole ricordarsi preghi Dio che mi protegga con la sua infinita misericordia. Mai come sullo scorcio della mia vita la credenza in Dio, il pensiero della vita futura, hanno campeggiato davanti a me. Coloro che dicono la scienza essere destinata a materializzarsi s’ingannano o vogliono ingannare… Chi più studia, chi più cerca di approfondire un segreto della natura, tanto più vi scorge la sapienza infinita del Creatore e trovo assurdo che il caso, la natura, possano aver coordinato e fatto la mirabile organizzazione che si ammira nel regno animale, vegetale e nell’inorganico. Se poi si passa a considerare la ragione dell’uomo, si trova qui tanto da restare sorpresi della sapienza del sommo Iddio, che, formando all’uomo la mente, lo volle distinto da tutti gli altri esseri e metterlo in grado di capire quanto poco egli conosca o sospetti del moltissimo che non ha potuto e che forse non potrà mai spiegarsi… Dio, che mi vedi e per cui il mio spirito è invaso di amore e di terrore, salvami e fa salve le anime dei miei parenti, dei miei amici e di quelli che credono. Come siamo piccini davanti all’eternità e come appare immenso ciò che riguarda Dio!”.

fonte: aleteia