IL FUTURO DEI FIGLI DELL’ISIS

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  • di Andrea Acali

Il Califfato del terrore è in rotta. Di fatto, non esiste più e i suoi miliziani, in particolare i foreign fighters, stanno cercando di riorganizzarsi per evitare di finire nelle mani dell’esercito iracheno, dei peshmerga e delle altre forze della coalizione che li ha sconfitti.

In questo scenario fatto di devastazione, morte e distruzione c’è un aspetto particolarmente toccante: il destino di migliaia di bambini, molti dei quali orfani, “educati” o resi schiavi dai fanatici tagliagole dell’Isis. Se ne occupa Maurizio Piccirilli, fotoreporter di grandissima esperienza, autentico specialista del Medio Oriente, nel suo e-book “I cuccioli del jihad“, edito da E-letta edizioni digitali, scaricabile da Amazon o Ibs.

“La creazione di questo sedicente Califfato nero – spiega – ha comportato delle problematiche legate a una nazione fittizia che si è dotata delle strutture proprie di uno stato: giustizia, scuola, addirittura welfare, se vogliamo considerare gli ‘stipendi’ pagati ai superstiti dei combattenti. Una parte importante è rappresentata dai giovani: figli di foreign fighters, rapiti e resi schiavi ad altre comunità, sottratti alle famiglie di quanti non ottemperavano alla legge islamica, orfani di miliziani o delle popolazioni colpite dai bombardamenti. Il mio viaggio nell’organizzazione sociale dell’Isis parte da un confronto con quella di Hezbollah, il “partito di Dio” del movimento sciita libanese. Anche lì i giovani sono cresciuti con il mito del kamikaze. Ma c’è una differenza sostanziale con l’Isis”.

Quale?

“Il Califfato ha strutturato il proprio sistema educativo come è stato fatto in passato da altre forme tiranniche, concretamente dal nazismo, ma strumenti come le moderne tecnologie sono stati mezzi fenomenali per manipolare le menti di ragazzi e adolescenti, in modo da indottrinare intere generazioni e farne il nerbo della futura società fondata sui principi dell’Islam”.

Tutto questo lascia presagire un panorama piuttosto fosco: l’Isis di fatto è battuto sul campo ma sono ancora tanti i fanatici in circolazione intrisi di una dottrina che predica l’odio.

“Certamente. La sconfitta militare porta alla dispersione di quanti hanno vissuto sotto il Califfato e il cui destino è tutto da decifrare. Si calcola che tra il 2014 e il 2017 fra le donne ‘affiliate’ all’Isis almeno 30.000 fossero incinte. Un altro migliaio sono i figli di foreign fighters. Quando Mosul è stata liberata sono stati trovati molti bambini ma nessuno li vuole. Che fine faranno? Le organizzazioni internazionali sono al lavoro con gli psicologi, dove è possibile cercano di restituirli a parenti, altri dovranno cercare di reinserirli ma non si sa in quale società. Sono generazioni perdute. Gli ultimi rapporti dell’Unicef e di Save the children sono agghiaccianti: circa 60.000 giovani sui 500.000 presenti nell’ormai ex territorio dell’Isis sono stati ‘educati’ con i metodi dello stato islamico, con conseguenze drammatiche”.

Vale a dire?

“Questi ragazzi hanno enormi problemi psicologici. Sono stati addestrati a non avere emozioni, abituati ad essere circondati dalla violenza e a non sentirsi sconvolti da scene di autentica ferocia e crudeltà inflitte ai nemici, a considerare ‘normali’ omicidi e mutilazioni. Un altro problema è che i più grandi, pur sempre adolescenti, in molti casi hanno già combattuto e sono considerati a tutti gli effetti miliziani dalle forze della coalizione anti-Isis, pertanto possono subire giudizi sommari, come già avvenuto. E ancora, c’è la questione del reinserimento dei figli di foreign fighters rimasti ormai senza patria, con i passaporti distrutti: alcuni sono arrivati in Iraq e in Siria al seguito dei genitori ma non hanno conoscenza del loro passato, altri sono nati lì e non sanno nulla delle loro origini. Ci sono problemi enormi che affronto nel libro, come la rieducazione, la cura, il modo di considerarli dal punto di vista penale. La maggior parte di questi ragazzi sono come automi con le menti manipolate, si ritrovano senza guida e non sanno più come vivere”.

Com’era il sistema educativo dell’Isis?

“Erano scuole in senso stretto solo che per insegnare la matematica nel fare gli esempi dei calcoli invece di usare pere o mele si contavano fucili e carri armati; si facevano lezioni di scienze ma omettendo le scoperte più ‘scomode’. La filosofia e la musica erano assolutamente proibite, eccezion fatta per i canti e gli inni militari. La storia era stata completamente riscritta secondo l’ideologia jihadista, partendo dal primo periodo dell’Islam, quello delle conquiste. Dalla geografia erano stati depennati gli Stati nemici, compresi quelli musulmani non ortodossi. Fondamentale era poi il ruolo delle madri ma erano vietate le favole. Anche sul piano dell’educazione fisica vigevano regole molto rigide: erano permessi sport come il nuoto, la corsa e le arti marziali, insegnati nell’ottica di una visione paramilitare della vita, ma erano vietati giochi considerati blasfemi come il calcio o il basket”.

C’è anche l’aspetto dei reclutatori in altri Paesi, compresa l’Italia.

“Effettivamente è così. Mi sono occupato anche dei ‘cattivi maestri’ che cercano di propagare questo tipo di educazione nel nostro Paese. Molti sono attratti dai modelli messi a punto da un musulmano inglese di origine pakistana. E’ importante contrastare questo tipo distorto di cultura: per questo ritengo importante il progetto di legge sulla deradicalizzazione già approvato dalla Camera e in attesa del via libera definitivo al Senato”.

fonte: interris