Ingegnere depresso va a morire in una clinica svizzera: aperta un’inchiesta

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Un caso diverso da quello di Dj Fabo: il professionista, 62enne, non era affetto da malattie incurabili

Un nuovo incredibile caso di suicidio assistito praticato in una clinica svizzera: la Procura di Como, infatti, ha aperto un’inchiesta sulla morte di un ingegnere residente ad Albavilla, nel comasco che, secondo quanto riferito, non avrebbe sofferto di malattie incurabili ma di una forma di depressione, per la quale stava ricevendo assistenza. Un caso del tutto diverso, quindi, da quello di Fabiano Antoniani, meglio noto come Dj Fabo, il disk-jockey affetto da cecità e tetraplegia dopo essere rimasto vittima di un incidente stradale nel 2014, morto tramite suicidio assistito il 27 febbraio scorso in un’altra clinica elvetica. L’ingegnere, 62enne, avrebbe inviato una lettera ai servizi sociali, nella quale indicava il suo stato depressivo.

Ipotesi di istigazione al suicidio

Proprio in virtù di un’assenza di patologie incurabili e per far luce su quali requisiti siano necessari per poter accedere al suicidio assistito in Svizzera, la Procura di Como avvierà a breve una rogatoria presso l’Autorità elvetica. Indagini in corso anche su un amico dell’uomo che lo avrebbe scortato fino a Chiasso, da dove l’ingegnere avrebbe poi preso un treno fino al Paese alpino.

Come accadde per l’esponente radicale Marco Cappato, che accompagnò Dj Fabo nel suo ultimo viaggio, il reato ipotizzato è quello di istigazione al suicidio anche se non è chiaro, al momento, se questa persona fosse o meno a conoscenza delle intenzioni dell’amico. La Procura, probabilmente, acquisirà anche le cartelle cliniche relative al caso del professionista affetto da depressione.

La vita sconfitta

Ancora un caso, dunque, che scuote l’opinione pubblica sulla pratica del suicidio assistito. Secondo quanto riportato nell’articolo 115 del Codice penale elvetico, “chiunque per motivi egoistici istiga qualcuno al suicidio o gli presta aiuto è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria”. Viceversa, se “la persona che desidera morire prende ed esprime liberamente” tale decisione, definita “ben ponderata e costante”. Tuttavia, non è chiaro quali siano, effettivamente, le patologie che permettono di ricorrere a tale pratica. Le stesse sulle quali la Procura tenterà di far chiarezza. Resta il fatto che, ancora una volta, i tormenti interiori dell’uomo hanno avuto la meglio sul valore insostituibile della vita, anche in assenza di patologie incurabili.

fonte: In Terris