Iran 1953: il battesimo del fuoco per la Cia

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  • di Giacomo Gabellini

Come vengono attuati i “regime change”: 1953, il caso dell’Iran.

Una massa di documenti recentemente desecretati comprova ciò che gli storici e gli studiosi di politica internazionale vanno sostenendo ormai da decenni, vale a dire il ruolo cruciale svolto dall’intelligence statunitense nel rovesciamento del governo iraniano guidato dal nazionalista Mohammad Mossadeq nell’agosto del 1953. Si tratta di uno dei primi golpe messi a segno dalla Cia e fu condotto in base a uno schema operativo che sarebbe stato impiegato anche negli anni successivi per un gran numero di operazioni di ‘regime change’, poiché ritenuto in grado di assicurare elevate probabilità di successo facendo ricorso a risorse tutto sommato limitate e, soprattutto, lasciando relativamente nell’ombra i mandanti.

Per comprendere a fondo la dinamica degli eventi occorre risalire ai primi anni del XX Secolo, quando lo shah Mozaffar al-Din Shah Qajar firmò con emissari del governo di Londra un accordo che sanciva la concessione per i successivi sessant’anni dei diritti di esplorazione petrolifera del territorio persiano al potente petrolchimico britannico William Knox D’Arcy dietro il pagamento di appena 20.000 sterline. Nel 1908 fu scoperto il primo giacimento, e la neonata Anglo-Iranian Oil Company (Aioc, controllata per il 51% dal governo britannico) cominciò subito a sfruttarlo per sostenere l’ambizioso ma costosissimo programma di conversione della Royal Navy da carbone a nafta imposto dal ministro della Marina Winston Churchill. Così, il petrolio iraniano finì non solo per alimentare la talassocrazia londinese, ma anche per fungere da propulsore per il processo di industrializzazione avviato dalla Gran Bretagna. Le cose cambiarono con l’insediamento del cosacco Reza Khan, il quale conquistò il potere nel 1921 deponendo il ben più accomodante esponente (l’ultimo) della dinastia cagiara. La prima mossa del nuovo ‘uomo forte’ di Teheran fu quella di controbilanciare la posizione egemonica assunta dagli inglesi in Medio Oriente per effetto della scomparsa dell’Impero Ottomano attraverso la normalizzazione dei rapporti con l’Unione Sovietica, considerata, specialmente dopo aver cacciato gli inglesi dalla Repubblica Transcaspiana, un partner affidabile e privo delle ambizioni egemoniche nutrite dal regime zarista, che nel 1907 aveva concordato la spartizione dell’Asia centrale con gli inglesi trasformando la Persia in un semi-protettorato britannico – che Londra cercò peraltro di ufficializzare con l’accordo anglo-persiano del 1919.

Da tale posizione di forza, il nuovo shah Reza Khan varò un programma di laicizzazione dello Stato e, soprattutto, di modernizzazione economica che contemplava l’utilizzo dei ricavi derivanti dalle esportazioni di petrolio per sostenere un colossale piano industriale e infrastrutturale. Processo che subì una forte accelerata  in seguito al colpo di scena di Mossadeq che, in qualità di membro del Majlis (il Parlamento iraniano) raccolse ed esibì pubblicamente una vasta documentazione attestante la frode sistematica che l’Aioc stava conducendo da anni nei confronti dello Stato privandolo di parte considerevole dei legittimi benefici legati alla rendita petrolifera. Tutto ciò non fece che acuire il risentimento dei persiani nei confronti degli estrattori di petrolio stranieri, e fornire al governo il consenso necessario ad esigere da Londra una rinegoziazione radicale degli accordi finalizzata a ridurre i territori concessi all’Aioc e vincolare la stessa impresa al pagamento di una quota fissa in cambio di una proroga dei diritti di estrazione di altri trent’anni. L’opposizione del governo di Londra esacerbò ulteriormente la tensione provocando un netto avvicinamento – certificato dal notevole incremento del commercio bilaterale e dalla penetrazione di tecnici e scienziati tedeschi – della Persia alla Germania, favorito peraltro dal rapido deteriorarsi dei rapporti di Teheran con Mosca dovuto anche alla decisione di Reza Khan di mettere fuori legge il Partito Comunista locale.

Il radicale riposizionamento internazionale della Persia entrò così in relazione con le complesse dinamiche geopolitiche che condussero allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, inducendo britannici e sovietici, alleati contro la Germania nazista, ad invadere il Paese per garantirsi l’accesso al petrolio persiano. Contestualmente a ciò, Reza Khan fu costretto ad abdicare in favore di suo figlio Mohammad Reza Pahlavi, mentre gli Stati Uniti, entrati nel frattempo in guerra a fianco di Mosca e Londra, si insediavano in pianta stabile in Persia imponendo rapidamente il proprio soft power a scapito degli inglesi. La Gran Bretagna era ormai soggetta a un rapido declino strategico palesatosi in maniera inequivocabile in occasione della conferenza di Teheran del 1943, nel corso della quale Stalin e Roosevelt concordarono le modalità di contrasto alle forze dell’Asse relegando Churchill e gli interessi della Corona a una sostanziale insignificanza.

La Persia, la cui economia era stata convertita forzatamente a beneficio dello sforzo bellico alleato, era uscita letteralmente a pezzi dalla Seconda Guerra Mondiale, e ciò aveva contribuito ad aprire un acceso dibattito parlamentare circa l’opportunità di rinnovare le concessioni all’Aioc, contro la quale si erano espressi milioni di cittadini persiani scesi in piazza in tutte le maggiori città del Paese. Fu sull’onda di clima arroventato dall’assassinio del premier Ali Razmara, il quale aveva annunciato l’intenzione di ridiscutere radicalmente i termini per il rinnovo delle concessioni, che il Majlis conferì all’unanimità il ruolo di capo del governo a Mossadeq, che si era incaricato di portare avanti in sede parlamentare le istanze della popolazione. Conformemente a ciò, Mossadeq nazionalizzò l’Aioc ribattezzandola National Iranian Oil Company (Nioc), e suscitando in questo modo la tremenda rappresaglia britannica, manifestatasi sotto forma di dispiegamento di corazzate nel Golfo Persico, blocco economico, boicottaggio commerciale e congelamento delle risorse persiane. Pochi mesi dopo, i britannici richiesero il versamento di indennizzi proporzionali non alla quantità di petrolio estratta dalla compagnia che era stata loro espropriata, ma al valore stimato di tutte le attività connesse allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi; una pretesa insostenibile in cui i persiani intravidero la volontà inglese di schiacciare il Paese.

E mentre gli inglesi provvedevano allo strangolamento artificioso dell’economia persiana, il direttore dellMI6 John Sinclair si recava a Washington per incontrare Allen Dulles, potentissimo capo della Cia, e concordare un’operazione coperta che garantisse la rimozione di Mossadeq. Dal punto di vista dell’establishment economico statunitense, la politica nazionalista condotta dal premier iraniano – da cui avrebbe tratto ispirazione anche il fondatore dell’Eni Enrico Mattei – rischiava di minare la legittimità del meccanismo su cui si reggeva il controllo effettivo esercitato dalle grandi imprese energetiche Usa sul petrolio mondiale. Sotto il profilo strategico, invece, Mossadeq era sospettato di incarnare un neutralismo eccessivamente tollerante nei confronti del comunismo e suscettibile quindi di mandare in pezzi i fragili equilibri della guerra Guerra Fredda. Prospettiva del tutto inconciliabile con la dottrina del rollbackelaborata da John Foster Dulles, fratello di Allen e segretario di Stato sotto l’amministrazione Eisenhower, che Kermit Roosevelt, capo della divisione Medio Oriente della Cia, indicò come molto più sensibile alle argomentazioni portate dai britannici rispetto a quella precedente. Il presidente Harry Truman e il segretario di Stato Dean Acheson ritenevano infatti che occorresse intervenire per ridimensionare Mossadeq ma senza rovesciarlo, perché ciò avrebbe potuto favorire l’ascesa dei comunisti del Partito Tudeh, mentre  i fratelli Dulles premevano su Dwight Eisenhower perché appoggiasse la deposizione del premier, le cui mosse venivano interpretate come il preludio alla cacciata dello shah Reza Pahlavi e all’entrata della Persia nella sfera egemonica dell’Unione Sovietica, con conseguente drastica limitazione dell’accesso al petrolio iraniano da parte dello schieramento occidentale. I fratelli Dulles erano riusciti ad accreditarsi come uomini di fiducia dello ‘Stato profondo’ Usa fin da prima della Seconda Guerra Mondiale, grazie alla loro spregiudicatezza nel condurre gli affari senza curarsi troppo del ‘profilo morale’ dei propri interlocutori. Come ha documentato dallo storico canadese Jacques Pauwels, «durante il conflitto, era Paul Hechler, un tedesco membro del Partito Nazista, ad occupare il ruolo di direttore della Bank of International Settlements (Bis), mentre uno statunitense, Thomas H. McKittrick, ne era presidente. McKittrick era un buon amico dell’ambasciatore americano a Berna e di un agente in Svizzera dell’Office of Strategic Services [Oss, antesignano della Cia, nda] Allen Dulles. Prima della guerra, Allen Dulles e suo fratello John Foster Dulles erano stati partner nell’ufficio legale di New York Sullivan & Cromwell, ed erano specializzati nel lucrosissimo affare della gestione di investimenti americani in Germania. Avevano eccellenti rapporti sia con i proprietari e dirigenti di vertice delle imprese statunitensi, sia con e banchieri, uomini d’affari e funzionari della Germania nazista. Dopo lo scoppio della guerra, John Foster divenne il legale societario per la Bis a New York, mentre Allen veniva arruolato dall’Oss e inviato in Svizzera, dove si dimostrava amico di McKittrick».

Le ‘entrature’ di cui godevano e i rapporti allarmati che sottoposero all’attenzione del National Security Council consentirono ai Dulles di portare Eisenhower – che molti storici descrivono ancora oggi come molto riluttante al riguardo – dalla propria parte, nonostante l’ex generale si fosse pubblicamente espresso a sostegno del «diritto inalienabile di qualsiasi nazione di costituire un governo e un sistema economico di propria scelta», dichiarando inoltre che «il tentativo da parte di qualsiasi nazione di imporre ad altre la propria forma di governo è indifendibile». Come conseguenza, la Cia ottenne l’autorizzazione a impiantare una capacità d’azione esecutiva in tutti i Paesi neutrali ritenuti esposti al rischio di slittare sotto la sfera egemonica di Mosca. L’Iran fu il primo di una lunga serie di nazioni (Guatemala, Congo, Indonesia, Cuba, Cile, ecc.) che gli Stati Uniti si adoperarono di ‘tenere in carreggiata’ attraverso operazioni coperte mirate al cambio di regime. Tra il maggio e il giugno 1953, la Cia diede quindi avvio alla cosiddetta Operazione Ajax.Imbeccata dall’MI6 britannico, l’agenzia prese quindi contatto con il generale iraniano a riposo Fazlollah Zahedi, fornendogli poco meno di 100.000 dollari e supporto logistico affinché inquadrasse gli oppositori (a prescindere dalla ragione della loro contrarietà al governo in carica) in un unico nucleo rivoluzionario. Kermit Roosevelt diede quindi mandato alla squadra di consiglieri militari Usa facente capo al generale Robert McClure, di stanza in Iran fin dal 1950 con l’incarico ufficiale di fornire addestramento alle forze armate locali, di fungere da sensore avanzato in territorio iraniano per contro della Cia e collegarsi al contempo con la fronda golpista iraniana mettendo ben 5 milioni di dollari supplementari a disposizione onde facilitare – tramite il sempre utilissimo strumento della corruzione – il compito di rinfoltire i ranghi della manovalanza da impiegare per il colpo di Stato, previsto per la notte del 14 agosto.

Il problema è che Mossadeq era stato messo al corrente da alcuni informatori dell’imminenza del golpe, e agì d’anticipo mobilitando l’esercito e schierando forze corazzate a protezione della propria residenza. Il contingente della guardia imperiale che si era presentato con l’intento di penetrare impunemente nell’edificio e arrestare Mossadeq si ritrovò così accerchiato e costretto a deporre le armi, mentre Zahedi riparava in tutta fretta in un rifugio segreto della Cia e lo Shah Reza Pahlavi scappava in esilio a Roma. I documenti desecretati in questi giorni indicano che Dulles si trovava in vacanza in Italia, dove si era recato confidando nella sicura riuscita dell’operazione, quando fu raggiunto dalla notizia del fallimento del colpo di Stato, e rivelano che la reazione a caldo di Langley fu quella di ordinare agli agenti operativi che si trovavano sul campo di ritirarsi e ripulire il terreno da qualsiasi indizio che avrebbe potuto permettere all’intelligence iraniana di risalire al pesante coinvolgimento della Cia. Senonché, non è chiaro se a causa di un’insubordinazione nella catena di comando dell’agenzia o – molto più probabilmente – in conformità a una recita predisposta nei minimi dettagli dalla Cia allo scopo di ‘proteggere’ politicamente la Casa Bianca, Kermit Roosevelt decise di alzare il tiro, coordinando, ad appena cinque giorni dal primo fallito tentativo di golpe, l’afflusso a Teheran di centinaia di autobus e camion che trasportavano gli oppositori iraniani reclutati dalla Cia. Non appena scaricati, i rivoltosi presero immediatamente d’assalto, coadiuvati dai reparti delle guardie imperiali sfuggiti alla rappresaglia del governo in carica, le strutture nevralgiche dello Stato (essenzialmente, gli edifici che ospitavano i ministeri, la radio nazionale, i comando della polizia e dell’esercito) ed ingaggiarono un durissimo scontro con le forze lealiste che si concluse con centinaia di morti e l’arresto di Mossadeq, il quale si ritrovò abbandonato anche dagli alti vertici del clero sciita facenti capo all’ayatollah Abol-Ghasem Mostafavi Kashan. Non appena insediatosi al potere, il generale Zahedi – che era stato profumatamente retribuito dalla Cia – implementò una serie di purghe contro qualsiasi forma di opposizione ed autorizzò il ritorno dello shah, il quale impose immediatamente la legge marziale e decretò, nel 1955, l’adesione dell’Iran al Patto di Baghdad, propaggine orientale dello schieramento geopolitico facente capo agli Stati Uniti. Già molto prima di divenire un caposaldo della politica dei ‘due pilastri’ forgiata da Nixon e Kissinger, la Persia si era quindi trasformata nel bastione meridionale dell’architettura di difesa euro-atlantica incaricato di sorvegliare, tramite il suo potentissimo servizio segreto (il Savak, i cui quadri erano stati formati da addestratori statunitensi e israeliani) legato a doppio filo alla Cia e all’MI6 britannico, le manovre dei sovietici.

Sul piano economico, le ricadute del cambio di regime furono altrettanto dirompenti. Lo storico ed ex funzionario del Dipartimento di Stato William Blum spiega al riguardo che nel 1954 «il governo sottoscrisse un contratto con un consorzio internazionale di compagnie petrolifere. Tra i nuovi partner esteri dell’Iran, gli inglesi persero i diritti di esclusiva di cui avevano goduto precedentemente, vedendo ridotta la propria quota al 40%. Un altro 40% fu concesso alle imprese petrolifere americane, il resto agli altri Paesi. Gli inglesi, tuttavia, ricevettero una contropartita molto generosa per la cessione delle loro proprietà. Nel 1958, Kermit Roosevelt lasciò la Cia e, guarda caso, andò a lavorare per la Gulf Oil Co., una delle compagnie petrolifere americane che facevano parte del consorzio […]. Nel 1960, la Gulf lo nominò vicepresidente. In seguito, Roosevelt fondò una ditta di consulenza, la Downs & Roosevelt, che, tra il 1967 e il 1970, ricevette ufficialmente 116.00 dollari all’anno di profitti per le sue prestazioni a favore del governo iraniano. Un altro cliente, la Northrop Corporation, una compagnia aerospaziale con sede a Los Angeles, pagò a Roosevelt 75.000 dollari all’anno  per l’aiuto ricevuto nei suoi contratti stipulati con l’Iran, l’Arabia Saudita ed altri Paesi. Un altro membro americano del nuovo consorzio era la Standard Oil co., del New Jersey [l’attuale ExxonMobil, oggi come allora controllata dalla potentissima famiglia Rockefeller, nda], un cliente di Sullivan & Cromwell, lo studio legale di New York del quale John Foster Dulles era stato per molto tempo socio anziano. Anche suo fratello Allen, direttore della Cia, era stato socio dello studio legale».

Emerge quindi in maniera palese come quella che va probabilmente considerata la prima operazione coperta finalizzata al cambio di regime che gli Stati Uniti condussero in porto trovasse le sue ragioni di fondo nel medesimo intreccio tra interessi economici e strategici che si cela molto spesso dietro altre crisi politiche contemporanee (come quella siriana).

Fonte: Critica Scientifica