Kunstler e il disastro della civiltà americana

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  • di Nicolas Bonnal

Si è parlato in precedenza della crisi del turismo in America. Parliamo della crisi della civiltà americana, questa nazione indispensabile che ha creato un mondo zombie a sua immagine e somiglianza.

C’è un cineasta americano, Alexander Payne, che ci racconta il disastro della civiltà americana tramite dei film come Paradiso amaroA proposito di Schmidt o Nebraska. Settimanalmente Michael Snyder, sul suo blog, ci fornisce notizie su questo crollo fisico dell’America, questa America incarnata da giovani donne odiose e mostruose come la Kardashian o Ivanka Trump-Kushner.

Il niente americano accompagna certamente “un’estensione del dominio della lotta”, per riprendere l’espressione di Houellebecq. Perché il modello fa vivere le persone sempre peggio, le fa soffrire o ne stermina i popoli, dal mondo musulmano alle periferie industriali cinesi e bengalesi (cinque euro al mese per fabbricare delle camicie vendute sessanta da Gap) passando per la periferia francese. Come nel libro di Jack London che ho analizzato recentemente, l’oligarchia diventa sempre più fascista e pericolosa, si dedica all’impero servendosi del pretesto umanitario: riparazione del mondo (tikkun), lotta contro il nazionalismo, il sottosviluppo, il terrorismo (tranne Daesh), l’islamismo, ecc.

Scriveva Jack London in Il tallone di ferro: «La forza motrice delle oligarchie è la convinzione di fare del bene». I miliardari educano i loro bambini perché poi possano cambiare l’umanità, e sterminarla nel caso in cui rifiuti il cambiamento!

E se c’è un cineasta, c’è anche un grande analista del disastro statunitense (che è diventato il nostro nel momento in cui abbiamo abbracciato la globalizzazione) e che si chiama Howard Kunstler. Riporto qui due passaggi della sua ultima opera, che riassume il suo capolavoro, Collasso (grazie a Hervé per la traduzione).

Freddamente Kunstler ci presenta anche il suo paese:

«io vivo in quest’America periferica dove è possibile capire facilmente quali siano le condizioni di vita osservando i muri: le strade principali sono deserte, soprattutto di notte, case che per l’assenza di cure si degradano di anno in anno, fattorie abbandonate i cui fienili cadono in rovina, aziende agricole arrugginiscono sotto la pioggia e i pascoli sono coperti dall’edera, queste catene nazionali di magazzini parassitari si espandono come un tumore ai margini di ogni città».

Questo deterioramento culturale prodotto da un’oligarchia avida e folle, i Walmart, la moltiplicazione dei «detriti urbani» (Lewis Mumford) e la cretinizzazione mediatica creano un’umanità all’altezza:

«Lo si può osservare dai corpi che abitano questi nuovi centri cittadini, ovvero i supermercati: da persone prematuramente anziane, ingrassate e rese malate dal consumo di cibo-spazzatura, costruito per avere un aspetto e un gusto irresistibile, ai poveri che sprofondano nella disperazione, una consolazione mortale per delle vite riempite di ore vuote, occupate dal trash televisivo, dai giochi elettronici e dai loro melodrammi familiari progettati per dare un senso narrativo a delle vite che, altrimenti, non ne avrebbero».

Oggi tutti i programmi televisivi mi sembrano insopportabili. Non bisogna essere del tutto umani per rimpinzarsi di televisione. Evidentemente questo rende più difficile il cammino dell’antisistema: com’è possibile spiegare il mondo a uno zombie nutrito da quell’arma di distruzione di massa che è la televisione? Si incontra quotidianamente questo problema. È anche in un classico come Don Siegel.

Snyder ha magnificamente illustrato l’involuzione americana dagli anni di Eisenhower a quelli di Obama. Lo stesso si può dire del cinema. Godard criticava il cinema americano contemporaneo non perché fosse anti-americano, ma perché era diventato un pessimo cinema. Dove sono finiti i Walsh, i Ford e i Minnelli?

Diciasette anni fa pubblicai un romanzo che anticipava questo tema, I territori protocollari. La costruzione europea ha facilitato la nascita di un’Europa sradicata e sfigurata, presente già in Francia all’epoca di Pompidou: i centri commerciali, le autostrade, le zone di lusso, il deterioramento culturale provocato dalla televisione. Questo annientamento della civiltà è presente anche in Marocco (agglomerati interminabili intorno a Tangeri, aeroporti, centri commerciali, ville, immigrazione di lusso-squallido e case popolari per gli autoctoni) si diffonde nel mondo come un cancro. L’indifferenza delle popolazioni sempre più inebetite(Baudrillard) dai media accompagna questo fenomeno. Vogliamo sapere sempre di più della bambola Kardashian (sessanta milioni di tweeter; e ricordo: un milione di commenti a canzone per Lady Gaga) piuttosto che della prossima guerra o dello stato della propria anima.

Quando avevo scoperto e commentato – nel 2012 – Howard Kunstler per la stampa russa, era ancora in voga in America, e prevedeva come sempre una catasfrofe energetica (prevedere una catastrofe finanziaria o altro è diventata una pratica comune), ma soprattutto descriveva questa realtà apocalittica – quella che Kunstler chiama sprawling, la proliferazione di questa geografia del nulla che si estende ovunque e corrompe tutto lo spazio terrestre (pensiamo a Guénon).

L’imperialismo americano divenuto risibile, fuori controllo e pure impotente, non deve farci dimenticare quale sia la vera minaccia, il suo modello economico e urbano. È da là che dovrebbero cominciare i prossimi scontri. Invece di prevedere catastrofi imprevedibili, sarebbe meglio occuparci di questo disastro americano che ci circonda e ci consuma

Fonte: Come Don Chisciotte