KYENGE: “SI’ ALLO IUS SOLI”. LA GIOVANE IMMIGRATA: “NO, GRAZIE”

0
  • di Federico Cenci

Entrambe hanno radici africane. Cecile Kyenge, già ministro dell’Integrazione del governo Letta ed oggi europarlamentare, è originaria della Repubblica Democratica del Congo. Kawtar Barghout, studentessa di giurisprudenza, è nata in Marocco nel 1991 e si è trasferita in Italia quando aveva due anni.

Entrambe sono cittadine italiane. La Kyenge la ottenne nel 1994, dopo essersi laureata in medicina e quando contrasse matrimonio con un italiano. La Barghout l’ha presa a ventiquattro anni: “senza scorciatoie”, ci tiene a precisare.

A dividere le due donne è lo Ius soli. La Kyenge, primo ministro nero nella storia d’Italia, è una strenua sostenitrice di questa legge. Subito dopo la sua elezione fu tra i firmatari della proposta. La Barghout è invece contraria. Convinta che la cittadinanza si debba ottenere solo al termine di un rigoroso percorso d’integrazione, è diventata una paladina del no allo Ius soli. In Terris ha raccolto i pareri di entrambe.

Intervista a Cecile Kyenge (pro)

Onorevole, perché ritiene così importante l’approvazione dello Ius soli?

“Anzitutto perché dobbiamo colmare un ritardo di tredici anni, tanto è il tempo passato da quando è iniziata questa battaglia. E poi perché la diversità è ormai un patrimonio dell’Italia di oggi, l’attuale legge sulla cittadinanza non ne tiene conto, in quanto è stata pensata per un altro contesto storico, quello di un Paese di emigranti e non di immigrazione. La realtà odierna è sotto i nostri occhi: basta guardare le nostre scuole. È una legge che va approvata subito, anche perché in politica è difficile fare previsioni: non sappiamo chi andrà al governo nella prossima legislatura. Se la sinistra non approva oggi questa legge, mette in discussione i suoi valori”.

Concretamente, ci sono servizi che vengono negati ai bambini d’origine straniera che ancora non hanno ottenuto la cittadinanza italiana? Secondo la legislazione italiana, i minori non godono degli stessi diritti a prescindere dalla cittadinanza?

“Esistono tante privazioni. Sembra niente, ma ad esempio i bambini senza cittadinanza hanno difficoltà a partecipare alle gite scolastiche all’estero: si tratta di un passaggio importante nella vita di un bambino. Poi lo sport. Moltissime discipline in Italia hanno regolamentazioni che risalgono al fascismo e all’esaltazione dell’italianità. È per questo che nel 2016 è stata approvata la legge sulla cittadinanza sportiva, proprio per agevolare l’integrazione delle persone nello sport. Poi la scelta tra università e lavoro: un ragazzo straniero, giunto alla maggiore età, per ottenere la cittadinanza, si trova costretto a decidere immediatamente tra queste due opzioni, altrimenti diventa un irregolare”.

Ritiene che dietro l’opposizione a questa legge ci siano anche sentimenti razzisti?

“Per una parte politica certamente sì. Penso a chi sta contrastando questa legge facendo ritorno a retoriche sull’esaltazione della razza, come se essere italiani fosse appartenere a una ben definita etnia. La storia d’Italia non è monocolore: ne è un esempio Leone Jacovacci, il ‘pugile del Duce’, di origine congolese; un altro è il partigiano Giorgio Marincola, di origine somala. Sono persone che hanno rappresentato degnamente l’Italia, ma che hanno avuto difficoltà nel percorso di riconoscimento”.

Eppure ci sono tanti genitori immigrati che non vorrebbero che i loro figli prendessero la cittadinanza italiana, ma che mantenessero soltanto quella del Paese d’origine. Non crede che lo Ius soli potrebbe minare l’unità di queste famiglie?

“Apprezzo questa domanda, perché aiuta a far chiarezza su questa riforma. Non c’è automatismo nella concessione della cittadinanza. Sarebbero comunque i genitori a dover far richiesta nei confronti dei loro figli minorenni. Se essi non vogliono la cittadinanza italiana per i loro figli, è sufficiente che non la richiedano”.

Ma non crede che l’acquisizione della cittadinanza italiana, evitando l’espulsione dei sospetti appartenenti al fondamentalismo, renda più difficile la lotta al terrorismo?

“E Totò Riina dove lo portiamo? Un criminale è un criminale e in quanto tale va punito secondo la legge. Le due questioni non possono essere associate. Chi nasce in Italia e frequenta le scuole in Italia, è italiano”.

Molti ritengono sia doveroso, trattandosi di una legge così tanto discussa presso l’opinione pubblica, che prima dell’approvazione avvenga un referendum consultivo. E invece la legge potrebbe passare con la fiducia…

“Dopo tredici anni di battaglia, sarei d’accordo anche con il voto di fiducia. Venendo al referendum consultivo mi chiedo: perché le opposizioni non lo hanno chiesto ad inizio legislatura, visto che lo Ius soli era nel programma della sinistra? Mi sembra solo un modo per rinviare ad oltranza la discussione, un po’ come le migliaia di emendamenti. Il Parlamento è incaricato per fare le leggi e deve assumersi questa responsabilità: nonostante tutte le bugie che sono state raccontate, una parte importante del popolo italiano è ancora favorevole allo Ius soli.

Gentiloni si è impegnato a far approvare questa legge entro la fine della legislatura. È fiduciosa?

“Sì, lo sono. Ho aderito a uno sciopero della fame come forma di protesta per l’approvazione dello Ius soli proprio perché sono fiduciosa. Ho scelto questa privazione con senso di responsabilità, ciò che vorrei tornasse in politica. È importante uscire dall’approccio di calcolo elettorale rispetto a un tema così importante”.

A proposito, qualcuno ha criticato questo sciopero della fame perché, essendo a staffetta, è una privazione parziale…

“Fin da quando sono entrata nel governo, nel 2013, non ho mai abbandonato il mio sostegno per questa legge: per questo di critiche ne ho ricevute tante. Ma spesso i critici sono proprio coloro che non muovono un dito…”.

Intervista a Kawtar Barghout (contro)

Quali sono gli aspetti dello Ius soli che non la convincono?

“I bambini nati in Italia da genitori stranieri hanno gli stessi diritti dei bambini di cittadini italiani. La cittadinanza la ottengono a diciotto anni, cioè nel momento in cui hanno capacità di agire e possono esercitare il loro diritto di elettorato attivo e passivo. Prima dei diciotto anni un bambino non si arruola nell’esercito, non ha diritto di voto e non può fare concorsi pubblici. Questa proposta di legge mette in difficoltà gli stranieri che non possono mantenere la doppia cittadinanza, ad esempio la comunità cinese. Perché un bambino cinese deve vedersi negare il diritto di decidere la sua cittadinanza? A diciotto anni lo farà da solo in modo consapevole e libero come previsto dall’art.4 comma2 della legge 91/92”.

A lei è pesato in termini di servizi dover attendere la maggiore età per diventare cittadina italiana?

“Io ho ottenuto la cittadinanza a ventiquattro anni in via autonoma, sono un caso limite, mio padre ha fatto il giuramento dieci giorni dopo che io ho compiuto diciotto anni. È in Italia dal 1984 ed ha fatto domanda quando ha maturato il desiderio di essere italiano. In termini di servizi, da stranieri, non ci è mancato nulla, ho avuto il diritto all’istruzione, diritto alla salute, diritto alla libera circolazione, ho vissuto la mia vita come un cittadino italiano. Nel 2016 si sono naturalizzate quasi duecentomila persone di cui il 41% under 20, quindi la maggior parte diventa cittadino italiano da minorenne. L’urgenza alla riforma della cittadinanza non sussiste”.

Non crede che la cittadinanza più facile favorisca l’integrazione?

“Per integrarsi non serve la cittadinanza. Io per farlo non ho avuto bisogno di un certificato di italianità, l’ho fatto con il mio passaporto marocchino. La legge 91/92 è funzionale all’integrazione perché fa fare un percorso di consapevolizzazione del valore della cittadinanza. Al mio giuramento ho pianto perché ero cosciente di dove ero arrivata e del valore che aveva tale giuramento. La proposta di legge, con il suo automatismo, toglie valore alla cittadinanza. In poche parole te la concedono per integrarti quando dovrebbe essere il contrario, la dovresti ottenere se sei veramente integrato”.

Ritiene dunque buona l’attuale legge italiana per l’ottenimento della cittadinanza? Crede possa essere migliorata in qualche aspetto?

“È anche troppo permissiva in quanto manca il test di lingua e di cultura generale. La Svizzera da gennaio 2018 avrà una legge sulla cittadinanza uguale a quella italiana ma molto più restrittiva. Con la nuova proposta di legge inoltre si verrebbe a smantellare lo strumento dell’espulsione. Con lo Ius sanguinis è il minore che segue la cittadinanza dei genitori, ergo se il genitore convivente viene espulso l’interesse del minore non viene preso in considerazione. Con lo Ius soli temperato è il genitore convivente che segue il figlio. Se venisse decisa l’espulsione del genitore convivente, l’interesse del minore italiano sovrasterebbe l’interesse dello Stato poiché il minore italiano non potrebbe essere allontanato”.

Cosa pensa invece dello Ius culturae, contenuto all’interno della proposta di legge?

“Penso che non basti un ciclo scolastico per essere italiani. Bisogna abbracciare i valori fondanti della Repubblica e sentirseli dentro. La proposta di legge non annovera al suo interno la mancanza di precedenti penali tra le cause ostative alla concessione della cittadinanza e l’aver soddisfatto gli adempimenti fiscali. Ad esempio chi si trova in un carcere minorile ed ha completato il ciclo scolastico al suo interno può diventare cittadino italiano. Inoltre il figlio di un soggetto che ha collezionato cartelle esattoriali può ottenere la cittadinanza come chi ha pagato le tasse fino all’ultimo centesimo. Saremmo di fronte ad una palese ingiustizia”.

Che effetto le fa vedere tanti suoi coetanei, d’origine straniera come lei, “stracciarsi le vesti” per questa legge?

“La maggior parte non sa cosa trattino il ddl in questione e la legge 91/92. Se una persona allo scoccare dei dieci anni di residenza in Italia fa domanda di cittadinanza non ha nessun problema ad ottenerla. Io ho fatto richiesta e dopo 740 giorni mi è giunto il decreto. Parlare di burocrazia lenta ed ingiustizie denota una scarsa conoscenza della materia. Se la pubblica amministrazione attua il silenzio dissenso, il richiedente, dopo 730 giorni può fare ricorso ed anche in presenza di cause ostative ottiene la cittadinanza. Quindi, prima di parlare di ingiustizie e di lentezza burocratica, bisogna conoscere il diritto e gli strumenti a tutela del cittadino”.

Alcuni politici stanno portando avanti uno sciopero della fame per chiedere l’approvazione dello Ius soli…

“Penso che tali politici abbiano ben lontano il concetto di priorità. Questa è una mera mossa politica, non c’è nessuna urgenza. I dati Istat sono chiarissimi e l’Istat non è propaganda politica. Abbiamo 4,74 milioni tra italiani e stranieri al limite della povertà che non riescono ad unire il pranzo con la cena. Il popolo non ha bisogno dello Ius soli, ha bisogno del pane. Fare lo sciopero della fame in un periodo così delicato per qualcosa che non è urgente è uno schiaffo per chi salta i pasti per dare qualcosa ai suoi figli”.

fonte: interris