La farsa del premier

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  • di Marcello Veneziani

È grottesco che in Italia, un anno prima delle elezioni, si apra una gara spettacolare per il premier: si allestiscono giostre, si combattono guerre senza esclusioni di colpi, a sinistra come a destra e tra i grillini. Sono io, no sono io, fuochi d’artificio e discorsi d’investitura.

Ma il premierato è solo un gioco di simulazione, un finto palio di marionette, perché da noi non si vota il premier, non si elegge direttamente il presidente del consiglio e nessuna bozza d’intesa a cui stanno lavorando lo prevede.

Visti i precedenti e i rapporti di forze in campo, alla fine non sarà nessuno di loro ma verrà fuori un drone, una protesi, una figura ponte, un luogotenente di compromesso, magari un lupo sordo o una gatta morta, comunque non il premier osannato e vituperato dai media.

Lo abbiamo già visto con Gentiloni, lo abbiamo visto anche con Mattarella. Dopo il rumore di stivaloni arrivano sempre le mezze calzette. E invece vediamo i potenziali premier già sgomitare in partenza.

Oggi che è il suo giorno, ce l’hanno tutti con Di Maio aspirante premier e lo trattano come un marziano tra i candidati a Palazzo Chigi. E invece il suo punto debole è che somiglia troppo agli altri, è la riproduzione in scala del politico-tipo italiano: professionista della politica, dilettante nel resto, non ha ultimato gli studi, non ha mai fatto un vero lavoro fuori dalla politica, parla il politichese, si atteggia come uno di loro, fa il de-voto e come i suoi predecessori si fa vedere che bacia l’ampolla di San Gennaro.

Giggino Di Maio è il signor Dieci Milioni, perché è uno inseguito da sette zeri, i suoi concorrenti delle primarie sorteggiati col gratta-e-vinci grillino. Si muove tutto rimpettito perché si sente premier in pectore, e gira l’Italia con l’abito buono della premier comunione.

Come gli altri candidati, finge di essere alla vigilia del premierato. La stessa cosa fa Berlusconi riesumato e restaurato, in versione pop, che al centro si legge come popolare e a destra come populista. Idem Salvini, debossizzato e nazionalizzato, felpato in azzurro presidenziale e non più in verde (ma in cassa resta al verde).

C’è pure la vecchia zia Pisapia, candidato doc per un Ulivo immaginario, senza olio di Palma e di Alfano, tutto migranti e antifascismo. E c’è Renzi che si sente re in esilio e annuncia il ritorno della Corona a Palazzo Chigi.

Tutti recitano il loro discorso d’investitura, già parlano da premier. Poi nella realtà, succede: a) che nel nostro sistema non si elegge nessun premier; b) che dalle urne non uscirà nessuna maggioranza compatta per formare un governo con quel capo; c) che per intrattenerci si ripiegherà su un Nessuno sbucato dal nulla e magari si andrà presto a rivotare.

E buonanotte al palio del premier. Sciocchini, eravate su Scherzi a parte.

fonte: marcelloveneziani

Articolo originale: Il Tempo